rimani immobile. a tutto il resto non ci pensare. ricordati di non sognare

marzo 8, 2011 § Lascia un commento

– ferma, non muoverti.
– non respiro da otto ore…
Vorrei arrivare alla mia nuca, per un secondo. togliermi quella danza di cicale sotto ai capelli. sarebbe bello essere libera di slegare la coda. ritirare le caviglie su una sedia, levare questi diciotto centimetri di metallo dai miei piedi. bere semplice acqua fresca.
Quella ragazza laggiù sembra felice. ride come una lucertola gigante. la sua gioia potrebbe uscire  in qualsiasi momento. sulla pancia ha squame argentate, ci giurerei. muove la testa a destra e a sinistra, ci sono due uomini sorridenti intorno a lei. ha orecchini piccoli e brillanti, mangia cibo soffice e bianco. ride con la bocca piena.
Dicevano: l’Arte addomestica i pianeti.
e io ci credevo, una volta.
Lavorava per una galleria importante. esistevano ancora i pittori ad olio, a quel tempo. il suo ufficio aveva una finestra luminosa. il sabato mattina arrivava l’odore di frittelle, il sabato sera la luce sbieca dello spleen.
Aveva una pianta con piccoli fiori azzurri, sempre fasciata con un fiocco di raso bianco. la segretaria aveva un naso posticcio, l’abitudine odiosa di leggere le sue mail private. lui è l’uomo che un giorno decise di cambiarmi la vita. ero entrata nel suo ufficio pochi giorni prima della grande rivoluzione. era voltato di spalle, beveva un caffè. io avevo un fascio di disegni su carta paglia, legati con una corda ruvida. tenevo un curriculum nella borsa di stoffa e una nuvola di paura era filtrata direttamente nella mia testa, proprio mentre salivo le scale. negli altri uffici del palazzo era tutto un via vai, porte a sbattere, fax in arrivo, telefoni impazziti.
la grande rivoluzione, la grande rivoluzione è alle porte!
I ciclostili sbiaditi erano lasciati sul pavimento, nelle vie, ai piedi dei ristoranti. qualcosa di rosso e incandescente era nell’aria. gli uomini in doppiopetto blu si preparavano al grande annuncio televisivo.
fine. fine dei quadri, fine delle fotografie, fine delle sculture. cenere, briciole di finzione. la gente camminava veloce, l’atmosfera era quella che si mangia prima della pioggia scoperchia-tetti.
arriverà fra poche ore la vera rivoluzione…
me lo disse sfiorandomi la mano, facendo cadere i miei disegni su carta. è solo carta, diceva. mi tagliuzzò così, senza troppi pensieri. slegò la corda, fece poltiglia con la mia camicia, coriandoli con le calze e i disegni.
L’ amore rivoluzionario si aprì con le finestre spudorate, con i vetri nitidi, con il vociare dei passanti. semplici e precise forbici taglia-unghie.
lo faccio per la rivoluzione, pensai.
andrà bene. non è semplice azzardo.
Era amore. era l’amore dei giocatori, l’amore dei non-codardi, l’amore degli impazienti. sempre stata poco incline alle attese, io. non era una torre in avorio, era un palazzo di vetri incendiati. l’odore delle poltrone di pelle e dei pensieri sinergici si attaccava ai respiri. in fretta. con la fretta dei giusti.
L’Arte non era impigliata nelle stoffe del tempo, finalmente un salvatore nel cemento. l’asfalto battuto e i deltaplani a forma di stelle, tutto era danza di lucci sigillati in maracas di vetro verde. finalmente il tappo si era aperto, i surrogati fusagginosi e i carboncini grassi potevano andare a riposare negli alberghi abbandonati, sopra le colline, nei cimiteri per cinesi. su quella scrivania pensavo all’amore capace di lasciare intatti occhi e bocche.
lo baciavo.
I piccoli fiori della pianta erano viola, notavo. senza nastro di raso bianco.
Non posso muovermi, fino a fine serata sono opera d’Arte in questa casa. sono pagata a ore. tredici ore di immobilità. ho caldo.
la casa è grande, la piscina ha riflessi bruni, deve essere la valle che si specchia, o la merda dei pesci tropicali che trova una via di fuga dall’acquario. le signore hanno la pelle di brillanti, i bicchieri contengono ghiaccio a forma di spirale. lui mi manda mail scritte su sfondo giallo, quando è in Giappone per lavoro mi spedisce origami fatti con le banconote.
Vorrei grattarmi la nuca, fare pipì sul vassoio delle tartine.
Il giorno della rivoluzione lo passai a bruciare tutti i quadri del circolo, furono ore di grande fatica. la lista dei volontari era lunghissima, tutti volevano diventare opere d’Arte. le selezioni si tenevano nel palazzo di vetro. lui era un membro della commissione. grazie a lui sono diventata proprietà del museo internazionale di G. salone 3 stanza h. ogni tanto vengo cercata da altri enti e associazioni. ho tatuaggi capaci di certificare la storia dei miei spostamenti, la mia originalità, il nome dei collezionisti privati che mi contattano. dopo la rivoluzione l’immagine è diventata carne, i musei antichi sono diventati espositori per  levigate mummie alla Vanessa Beecroft e i lucci di mare sono finalmente liberi di volare.
Ripensandoci, la pianta del palazzo di vetro è sempre stata senza fiori.
Ogni tanto, si sentono le foglie verdi respirare.
Quando corro lontano dal palazzo di vetro mi sembra di volare.

25 luglio 2005

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