in quella stanza

febbraio 26, 2011 § Lascia un commento

Veniva la primavera e le sedute di posa volgevano alla fine. E un giorno Picasso, bruscamente, buttò giù sulla tela tutta la testa. – non riesco più a vedervi quando vi guardo,- disse con ira. e lasciò il quadro così qual era.
Gertrude Stein, Autobiografia di Alice Toklas, einaudi tascabili.

Dovresti avere l’indice più lungo del dito medio, tu. come i dittatori della storia. fossero solo dicerie da libri di testo. nessuna controfigura, questa volta. nessuna signorina x, nessun nomignolo. nessuna Dora o Marìe Thèrése. frustrata da campiture eterne, il gran maestro non svelava i suoi trucchi pittorici.
anzi.
procedi pure con gesso e colla, diceva. era un preparare la tela giorno dopo giorno, fatta di noia al polso e occhi altrove.
poi lui.
Ricontornare tutto, aumentare i toni. respirare per la prima volta. lui aveva nome da ultime lettere, domande inusuali e impertinenti a portata di tasca. lui era mandato per cercare antiche carte da portare a mani giunte sul tavolo della tesi.
i minuti erano rubati, fin troppo banale spiegare il perchè.
la sua gonna si sporcava a ogni passo, guardavo la bicicletta dalla finestra, pensavo alla sua somiglianza con me.
Nemmeno lei era Dora o Marìe Thèrése, però aveva l’accento del nord più a nord, e sorrideva gentile, con la fede più buona attorcigliata ai capelli.
quando si avvicinava mi donava inviti teatrali e marionette.
notava somiglianze e per evadere si cercava altro. lui, lei, l’altra e Pablo. in quella stanza era uso parlare di PP con le finestre strette, quasi senza luce.
trasportava via ogni cosa, riportava al piccolo-microscopico. insignificanti e tremendamente buoni, forse.
Quel filmato di Picasso in cui lui dipinge per 75 minuti senza commenti. comincia con un fiore, lo trasforma in un pesce e poi in un pollo. passa dal bianco al nero al colore e alla fine trasforma tutta la composizione in un gatto circondato da esseri umani.
Sulla strada, davanti a quella casa, una persona vi guardava andare via. ( la signorina x, deve essere tornata). lui, il ragazzo delle ultime lettere si voltava e faceva un cenno. un movimento di mano che significava tutto e niente. Quella che non si chiamava Dora o Marìe Thèrése, anzi: quella senza gonna ai piedi, appoggiava la schiena a quel muro, inclinata su piazza Minghetti. guardava la marionetta: con quanta cura era stata cucita. ogni cosa riprendeva un discorso salvatore. il suo vestito era un fiore, poi era un pollo. il tessuto era bianco e nero,  il gatto era dipinto sul retro. il pesce una collana. i fermacapelli di lana pieni di persone stilizzate, bimbi neri e cinesi , bimbi da tutto il mondo.
fra le mani la pancia di stoffa. era tenera.

22 luglio 2005

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