la vera storia della sfera blu

novembre 18, 2010 § Lascia un commento

origini della sfera blu.

La mia sfera non parla. non può essere salvata e non può essere digerita. la sfera blu è irrisolvibile. non ha soluzioni all’abbandono. progetta odio, oblio, noncuranza. si dimentica puntualmente dei suoi propositi. la sfera blu non ha soccorritori, non ha un chirurgo capace di liberarla, non ha una mano capace di indirizzarla. E’ nata in una serata di luglio. un neo blu sotto l’occhio sinistro. eritema solare. disse il dottore. a volte il sole crea delle macchie bluastre nei soggetti nati sulla luna, quei soggetti presuntuosi che osano spalmarsi troppo a lungo sui teli da mare. Il dottore mi prescrisse gioiasolux gel. tre volte al giorno per due mesi. una crema miracolosa dal rapido assorbimento. così disse il medico. ma sbagliò. Il neo diventò una pallina da golf, poi si gonfiò, addirittura si spostò.  finì sul labbro superiore. [la bocca] poi si staccò. entrò. il distacco provocò l’uscita di un liquido viola, un miele al rabarbaro. [sapore di caramelle di nonne, in borse finta-pelle]. Da quel giorno la sfera è cresciuta. si è spostata, a volte si è calmata, spesso si è agitata.  La sfera blu si è ingrossata. il dottore dice che non può essere partorita o asportata.

la sfera blu in treno

Oramai lo sapete tutti. ho una sfera blu dentro la bocca. quando appoggio la testa sul finestrino del treno lei si scontra con i denti. ha un suono color vetro. è sorretta dalla lingua, costretta dal palato, ignorata dalle gengive. non può uscire dalla bocca. non posso pungerla e scoppiarla, non posso vomitarla. a volte scende nello stomaco, si assottiglia nella gola, si gonfia nella pancia. odora di zolfo. quando è nella bocca la sommergo di dentifricio alla menta forte. si impasta, schiuma. si ritrae stizzita. [ la mia sfera ama le passeggiate ventose con le cuffie nelle orecchie] In treno si culla. una ninna-nanna di rabbia. si confonde con il tramezzino prosciutto e funghi. combatte con la maionese arancione. ma non è colpa dell’ uomo che spinge il carrello, non è colpa del venditore di panini se la mia sfera calcia.

la sfera blu in romagna

La sfera blu adora gli aperitivi della casa del popolo. costano poco e sono serviti nei bicchieri sbagliati. la sfera blu gradisce la vodka all’arancia nella tazza da tè. ( quella con il disegno dell’ omino con i baffi ). quando la vodka bagna la sfera, lei si distende e si allunga morbidamente. La sfera blu si diverte a osservare i vecchietti, i giocatori lilla di carte piacentine. i guerrieri del venerdì sera. la sfera spunta dalla bocca e discute con i denti per vedere da vicino i ritratti seppiati degli antichi comunisti appesi alle pareti. vecchi titoli di giornale, nuovi titoli sul Papa. la mia sfera picchia, la mia sfera è silenziosa. La casa romagnola di f. ha un vicino di nome renato. un playboy incartapecorito in esosa camicia a fiorellini e pantaloni bianchi. la primavera ventosa porta le rumene nelle stazioni, nuovi occhi da condurre al mare. renato vive nel 1963. lo zitellone inventa storie su Fellini, racconta aneddoti di estati storiche. la mia sfera è felice di accettare il suo invito a cena. sospende momentaneamente il combattimento con il fegato, posa le sue armi taglienti, sguazza nel vino corposo e nei racconti balzani. Dopo la cena volete stare in casa? ma siete così giovani, venite con me a ballare in un bel locale. f., ma cosa rimanete a fare in casa di venerdì sera? ascoltate il vostro renato…ah. se potessi ritornare giovane come voi. la sfera balla. la sfera è in vendita. una vendita simbolica, come comprare una stella e ritrovarsi un nome idiota scritto su un certificato. la mia sfera blu non se ne vuole andare via, no. ora si è incastrata in gola, se scrivo è solo perchè non posso parlare.

10 aprile 2005

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cronaca fedele della mia giornata

novembre 17, 2010 § Lascia un commento

Mi sono svegliata presto, ho ingoiato venti gocce naturali a base di ribes nigrum e un caffè amaro. Ho preso la macchina e ho guidato fino a Baltimora. mi sono fermata nel parcheggio del coconut providence verso mezzogiorno. ho fatto una foto a un bambino con la faccia gialla intento a dare pacche e calci a un distributore automatico di pupazzetti Don &Al. lui mi ha lanciato il suo cappellino con la visiera e ha fatto una smorfia stizzita. sono tornata in macchina e ho acceso il cellulare di d., non ho letto nessuno dei tre nuovi messaggi. sono entrata nel coconut con le mani in tasca e un sorriso regolare. mi sono seduta vicino alla pianta grassa 3b, quella rivestita con carta argentata. quella simile a un grosso pollo verde con gli stivali. il divanetto rosso era scomodo. mi ha servito una graziosa cameriera con i capelli arancioni e un leggero profumo di vaniglia. aveva le unghie sporche sotto i brillantini blu dello smalto. ho ordinato una torta mandorle e lamponi doppia razione con frullato maxi di ciliegie. il mio tavolo era il sedici, quello dedicato a Audrey Hepburn. come da copione, come avevamo stabilito. Mi sono alzata per cercare il bagno. il bagno era pulito, con salviette di carta bianca a stelle rosse. una donna ha tentato di aprire la porta mentre facevo pipì. durante il tragitto di ritorno mi sono seduta al tavolo quindici. quello dedicato a Marlene Dietrich. come da copione, come avevamo stabilito. Con la scusa delle unghie sporche, ho rifiutato il servizio della ragazza con i capelli arancioni. E così è arrivata lei. E’ sempre la stessa, dopo tutti questi anni. forse ha l’aria più stanca, i capelli più tinti. sempre più neri. è sempre più insignificante e con le caviglie gonfie. ha una smorfia strana sul labbro inferiore. non l’avevo mai notato. La pistola me la immaginavo più leggera, ho dovuto faticare per tirarla fuori dal distributore di salviette appeso al muro. Erano salviette graziose, un vero peccato sciuparle tutte. le ho riposte ordinatamente sul piano del bagno. una decina me le sono infilate in borsa. Stamani ho messo la borsetta di raso, quella indiana. Quando è arrivata al tavolo ho letto per bene la targhetta con il suo nome. un nome che non voglio neanche nominare. mi ha detto che la torta era finita, che se volevo poteva portarmi una crostata gigante di pere.non mi ha riconosciuta. non mi ha riconosciuta neanche quando ho sparato all’altezza della gola. la sua gola bianca. Quando sono uscita ho puntato il distributore di pupazzetti Don & Al. sono esplosi a centinaia, saltati impazziti sopra i tetti delle macchine. Poi mi sono accasciata a terra. in ospedale mi hanno trovato in tasca Al in versione ballerina classica. uno degli esemplari più difficili da trovare. Non ricordo niente. solo degli uomini incappucciati e delle voci -vai alla cassa! vai alla cassa!- Il resto è stato un sangue dolce sulla pancia. un bagnato caldo e rassicurante. Non sono morta per emorragia, sono morta per una rara reazione allergica alle gocce omeopatiche per combattere il polline. fottuti farmaci naturali. l’ultimo mio sogno è stato un fiorire di collanine colorate formate da tossiche pastiglie vietate. le collane venivano tenute in aria da passerotti blu su un cielo di cartone viola. d. mi ha detto che la bastarda è morta, che senza l’intervento dei rapinatori ora avrei una fede al dito. sono morta con i capelli perfettamente stirati. vaffanculo,d. vaffanculo, gocce omeopatiche. vaffanculo, puttana.

30 marzo 2005

paripampù

novembre 2, 2010 § 7 commenti

Facciamo così. Ripartiamo da qui, anche se, lo sappiamo tutti, non sono mica capace di ripartire senza portarmi dietro qualche mia vecchia scatola, conchiglia, vecchia scarpa. Facciamo finta di riuscire ancora ad entrare nel vecchio blog di splinder,  di salvare in qualche modo, grazie alle vostre diavolerie di voi amici dell’internet, tutto il baule. Invece no, facciamo andare via qualcosa, e salviamo solo qualche racconto. Anche quelli pieni di errori, anche quelli mai corretti. quelli saltati fuori dai Fabriano. I commenti no, loro devono stare nel fondo. Come è giusto, come si deve fare. Insieme agli occhi degli amori passati, degli amici di tortura alle lucertole. Facciamo così, sì. Mi rileggo ritrovando un vecchio diario. Mi rileggi o mi leggi nel nuovo. Se non vuoi non leggere niente.  Facciamo finta di ritrovare il diario con il lucchetto blu. E di guardarmi insieme alle sirene, alle badanti, ai colonnelli, alle coperte di unghie. Facciamo che guardo anche voi, che ci siete oramai dal lontano 2004. facciamo un gioco. E la polvere è zucchero. E la parola chiave è sotto il mare. E le parole, salvato il vecchio archivio, le dipingo di fresco. Con la vernice di questi miei nuovi anni.

Dove sono?

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