solo una polaroid fredda

dicembre 30, 2010 § Lascia un commento

Cosetta era di animo gentile, dire di no a qualcuno, voleva dire attraversare un mare di flessioni di budella e una serie di scatti di costole. troppo faticoso. per questo Anteo la controllava sempre. frugava nelle tasche delle sue giacche di velluto, controllava la scatola del cucito, telefonava mascherando la sua voce. Cosetta prendeva le domande di striscio, sgusciava veloce fra i testi virgolettati sulla fedeltà e felicità coniugale. Cosetta non era una bugiarda, in realtà trovava sempre il sentiero giusto per non mentire. Cosetta era quel tipo di donna capace di restituire i soldi al negozio di bottoni, se il resto ricevuto era troppo abbondante. A questo punto dovrei parlarvi della vita di Cosetta prima del matrimonio, o meglio ancora risalire alla sua infanzia: ma non ho informazioni sul passato di Cosetta, e se ne avessi non sarebbero importanti. immagino infatti Cosetta come una bimba fra tante, mi prendo questa libertà. Cosetta aveva gote di un rosso lacca, levigate come scatole cinesi. aveva mani bruciate dal freddo, dita screpolate dal gelo. Indossava maglioni a più strati, spessi di lana e frange pungenti. aveva trecce incastrate a riccio, sigillate sotto berretti con pon-pon arruffati. portava un ciondolo sotto la camicia di flanella, una sua foto con la mantella di pelo bianco, quella del giorno del matrimonio. Cosetta quando usciva di casa strizzava gli occhi e la bocca, spinta dalle correnti spiritate, il vento spinoso si gonfiava sotto la gonna, si infilava negli stivali di cuoio. il vento rigava le lacrime, ma forse erano le lacrime a rigare le gote. quel rigido inverno Cosetta aveva preso l’abitudine di starsene seduta davanti alla finestra, con la gatta Bianchina ricamata sulla gonna. guardava le piante mangiate dal ghiaccio, si tirava le punte delle trecce nere e mangiava cuori di pesce secco. stava con gli occhi sempre aperti, mentre il vento spingeva la porticina gialla, mentre gli alberi ospitavano origami di ghiaccio. lei guardava la finestra quasi immobile. immobile di una fissità esemplare. lei stava ferma. ferma a guardare il paesaggio che aveva. ferma con i suoi occhi al plasma striati di lucido. leccati di gelo. Cosetta era immobile, piena e ghiacciata. non poteva avere quello che voleva, non poteva volere quello che aveva. Ma nessuna tristezza dopo la cura di Cosetta: si tirava una guancia, una pacca alla gamba, un profondo respiro e un fondo bicchiere di vino. semplice.

29 giugno 2005

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lettera mai scritta

dicembre 29, 2010 § 3 commenti

Frattanto,

sarebbe il caso di capire, non dico il destinatari*, no, basterebbe capire la forma del tessuto, la lama del minuto. ma un minuto qualsiasi, un minuto buono per levare la polvere, per bagnare i panni nei cesti sporchi. decifrare il silenzio del disegno è troppo facile, quello è eternamente muto. così, mi alzo presto, mi specchio senza detergenti ed emollienti e sputo. Parlare: il preferire l’acqua leggermente frizzante, assolutamente congelata, con il braccio baciato sul sedile, la testa evaporata.[ a onor del vero la mia è spesso inclinata].

Staccare: l’aria condizionata e le buste sulla mano sudata. e tutto il resto si trova in qualche stanza mai visitata. Dispongo: di lunaticherie varie e assortiti gusti aciduli ma rinfrescanti.

bottiglie ghiacciate sulla schiena, sì.

carezze sulla testa come cane al pisciatoio, no.

Qualsia: luminìo su bocca ardente ha il vezzo di rimanere incollato per ere geologiche.

fra aggettivi saltati, virgolette spostate, cavilli inventati, rime interne esagerate. taratura sbagliata, rivedere la voce: dimenticare. sospiri su onde radiofoniche, nì. sospiri di gatta con iperestesia, no.

parcellare: i sismi improvvisi, i temporali invisibili, la costanza nel celare svelare. la dannazione del fermarsi in angolo secco di strada per ricordare una pietra e un laccio. un concerto e un pazzo. consulto avidamente la guida dalle pagine unte e trovo il bisticcio di pagine insensate, di giorni consumati, di foto custodite. il tuo parafumo del web, lo chiama. Raccogliere quei pixel, tenere i piedi nudi.

ricordarsi che si ama anche quella sporca acqua di mare. è perfettamente capace di farmi respirare nuotare

fino

a

(a)lba

mia.

lettera  mai firmata.

29 giugno 2005

Yann Tiersenn? dopo il caffèluce

dicembre 28, 2010 § 10 commenti

Consuelo aveva sedici anni in quel preciso anno del signore. in quella città tutta rossa zigzagava sottile con l’ombrello rotto e una borsa di stoffa. In quel periodo il capo del paese era un signore basso, con pochi capelli e una risata yeye. in quei giorni si parlava tanto di un referendum, di voci di vescovi e monsignori non ne poteva più nessuno. consuelo aveva sorriso per la prima volta a rodolfo sull’autobus numero 012. in quel periodo circolavano autobus ricoperti di lana colorata, in omaggio a quel ricco signore produttore di maglioni. consuelo aveva sorriso a rodolfo, nonostante il nome. lo aveva spiato a lungo, di nascosto. lo aveva sorpreso a scrivere con un pennarello giallo sullo schienale di un sedile di lana cotta. elo ti voglio un casino di bene. elo era lei, consuelo. con un nome così non poteva certo pretendere molto. si meritava anche un soprannome del cazzo. elo ti voglio un casino di bene. no, la frase non era scritta così. rodolfo aveva scritto un con il numero 1. e per scrivere casino aveva usato il corpo del numero uno. un corpo magro e bastoncino, un corpo spillo. aveva usato la lettera K, ovviamente. kasino. perchè la k ha un rumore diverso dalla c. lo sanno tutti, lo sanno anche i bambini. ma a queste cose rodolfo neanche ci pensava. lui abbreviava e basta, e a consuelo andava bene così. consuelo annotava le sue perline di lettere in un diario virtuale. a quei tempi erano ancora in uso i blog, a quei tempi erano ancora in vendita i colori ad olio.

giovedì 4:

– 10,30 collera viola

– 13,06 accidia amaranto

-16,20 stupore rosa

consuelo e rodolfo si baciarono per la prima volta accanto a una colonna bianca. rodolfo aveva occhi sempre umidi e un sorriso morbido. consuelo aveva ossa azzurre e sangue capriccioso. ogni tanto elo, si perdeva nei disegni delle case, nei soffitti dipinti, nei rumori di quella città così obesa. [ a sedici anni si può mangiare pizza fino a morirne, sommersi di mozzarella, pomodoro e carne insaccata cruda. a sedici anni si può girare controllandosi i bordi dei jeans, il colore delle vene e le cinture arancioni. a sedici anni si possono scrivere frasi tonde su moleskine nere. si può camminare vicini senza risultare patetici, si può prendere in giro una sposa con un vestito-lampadario, si può stare seduti davanti a una chiesa con un cielo bislacco e ladro. dedicarsi libri e starnuti, teste abbassate causa attacchi di piccioni]. cielo viola e arancione. consuelo e rodolfo erano questo, ma anche altro. ognuno aveva un suo personalissimo fantasma sulle spalle. perchè a un certo punto i fantasmi diventano zainetti. elo e rodolfo erano  fumetti con i piedi da ginnastica. gnic gnic sui pavimenti trasparenti delle librerie finte-liberty.in quel preciso anno del signore il sindaco era un cinese felice. consuelo e rodolfo lo incontrarono in piazza, uno stringi-mani innamorato e sorridente. venerdì 13:

-18,40 attesa arancione

-20,20 sorpresa gialla

-23,30 gioia blu

 

 

17 maggio 2005

segui il sentiero dorato! segui il sentiero dorato!

dicembre 23, 2010 § 4 commenti

Dovrei vivere in un paese fatto di scontri fra venti siberiani e arie umide del Pacifico. con il naso appeso in continua attesa della stagione dei Monsoni, con venti taglienti capaci di cancellarti il respiro e spingerti la gola. ( spingerla talmente a fondo da farti piangere gli occhi e saltare il cuore ). dovrei studiare più spesso le salamandre e i gatti selvatici. registrare le loro abitudini su un taccuino. così, per fare. ma io ho Fuji-san nella testa e le sue mille coniche articolazioni pronte a solleticarmi. perché non si scappa se non si vuole scappare. ( prima regola del Fuji-san). vedo le grotte di ghiaccio e i suoi cinque figli laghi, inutile pensare a improbabili classificazioni animali e vegetali. anche il richiamo di una salamandra suona vuoto. un vuoto distratto. è lei che mi scoppia lenta. quasi sopportabile. la mia idea scoppia e mi restituisce il ritratto vivo del mio Takashi, il pianista di pianobar. burattino in controluce  su strada in movimento costante. perché non ci si può fidare della geografia di una strada e nemmeno delle insegne cangianti o dei neon soffiati. ( seconda regola del Fuji-san). Takashi aveva comprato una piccola confezione di ciliegie, le aveva prese per me. ciliegie vendute di mattina presto. i frutti sono fiori, i frutti sono decorazioni. Vecchio pianobar di Asakura, con turisti in mani oscene e tende-sipario di polvere. ricordo Takashi e la sua voce spezzata, l’ennesima imitazione del vecchio-caro Frank Sinatra. ricordo le luci rosse e gialle sulla pelle di lei. Midori-bimba-maho. maghetta da studio Pierrot. zoccola confetto da Shojo manga. spremuta di luoghi comuni in bocca occidentale. [ vi parlo di Midori, piccola Creamy Mami con i vestiti sintetici e i capelli biscotto]. ora la smetto, ora la smetto. ricordo me, nella sala. con i miei gesti stranieri e un sorriso stanco. ricordo Takashi, nel camerino a onde di inarizushi, lo ricordo sollevare una piccola scatola e offrirmi una ciliegia quasi finta. -parlami di lei, del tuo amore per lei- la cantante vicina e intoccabile. [ Midori senza trucco era indefinita e indescrivibile, passi da pensionata e calzini bianchi ]. Sulla strada del ritorno Takashi mi parlava senza guardarmi. passi stanchi. e poi le mie intenzioni: annegarlo di domande su Kannon e le salamandre. io zitta, con le mie guide tascabili. le più economiche. lui che mi parlava delle meraviglie intraviste nei suoi occhi. del suo fantasticare su appuntamenti insperati. ristorante a Ginza , tovaglie bianche, copriabiti di pensieri. passeggiate notturne e risvolti di parole definite. sulla strada – a tratti clamorosamente senza luci- mi parlava stringendosi i pugni dietro la schiena. mi parlava di ripieghi puliti, di accarezzare gesti balbuzienti. proposte love hotel. Shibuya in letto vibrante, attimo circonciso in capsula veloce. anche così, anche così. senza tovaglie ricamate, senza penisole stabili. accontentarsi. Vedevo Midori scegliere una fra le mille foto illuminate, la vedevo scegliere la stanza ideale. lo studio delle salamandre era lontano,  anche Kannon. Avevo mille domande, mille posti nuovi da visitare e invece niente. stavo zitta e ascoltavo il flusso di Takashi in una strada periferica. la strada silenziosa, l’unica di tutto il paese. lo sguardo basso e il respiro fatto di se e di ma. pensavo a Midori, felice altrove. la vedevo truccata, prima di salire sul palco, con le mani nervose -lo sai che il giappone galleggia sul dorso di un pescegatto? sono i suoi movimenti a creare i terremoti. ora vado- . Guardavo Takashi e le sue speranze, lo guardavo fermarsi davanti a un piccolo albero carico di frutti rossi. – queste ciliegie storte appartengono a quella casa laggiù. queste sono più buone di quelle che ho preso stamani, queste sono più buone- non era vero, non erano più buone. ma io con la testa dicevo sì. ( terza regola del Fuji-san).

24 maggio 2005

Il giorno dell’arrivo della zia Dorotea nella cascina Troncaferro

dicembre 17, 2010 § Lascia un commento

Ci sono microstorie senza importanza che diventano testi sacri nelle piccole comunità, nei sacchetti stretti delle famiglie, nei corridoi senza fine delle scuole. sono storie cantilene imparate a memoria nelle sere estive, nelle terrazze fresche. seduti sul marmo striato con le gambe nude. sono nenie assurde e a più voci, ogni voce una nuova versione epifanica. il giorno dell’arrivo della zia dorotea nella cascina Troncaferro è il vecchio e nuovo testamento di tutta la famiglia Frastaglioni. un solo giorno. basta poco per creare una colonna di parole mutanti. dunque. I Frastaglioni erano una di quelle famiglie solide e numerose. cinque figli con il muso rosso e le orecchie a sventola. una scala eterna di vestiti di passaggio usati e ricolorati infinite volte. i Frastaglioni avevano creato la loro ricchezza autoalimentandosi con sospiri di incitamento al lavoro mattutino. ricchezza in tazze colme di latte e lana ruvida sui letti. su queste cose riversavano tutto il loro agire. cose come il lavoro e il lavoro e il lavoro. l’estuario della loro ( incrollabile) fede nel quotidiano era sostenuto dai banali difetti di una vita di fatiche spacca-congiunture e da una fanciullesca tirchieria portata con disinvoltura. era pieno di sole quel giorno. il giorno dell’arrivo della zia dorotea nella cascina Troncaferro. un sole a raggi larghi e fascioni spessi. un sole da sussidiario. il signor Frastaglioni aveva lucidato per l’occasione i suoi cavalli migliori. [ in quel periodo lo stalliere preferito era il piccolo coccino, un ragazzetto alto circa mezzo zoccolo]. il pensionato per cavalli era il vanto di tutto il paese. un purgatorio di serenità e pace verde in attesa dell’inferno cadmio del macello. il signor Frastaglioni garantiva una vecchiaia dignitosa a vecchie glorie della corsa e a cavalli appositamente nati per morire. principini e bistecche. tutti insieme nella vecchiaia. vecchiaie lunghe al massimo tre mesi. bestie con la dentiera e lo sguardo ebete. soldi ricevuti sottobanco per salvare qualche animale dal suo boia. l’urlo scalzo del cavallo a un passo dalla morte e i garretti puntati a terra. Il signor Frastaglioni conosceva bene i trucchi per sedare l’imbizzarrirsi di un condannato. la fortuna della cascina Troncaferro era segnalata sul cartello bianco e rosso, una grossa insegna sulla strada principale. vendita vino e cavoli pregiati. marmellate genuine. venite! ovviamente i soldi non erano arrivati grazie alla produzione di marmellata di mele. i soldi erano figli dei cavalli. dei ventri e pettorali minacciati, dei ricatti sottili ai padroncini viziati, delle corse clandestine e tutto il resto. nessuno sottolineava mai i motivi di tanta segretezza, gli spostamenti notturni dei cavalli, le sostituzioni improvvise. I cavoli erano i più grossi della zona. inspiegabilmente.erano venuti perfino a fare fotografie ai cavoli giganti. una grossa foto in prima pagina. cavoli neri di venti chili per uomini superdotati. questo era il titolo del giornale. Quell’anno la signora Frastaglioni aveva licenziato tutte le cuoche. era rimasta solo una vecchia domestica in casa. una donnona sorda che sbiancava i panni con una pietra segreta. era la signora Frastaglioni ad occuparsi delle vigne. gestiva i lavoranti con un fare apparentemente materno. aveva un modo suo di accarezzare le capigliature degli operai. rannicchiava la mano come un ragno, con una leggera pressione. le conserve di cavolo erano preparate secondo una ricetta antica. i grossi pezzi venivano sommersi in un mare di olio e spezie e sigillati in vasi di vetro. l’odore del cavolo si attaccava ai panni, alle tende, a ogni tessuto. a ogni umore. un tumore al cervello congelato. tanti piccoli cervelli in ammollo. nelle ore di riposo la signora Frastaglioni leggeva il giornale. sempre quello. con notizie vecchie di due anni. il giorno dell’arrivo della zia dorotea nella cascina Troncaferro la casa era piena di odore di zuppa di cavolo. le tovaglie erano nuove, in onore della zia di città. dorotea era la più bella delle sorelle Frastaglioni. era stata mandata in città per trovare un marito ricco per studiare dalle suore. aveva molti corteggiatori la giovane dorotea, ma con il passare degli anni gli ammiratori erano diminuiti e così anche le ambizioni. a trentasette anni non poteva più permettersi di scartare nessuno. la zia dorotea arrivò alla cascina Troncaferro con il trenino delle 6.10. aveva un vestito di seta rosa pallido e dei sandali sporchi di terra. aveva una fronte rigata e delle chiazze rosse fra i capelli. piccoli laghetti ricoperti di crema bianca. la zia dorotea riversava nella cascina Troncaferro tutte le sue speranze.

10.30 spuntino con pane e marmellata di cavolo cappuccio dorotea aveva occhi verdi all’ingiù e un portamento gentile. su questo aveva puntato tutto la signora Frastaglioni ( anche sulla valorizzazione delle gambe ben disegnate e del lungo collo bianco).

13.00 pranzo con pasta e broccoli al formaggio fuso la sagra della cascina Troncaferro era un vero evento anche nelle tre vallate confinanti. la famiglia Frastaglioni si occupava di tutto da ben tredici anni, senza novità al menù e ai giochi a squadre. quell’anno il signor sindaco aveva suggerito un modernismo eccentrico: l’elezione di miss latte Troncaferro. la valle era stata dipinta con i colori della famiglia, il bianco e il rosso. il signor Frastaglioni si fregava le mani pensando alle vendite di confetture e di latte.gli uccellini rossi cantavano all’ombra dei meli, i gatti obesi sonnecchiavano sui davanzali bollenti.

15.00 merenda con gelatina di cavoli e verza ( miss latte troncaferro portata in trionfo dalla folla urlante). una graziosa brunetta dagli occhi tondi e lucidi, tale marietta di montepadello. la fanciulla baciava le capoccette bambine e salutava il pubblico perdendosi in educate svenevolezze commosse. zia dorotea osservava la scena, dentro al suo vestitino rosa, scambiandosi occhiate con puccione. ( un muratore con una sola gamba ma con un sorriso rinfrescante e sincero)

16.07 bevanda di mentuccia e cavolo rosso un cavolo gigante era in bella mostra, appeso e incatenato con fili spessi. venti chili di cavolo da competizione. dorotea voleva alzarsi per vedere le tre valli dall’alto, per vedere bene la testa senza chiazze di puccione, i suoi capelli neri e folti. formaggio Frastaglioni, il formaggio dei campioni era la scritta sulla botte di latte da esposizione. e così la zia dorotea si ritrovò appollaiata lassù, sulla botte di latte. e poi successe, sì. successe tutto quello che è facile indovinare e immaginare. perchè a volte la realtà è prevedibile e banale, e anche i racconti lo sono. un momento, un solo istante. le corde che legavano il cavolo si ruppero e il gigante verde finì in testa alla povera dorotea. la botte si spaccò e dorotea si ritrovò a nuotare nel latte con un grosso tappo di foglie verdi sulla testa. esistono varie versioni di quel giorno. alcuni dissero che fu puccione a tagliare le corde del cavolo, altri parlarono di una questione di cavalli e corse clandestine. esistono trecentoventisette versioni di questa storia. questa è solo una delle tente, senza spiegazioni. successe tutto in un giorno. trovò l’amore in un sol giorno. l’amore con una sola gamba e un sorriso di mentuccia e cavolo. menta e cavolo, cavolo e menta. quel giorno dorotea trovò l’amore.

22.30 torta nuziale con cioccolata amara e glassa di cavolfiore

24 aprile 2005

crapa di bambola (giustino e salvina)

dicembre 6, 2010 § Lascia un commento

E’ stato p. a parlarmi per la prima volta di quel negozio. il negozio del riparatore di bambole. bambole e antichi giocattoli. si trova in una via bianca, in quella grande città a metà fibbia di stivale. la capitale del vecchio regno. tutto vero, nessun rifugio nella fantasia. quel negozio esiste sul serio. Vetrina scura di teste rosa e bocche rosse. teste boccolute di sete sintetiche in fila su scaffali, cartellini azzurri con numeri di telefono e nomi da Lyala: Anna Lou, Sally, Claudette, Nadine. Il carrozziere delle bambole ricuce anche le pance degli orsi. riattacca occhi di vetro, lingue di panno, piedi di gommapiuma, orecchie di lana cotta. il carrozziere ha un naso microscopico. lungo circa un centimetro e mezzo. ha due narici-caverne.due buchi neri immensi se paragonati alla brevità del naso. in quei pozzi senza peli può entrare di tutto. [ la porporina dorata che decora i vestiti di pizzo, la polvere che salta sotto il tavolo di legno]. Il carrozziere delle bambole respira ogni cosa. inghiotte. tossisce. cerca di trattenersi, di non sputare mai.quando la polvere arriva in gola, lui non cede. ingoia. vuole prendere tutto, non disperdere niente.ha narici aspira-storie. i bambini non portano più i loro giocattoli a riparare, i bambini buttano i giocattoli rotti e comprano aggeggi a cristalli liquidi con lucine e pulsanti. Il carrozziere aspira le storie di vecchie signore. collezioniste in poltrona con cammei sulle giacche, ricchi appassionati di antichi oggetti. rivogliono i loro giocattoli, esigono i loro preziosi lambicchi. Il carrozziere si chiama giustino. la sua testa è grossa quanto la sua lampada bianca e i suoi occhi sono occhi da pupazzo di pezza. il naso è il più piccolo dell’universo, ma ve ne ho già parlato. [ un francobollo su un lenzuolo. lenzuolo con due buchi capaci di mangiarsi il mondo]. salvina è la moglie del carrozziere. ha un nome che maledice e una mantella di lana rossa che porta anche in estate.  salvina non ha età, ha una postura eretta e una strana luce elettrica. cammina in punta di piedi per far risaltare il suo culo ambizioso. salvina ha una lampadina puntata sul culo, un gancio di ferro e vetro ai piedi della maglietta. quando attraversa il negozio buio lascia scie e scosse di nervoso. salvina freme e con lei anche il suo ciuffo nero. usa la scopa come un mitra scarico, ti lascia il dubbio che contenga l’ultimo letale colpo. proiettile bon-bon. salvina porta tempesta. lo dicono tutti. picchia le unghie sulla cassa e ascolta il suo ta-ta-ta-ta-ta. (stupita). tiene i conti meglio di un banchiere, conta i soldi leccandosi le dita. sono diplomata geometra, io. sono diplomata, io. lo dice sempre, con orgoglio di privilegio nobile. salvina lascia cadere qualche soldo dalla cassa. le monete più scintillanti entrano nelle maniche, le banconote più spesse scivolano nei calzetti a righe. nelle mutande non ci tiene niente. il reggiseno non lo porta. [ una volta ne bruciò uno in una piazza a forma di stella. una piazza piena di gonne lunghe e cani bianchi ]. salvina ha una passione per le cucine moderne, quelle dei ristoranti, quelle lucide e argentate. sul comodino ha una pila di riviste di design industriale. ha un fascio di fogli bianchi pieni di progetti per nuovi modelli di frullatori. il suo sogno è quello di inventare un modello di aspirapolvere ultra-potente capace di stravolgere il mercato internazionale. sogni. la notte salvina sogna di venire sepolta dalla polvere e ricoperta da ingranaggi di bambole. una pioggia di bambole dai denti aguzzi e lingue appuntite. pezzi di porcellana sotto le coperte. [ salvina e giustino si sono conosciuti in una spedizione in campagna. dovevano liberare dei nani da giardino in una villa stupida. erano un gruppo molto unito, una vera organizzazione a livello mondiale. giustino voleva impossessarsi di un nano con il naso ammaccato, lo voleva verniciare di un rosa più tenue. un rosa più adatto alla camiciola. salvina voleva lo stesso nano di giustino. voleva portarlo a un suo amico, uno strano. uno che faceva installazioni artistiche e si guadagnava da vivere vendendo stuzzicadenti. giustino si innamorò di salvina quando le toccò fortuitamente la schiena. non sentì nessun gancio di reggiseno. rabbrividì di un brivido umido]. salvina odia la polvere, ma ve ne ho già parlato. ha una scatola segreta contenente: 376 pezzi di mani, 198 viti di busti, 207 chiodi di gambe, 36 ciocche di capelli di plastica, 371 occhi blu, 263 occhi neri, 479 occhi verdi, 1 occhio rosso. giustino ogni tanto dilata le narici così tanto da schiacciare le sue gote rigate agli angoli delle orecchie. si fruga in tasca, cerca in ogni cantone. maledice il tempo, il governo ladro, la memoria con le toppe e il suo cuore senza ricarica. manca l’occhio destro di babette, manca il piede del soldato claus. il secondo bottone dell’ orso kurt era sul tavolo. era. salvina ride quando suo marito si china per cercare i pezzi. vecchio bacucco, pensa. Quando passo davanti al negozio vedo salvina seduta su una sedia di paglia. si siede in punta. cerco di non guardare le bambole, le bambole possono ferire chiunque. anche me. salvina conosce bene le abitudini delle bambole. salvina spaventa i bambini roteando la lingua. un camaleonte eternamente rosso. lo sapevo, non lo dovevo sposare quel carrozziere di giustino. lo sapevo. con quel naso ridicolo, quei buchi senza fondo. un centimetro e mezzo di naso. doveva bastarmi questo, che stupida. un centimetro e mezzo di naso!. un centimetro e mezzo di naso e un cazzo piccolo. sì. ha anche il cazzo piccolo. GIUS-TI-NO.

13 aprile 2005

Dove sono?

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