io ti offro dei fiumi tricolori, montagne di fiori e templi sacri e tu me li trasformi in una casa di comodo: trapianti la tua Babilonia nel mio mar della Cina

gennaio 24, 2011 § 2 commenti

Io ti offro dei fiumi tricolori, montagne di fiori e templi sacri e tu me li trasformi in una casa di comodo: trapianti la tua Babilonia nel mio mar della Cina.
marinaio?
sì capo.
diamo fuoco al villaggio, fuori le granate che faccio un macello!.
( quando torna l’ inverno, Henri Verneuil, Francia/Italia 1961)

Prendile
-mmm…
delle grate per occhi a quel prezzo, sono una rarità. la richiesta di questi tempi è alle stelle e quei paraocchi in pelo di marmotta hanno perso la loro funzionalità. del resto certi integralismi non hanno mai condotto da nessuna parte. e poi hai bisogno di qualcosa di invasivo ma traspirante e anallergico.
sì, circa così.
Il signor T., camminava sempre a una certa distanza da me, eppure seguiva ogni mio movimento. la mia mano a ciondolo sui fianchi, il mio collo inclinato eternamente, prima il piede sinistro poi il destro. come in uno specchio. il signor T. si fermava sempre un secondo prima di me. come se sapesse.
Del resto, ho sempre avuto gusti così prevedibili e precisi. intransigenti nelle loro stravaganze.
Anche quel venditore davanti alla chiesa di S. Ignazio ha capito subito le mie preferenze sui colori.
Dovevo aver infilato da poco una torta alla menta con quarantasette piccole candeline.oh, il signor T., ha sempre avuto questa mania curiosa: le candeline sulle torte solo dopo i diciotto anni.
Era il 1965, se non sbaglio.
Io avevo quel completo giallo e quella fascia bianca fra i capelli, mi fermavo a ogni testa di gatto randagio, a ogni angolo di strada fresca. ogni fontana era mia, per qualche secondo. il signor T. non aveva i capelli molto lunghi, eppure sentivo le sue ciocche muoversi, un fruscìo di aquiloni.
Quando si è giovani le grate per occhi crescono spontaneamente. ricordo tutto nei dettagli, spuntano piano, una piccola protuberanza plasticosa. una goccia impigliata nel rimmel. solo un piccolo dolore sotto la palpebra.
Le mie prime grate erano verdi, mia madre mi prese le mani, mi disse di non preoccuparmi. ero semplicemente diventata donna. finalmente le mosche non sarebbero più entrate nelle pupille, non avrebbero più saltato sui tappeti elastici dell’iride.
Ora mi serve una grata robusta, capace di far filtrare certi pensieri, di bloccarne altri. una grata schiaccia-idee. oppure scaccia-idee. non formalizziamoci troppo. una grata blocca-illusioni. magari. oh, quelle sono così costose, hanno il cristallino incluso. così da averne sempre di scorta.
Ha una speciale opzione seleziona visioni. una modalità che cataloga gli oggetti giusti, quelli che il mio cervello può sopportare. le case che posso tollerare, le persone che posso avvicinare, quelle che casualmente posso incontare, le letture che non mi possono ferire, i bicchieri sporchi di rossetto innocuo.
Il signor T. ha una giovane amante. è chiara, è una sensazione netta e sicura, la mia. eppure con la speciale opzione seleziona visioni non vedo le mutandine che lei semina nella mia casa.
quindi non esistono. solo ogni tanto, la notte, metto a riposare le grate nello speciale fluido. vedo delle ombre sul muro, ascolto le mie orecchie piene di suoni. grida.
E’ così giovane, sembra una bambina.
Doveva essere estate, quella famosa estate, non  devono esserci state molte altre estati con il signor T. ma erano un numero sufficiente per confondermi.
ricordo il vento e il gran caldo. questo lo ricordo senza difficoltà.
Lui la incoraggiava tantissimo nelle sue manie artistiche. lei ogni tanto scriveva sul muro delle frasi che io non potevo leggere. grazie alla mia grata. o forse erano disegni.
Doveva essere una gazzella, lei. una gazzella con il cuore di uno squalo bianco. di quelli che alla luce del sole brillano, escono per un secondo dal mare azzurro per farsi vedere e  sparire subito dopo.per un solo secondo. e devi muoverti a notare certi particolari, altrimenti.
è tardi.
Mentre camminavo per Roma, con il signor T. di fianco, pensavo a Jean Paul Belmondo sul tavolo della locanda. lo ricordavo  fare il matto. ubriaco fradicio, a pestare bicchieri su tovaglie a quadri. e pensavo al vento che ho sentito in Normandia.
[ un matador più è grande più è solo. quindici anni di sospetti sono peggio di una vita di tradimenti. l’abitudine è un modo di morire in anticipo .Cit.]
Tra le mie grate, quel giorno, mi rimase incastrato un chicco di neve.
eppure ricordo il vento e il gran caldo.
strano.

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partito a favore della samba norvegese

gennaio 24, 2011 § 1 Commento

Aveva:
passamanerie e cerniere plastificate, copritetti e sacchi a pelo rubati.  nonostante me diventò così, diventò tenda. con tutto quanto , piedi- gambe e mani al posto giusto. come doveva essere. i giorni si rivestirono di quella cosa, che con me non manca mai.di quel rosso lento o zampillante capace di ricoprire parole, sorrisi , movimenti e sospiri/spaventi. la sabbia era nera e a schiaffi di vento grattava i piedi bruciati ( questa volta erano bruciati dall’interno, si chiama amore per le varianti, il mio). il bianco delle onde – perchè quel mare non ha nulla di azzurro pietra o verde alga. quel mare è bianco arrogante di sale e spuma ammattita- a insistere contro il nero dei granelli grassi. potrebbe essere petrolio, ma anche calcoli renali di sirena. non mi stupirei di niente. se era poco invitante, era solo per una questione di altezze  e superbia. una sfida difficile, poco allettante ( per quasi tutti) il il sapore di affronto e di frusta.
se vuoi una visione ti regalo un grumo di globuli rossi inghiottiti, non mi viene altro, in questo istante.  un mare da est, con lame ventose trasaparenti, oserei.  nessuno stupore nel vedere quella massa deserta, senza testoline festanti: i bambini ripiegavano su piscine colorate di acqua ferma, quasi morta. hai mai provato a intrappolare l’acqua di mare in un secchiello? ci mancherebbe, tutti lo hanno fatto. smette di essere di mare, piscio in plastica di piscina moscia. così, diresti.
La medusa l’ho vista, di sfuggita. dietro al castello spento trionfante di bandiera bianca. sicuramente quei pirati erano lessi, anche leggermente effeminati. la medusa l’ho vista un secondo prima della sepoltura da parte della gamba di sabbia del bambino artista, quello con il ciuffo e la tirannia facile.
( tu in quel momento disegnavi le mie ciabatte).
un secondo prima di quel calcio, quel calcio dato dalla donna in pareo giallo.
quando si sposta un modello di pochi centimetri il mondo è diverso. le ciabatte cambiano colore.un minimo cambio di luce, ombra, posizione e tutto cambia. ad esempio, da sdraiata quella donna sembrava bellissima. ma voglio ritornare per un secondo al sangue, e chi mi conosce dal vivo conosce tutto. parlavo del sangue, quello dei miei piedi, quello del tuo taglio.
[ quando gli ombrelloni schizzano e diventano animali volanti, per un secondo il cielo si divide a righe colorate con fiocchi si sabbia . e le punte scoperte mutano in denti infernali di metallo pronti a colpire].
In questa cartolina ci voglio mettere anche le punture di api e la mia gola pungente, a ricordare uggia e malusanze. ci sono attestati che documentano e testimoniano. il bianco del taglio è un perfetto esempio: la silenziosa attesa del sangue.
prima o poi uscirà, adesso. ecco.
il bianco è sempre testimone di pazienza. attese ferme ma vibranti, come la prima volta di Lin, e del suo racconto. Era su quel ponte macchiato, steso di sole romano e cielo piatto. Lin si immaginava il sapore di un vestito di lycra scadente, di calze troppo strette e di sudore dolciastro. carne lenta e mani da picador. invece erano giovani e alte quelle puttane, e il sapore era quello dei costumi nuovi e colorati, dei sandali aperti e della crema al cocco. le mani erano alla Boldini, non alla Botero.
Così mi ricorderò  anche del racconto di Lin, fatto in quel ponte sulla Salaria. ma voglio finire la lista dei sanguinamenti, il mio sangue ( di lattina) era esacerbato, è vero. alla fine ho confessato. il mio sangue a volte si picca. non era difficile da capire, fra i tubetti e la melarancia distrutta. la prima prova di colore ad olio andrebbe conservata, in ogni caso.anche se i primi segni di pennello sono tremanti di sbavature.bisognerebbe conservare. come dente di bambino in una scatola di latta, come casa stilizzata coperta da pupazzo cefalopode, come foto di fiore gigante in un giardino giocattolo.
dimenticavo: ho vinto un cervo epilettico facendo cadere monete argentate e dischi colorati in un buco/fessura. canta una canzone in tedesco e muove le corna a ritmo. sul treno è partito improvvisamente e  il movimento delle corna nella mia busta ha fatto ridere una triste e silenziosa ragazza di monfalcone.
quindi tutto è possibile.

cartoline musicali da Villa Ada: gli Zu dovrebbero avvertirmi quando decidono di fare una pausa di dieci minuti per poi ripartire improvvisamente.
i Nomeansno sembrano scappati da un ricovero per arzilli vecchietti.
Geoff Farina è un convinto sostenitore della campagna per il ritorno della moda dei mocassini.

13 luglio 2005

docili cani, dolci uccellini: tutti a far festa nei nostri giardini!

gennaio 5, 2011 § 5 commenti

Il cielo era a nuvole di granita, gli uccellini soffiavano sulle finestre, i cani si attorcigliavano sui prati tintinnando le catene, i televisori spiavano le case e i ventilatori erano accesi, spalancati sul caldo del 2 giugno. tutto questo mentre le gemelle Rossi ballavano in giardino, in minigonna e chewingum blu. Diego Camerini aveva caldo, un caldo brucia-nervi e moscia-gambe. uno di quei pomeriggi con il culo sul divano, una lattina in mano e i piedi sul tavolo. Diego Camerini e Sara Balestri. l’etichetta sul campanello era scritta con un pennarello lilla, una scrittura rotonda, una di quelle grafie fanciullesche che nascondono passerotti, ghirigori e vasetti di miele. Diego si fermava sempre qualche secondo a fissare l’etichetta, prima di suonare. ogni tanto vedeva ramoscelli di vischio intorno ai loro nomi, più spesso vedeva interi mazzi di roselline selvatiche invasi da minuscoli animaletti. Sara faceva la dentista: nel suo studio aveva un poster gigante di winnie the pooh. nella parte superiore il nostro eroe era raffigurato con le zampe sporche di dolciumi, nella seconda parte del poster il famoso orso illustrava ai bambini le tecniche da adottare per una corretta igiene orale: come lavarsi i denti in sei facili mosse. Diego prima di allora non aveva mai visto i denti di winnie the pooh.  per colpa sua provava una strana sensazione tutte le volte che si guardava allo specchio con lo spazzolino in bocca: la sua faccia si sovrapponeva a quella dell’orso. [ forse la situazione era invertita. poco importava]. Sara Balestri e Diego Camerini non facevano più l’amore da due anni. oh, questo non era un grosso problema. l’abitudine al sesso era diventata abitudine alla castità. i baci in soggiorno erano diventati toast e spremute in cucina. il lunedì era il giorno della riunione per la rivista gli occhi del Signore. Sara riceveva il gruppo di preghiera uniti per un contributo rigoglioso. si trattava di un gruppo di otto-nove donne del quartiere. tutte regolarmente sposate e perennemente a dieta. il martedì era il giorno del mercatino delle antichità e della raccolta fondi per la costruzione della scuola del nuovo ordine cittdino. Sara si recava di casa in casa, porta a porta, di quartiere in quartiere.il mercoledì era dedicato alle lezioni di inglese e canto. [ Sara aveva una pettorina di raso azzurro per cantare nel coro delle voci costanti, era stata lei a disegnarla, era stata lei a cucire ventisette pettorine, una per ogni componente del coro]. il giovedì Sara lasciava la città per andare in periferia. era Diego a condurla con la macchina vicino alla fermata del treno. regolarmente era lei a chinare la testa verso di lui, a sussurrare distratta -vuoi venire a far visita a mia madre? sarebbe così contenta di vederti…- . Puntualmente Diego declinava l’invito, saliva in macchina e si trascinava al bar. a casa Camerini il venerdì, il sabato e la domenica erano giorni di fiere, convegni per dentisti e sante messe. Quel pomeriggio Diego aspettava Sara in salotto, con il culo sul divano, una lattina in mano e i piedi sul tavolo. nei momenti di attesa era libero di guardare le gemelle Rossi. giocavano in giardino, ascoltavano la musica rap alzando la manopola del volume al massimo. le gemelle avevano lunghe mani e saltelli elettrici, l’apparecchio per i denti e una risata da scimmia giovane. quel giorno le gemelle erano più belle del solito, una leggera peluria bionda accarezzava le gambe abbronzate. Diego amava osservare certi particolari: l’incantevole maniera di sedersi sulla sedia a sdraio della più gracile e l’impertinente modo di bere dalla bottiglia della più formosa. Quel giorno Diego vide un piccolo pacco sul tavolino. se ne accorse solo perché urtò con il piede una pila di riviste. le riviste scoprirono una macchia verde. una pausa dal sogno giovane e abbronzato, una pausa dalla finestra di sole e gambe adolescenti. il pacchetto era di carta velina verde foresta. scricchiolava fra le mani e conteneva delle manette classiche in metallo anallergico, ma questo Diego ancora non lo sapeva. Diego non aprì subito il pacchetto, scoprì il contenuto solo qualche ora dopo. velocemente si mise in tasca il bigliettino esterno. Per Sarah B. con passione. era una grafia maschile, sottile e tendente verso l’alto. una calligrafia odorosa di bosco e pino dopo la pioggia, di terra e pinoli. Per Sarah B. con passione. acca. come se avesse un suono diverso, come se non fosse sua moglie, semplice e senza acca. Diego iniziò a visualizzare il misterioso amante, possibili preti, antiquari, dentisti, insegnanti. poi fece un sospiro, guardò fuori, in giardino. Il cielo era a nuvole di granita, gli uccellini soffiavano sulle finestre, i cani si attorcigliavano sui prati tintinnando le catene, i televisori spiavano le case e i ventilatori erano accesi, spalancati sul caldo del 2 giugno. tutto questo mentre le gemelle Rossi ballavano in giardino, in minigonna e chewingum blu.

confessioni di una madre

gennaio 3, 2011 § 1 Commento

Ultimamente la controllo sempre, la studio quando non mi vede. è tutto uno spiare mentre si pettina, mentre apre distratta il frigorifero. è leggermente diversa. sempre in attesa di qualcosa. forse una chiamata, forse una lettera, forse un meteorite sulla fronte. ieri sera ho origliato alla porta di camera sua, stava togliendo i vestiti sporchi dal borsone. parlava al telefono con lidia, la sua amica di un tempo, quella più grande. quando erano bambine facevano cose orrende con le rane: le usavano come macchine telecomandate da un bastone sottile nel retro. facevano disegni sprizz con la stilografica blu. spingevano la punta sul dorso della rana, sulla pelle a puntini. una punta iniezione, una puntura di inchiostro in espansione. a volte le facevano esplodere, nei casi più estremi. piccoli boom verdi di botti in culo. fuochi artificiali cra cra. è un desiderio di conoscenza il nostro, niente di più. dicevano così, con fare presuntuoso. avevano imparato questa giustificazione stupida senza crederci e la ripetevano ai detrattori. in coro invasato. a parte queste manie è sempre stata una brava bambina. è sempre andata molto bene a scuola e non si è mai drogata, almeno credo. ultimamente ascolta molta musica, prima disegnava solamente. è sempre stata un disastro nei lavori di casa e nel far di conto. un qualcosa di genetico. una volta ho trovato le sue amichette di danza classica in cantina, le aveva chiuse lei. suo nonno f. la proteggeva sempre, la viziava in continuazione. anche quella volta non la sgridò. si mise a ridere. aveva otto anni e una gran voglia di disegnare da sola. le amichette la disturbavano parecchio e non andavano mai a casa, perchè non chiuderle in cantina?. il maestro di danza diceva sempre che era fatta per il balletto.una volta la rimproverò aspramente: durante un saggio di fine corso decise di cambiare direzione di marcia in una polka. improvvisamente guidò il cerchio nella direzione opposta, in senso anti-orario. ora è diventata grande. non è diventata papessa, ballerina, scrittrice, disegnatrice di fumetti, entomologa o pittrice. questi erano i suoi sogni, in varie fasi differenti. vive ancora con noi ma non lascia mai trasparire nulla della sua vita privata. è troppo chiusa e troppo rigida. ho capito poche cose di lei, ma di sicuro ha un grosso ricordo da smaltire.un tormento vivo, un bel sasso lucido. ieri ho trovato un suo quaderno giallo e arancio. ho letto tutto. non dovevo?. ho trovato questo:

In quel punto della mattinata, quel punto esatto

-scorticando verdi labirinti fatti giardini-

non ha mai avuto appoggi di metrica e tempi.

sempre senza sollievi musicali in quattro quarti

è con la mano sinistra, è con lei la gran cassa.

non ha note, solo incapacità nel battere il tempo.

rullante in mano aperta.

fosse solo un tamburellare la schiena.

i due protagonisti sottraevano muschio dai muri antichi,

[scorte per il presepio della nostra estate]

le due aspiranti comparse osservavano e strappavano biglietti

ma

il pubblico non pagante poteva osservare dal corpo squarciato di un vecchio albero

ma

il pubblico guardone poteva stare accovacciato sul prato.

[osservare pastelli ad olio segnare cuori in recinti e bamboline pornografiche]

da dietro il grande occhio fotografico

solo il cielo di un giugno balzano

 

-ma mai quanto lei-

ed era facile vedere lo spettacolo del motorino felice e dei bagni caldi.

delle spalle bruciate dal sole precario.

stavano cosi, quindi, per una volta senza troppo pensare.

tra vicoli stretti e sampietrini sotto le scarpe.

la laurea, il buon cibo, la sua musica e il suo cane.

Questa era la ballata senza metrica del bosco etrusco.

(lei ha sentito il suo siamese miagolare)

questo segreto ve lo doveva svelare.

 

 

16 giugno 2005

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