Se non so cosa sia il sentimento, perlomeno non mi sono ancora accontentato di quanto so per certo che non lo è.

aprile 27, 2011 § Lascia un commento

Se non so cosa sia il sentimento, perlomeno non mi sono ancora accontentato di quanto so per certo che non lo è.
I miei pensieri vagavano nel rombo byronico  del 325. Il treno/proiettile, costato circa 50.000.000 di sterline, costretto da una cronica penuria di petrolio alla solenne andatura di cinquanta miglia all’ora. Eppure ha del phatos romantico, non vi pare?
[…]
Les hommes sont tous condamnés  à mort avec sursis indéfinis. Picasso era tornato dal regno dei morti e voleva la vita.Voleva che la vita irrompesse in ogni ora, che le svelasse i suoi segreti, non voleva sprecare un sol giorno della sua recuperata libertà dentro una tomba costruita da lei stessa.Quanto tempo le rimaneva?  Un anno, vent’anni, cinquanta?. L’ orologio ticchettava come sempre ma ora lei riusciva a sentirlo. Faceva qualche differenza se l’irosa lancetta sul muro indicava un anno, venti, cinquanta?. Sapere la data e l’ora avrebbe modificato il tempo che le restava?.Cosa le restava?Che cosa c’era in origine?. La vita è un qualcosa di più che un bidone per i rifiuti pieno di casualità e confusione?La libertà dell’individuo è la libertà di morire senza mai essere sfiorato da nulla.Che cosa può trafiggere la spessa parete della personalità?la tua voce, la tua mano, un quadro,un libro, la dolce aria del mattino?. Il mio stesso io mi imprigiona, Lo scudo di piombo delle mia abitudini, quella pesante grigioazzura inerte protezione.:Pb, piombo, numero 82 del sistema periodico, quell’utile lista di titoli che al numero 26 include Fe, il ferro nella mia anima.
Come sottrarmi al mio elemento? per prima cosa fuggire. Queste, nell’ordine, le obiezioni mosse dalla famiglia:
1)  Tornerai
2) Non credere di potere tornare indietro
3) Fuggire non è un modo per risolvere i problemi
4) Da sola non te la sai cavare
5) E dove pensi di andare, eh?
6) Credi che fuori di qui sia tutto diverso?
7) Cos’è che non ti va di questa casa?
8)   Non ti andiamo bene?
9)  Cos’è che non va in te?

Ecco le risposte:

1) no.
2) no.
3) no.
4) sì.
5) ?
6) sì.
7) questa casa.
8)  no.
9) pantofobia.

[…]
La tua sciarpa ondeggiava come un pennone. Indossavi una giacca di tela e io ero tentata di dipingerti ma tu eri già un arcobaleno di colori, il cappello viola sulle ventitré. Mi dicesti che il tuo nome era Nelson, ma questo fu molto più tardi, molto dopo che io scoprii di chiamarmi Hamilton. Capii quella stessa notte che volevo diventare la tua amante e navigare i sette mari nel tuo piccolo groviglio di cime. Accostai un occhio al telescopio e ti guardai. Un attimo può ancora cambiare una vita.

Jeanette Winterson, Arte e Menzogne

3 settembre 2005

Annunci

la casa dei colori

aprile 26, 2011 § Lascia un commento

[ testa]

Le finestre sono quattro e le porte sul davanti sono due. tutto è contornato da cemento grigio. il tetto è ancora da completare. è posizionata a Est, rivolta verso il mare. la luce non colpisce i mattoni rossi, non si posa come farfalla sul mirino a riposare. la luce inumidisce di liquido cipria. è un sole senza raggi, umido di erbe e insetti. ufficialmente è disabitata, in realtà è largamente occupata.

p. vive su un piede solo, ha pantaloni sporchi di colore arancio

g. vive in una bolla di lardo, cammina senza toccare terra.

z. è invisibile ma non inesistente.

[corpo]

Svariati tubetti di colore a olio sono posizionati sul pavimento. 6 pennelli pelo di bue

1 flacone di olio di semi di lino

1 pasta leggera, molto bianca, per tele.

1 viola acrilico

Quando i colori si aprono non ammettono repliche, scusanti, ritrosie, dicerie. colore aperto è specchio gelido al mattino presto, su vento pela-patate, su porte aperte a sbattere in stanza senza porte. è schiena nuda su tavolo operatorio, è taglietto su pianta di piede, è ferita da carta. [ scritta in croato, su rotolo di carta igienica]. Quando colore esplode è assenza di se e di ma. o tutto o niente. è rogo di bignami, è pirite buona per mobili e non per monili. [ scritto in croato, su barattolo di confettura di fichi]

Quando colore esplode è stanza buia e segreta per amanti. [ scritto in croato, sulla tasca di un vecchio accappatoio azzurro scuro] sono oceano contro pozza. [ è un cartellino di velluto, con scritta in argento, appeso al collare di z].

g. non tocca terra, ma la parte posteriore del suo corpo è fatta di striature di unto, variegato di frutta, avanzo di frullato.

p. ha il piede in bocca, il solo che ha deciso di utilizzare. sorride. La casa può essere posizionata in un punto a scelta, passato il Carso. il giardino è coperto da cavalli Lipizzani volanti, fatti di occhi mobili e muscoli. zoccoli aderenti al sali-scendi carsico. in realtà vedo solo pianura.

g. parla, ha imparato ieri. dice una serie di numeri, intervallata da una cantilena slovena.

z. non parla. scrive. sui muri lascia le sue parole di perle. bolla. casa. pancia. male. acqua. tondo. ferro. scempio. cerco. ti penso.

p. suona. le conchiglie sono femmine. come i fichi da aprire, le giornate di maggio.

[ coda]

I mobili sono sommersi dall’acqua di lago. al centro della tavola un castello. le trote sono contenitori per colori. le alghe sono gli unici pennelli. Qui, mi chimano màriza. e anche il mio cognome è stranamente diffuso. il mio parlare è figlio di un tu non sei italiana, tu hai origini di qua. z. mi guarda e sorride. z. conosce tutto. forse sei di oriente estremo. invito al gioco. La casa ora è sopra Pirano, con i piedi bagnati. le case sono quelle dei salinai, dei pescatori, dei giocatori di carte, dei suonatori di vino. z. mi aiuta a raccontare, una maleducazione sciatta declinare. Oriente, un soffio semplice per iniziare il gioco in scatola. sì, sono orientale. sei falsa. spuntano gli alchimisti, quelli del segreto del cinabro. quando è freddo non si lavano ma si ungono di grasso di pesce. vuole sapere delle apprendiste geisha, lui. della diversità dei kimono. esistono ancora?. è vecchio, con la faccia scavata di rughe , sorride di lardo e nettare caldo e non si accontenta. forse non ci crede. occhi a mandorla. dice. vuole i dettagli sul sesso delle geisha. esistono ancora al tuo paese? z. ride. diventano confermate dopo la deflorazione di un ricco sconosciuto. può bastare. prende le sue corde, le sue casse di legno, la sua onda di fantasia e andare. g. dice: me lo vedo usurpare vergini e sorridere, contento. dovrebbe abitare su un faro o sul Duomo, per tenere negli occhi tutto il golfo di Trieste. invece abita in una casa piccola e nuova, con un cane senza occhi e la finestra esposta su un bagno pubblico. Neanche il tempo di un sospiro per accorgersi che la casa si trova nel fresco di Kranijska Gora..

g. balla

p. mi scrive

z. vola.

23 agosto 2005

la polaroid della bambina nube

aprile 9, 2011 § Lascia un commento

[ dovresti smetterla di parlare di cose inconsistenti].
Sono giorni che mi picchietta in testa  e mi solletica la lingua. ieri aveva una camicia bianca e la pelle era lucida di doposole troppo profumato. ieri aveva la sbadataggine dei gesti raccolta sulle spalle e l’incuranza arrogante della felicità lasciata al caso. ieri parlava di barche lasciate in mare senza remi e di nuvole pitturate. ieri l’ho guardata per bene, aveva la gola secca e gli occhi gonfi. si era messa in posa per una foto immaginaria, con i capelli di nodi zuppi incendiati da un tramonto rosso di seta sporca. seta incollata a un fondo di cartone. lo sapevi? gli antichi fanno srotolare il cielo agli angeli, sui soffitti delle chiese. gli antichi avevano una terra tavolo di biliardo e bambini biondi a indicare la fine di tutto, a srotolare i confini di colonne. ora abbiamo carte e satelliti e triangoli a segnalare la presenza di orsi e capre, la caduta di sassi e zolle. ora i bambini biondi vengono dipinti sopra tristi letti. ieri la bimba giocava con il suo bavaglio di spugna lavabile e incerato, sporca di sugo alle olive e di caffè. è stata bambina lucertola, una volta. camminava scalza su una terrazza di cemento fresco posato a grumi e malediceva ridendo il dolore che veniva dal basso, che saliva dai piedi. ieri ho visto un suo filmato, aveva il viso scottato e le unghie laccate di una lacca trasparente. rideva a tratti e veniva sempre rispresa obliqua, metà fronte e un solo occhio. la bambina nube è una polaroid lucida, appesa al frigo porta-magneti, sotto al disegno di uno scolaro: una casa a triangolo arancione e blu e una grande bandiera del marocco. la bambina nube ha in dotazione un certificato scritto fitto fitto. non contiene indicazioni su quello che diventerà, non è dato sapere se diventerà ragazza tempesta o donna di tramonto. ora è solo una bambina nube, con un corredo azzurro e collane di scogli. non potrà mai diventare precisa, concreta, pianificata. questo è scritto sul certificato, in tutte le lingue del mondo. la bambina nube è stata bambina sirena, una volta. lo sanno tutti, le bambine sirene sono intimamente sciocche. hanno in dotazione il giusto ammasso di parolone rifinite, ma sono famose per lasciarsi andare a tintinnanti risolini senza capo, durante la notte. le bambine sirene sono numerose ma abitano solo le città improbabili. Varsavia, Calcutta, Damasco. In Italia vivono a Torino, le bambine sirene hanno il potere di trasportare a loro piacimento il mare. abitano una Torino piena di tende al basilico, di reti agrumate, di tubi gelidi, di fiumi carichi di miele elettrico.
La mia bambina nube mi dice sempre che ama respirare nelle città in rifacimento. è facile vederla camminare nelle piazze piene di manichini blu, fra omini con elmetti e musiche provenienti dalle fogne. la bambina nube è salita su scale di gorgonzola, una volta. si è fermata davanti a grosse tele di colore perfettamente allungato. così teso da non lasciare ombra di setola, così liscio da far pensare all’utilizzo di una lingua di drago cinese. la tua bambina nube è inconsistente. così dicono tutti. eppure è stata vista su un taxi bianco, è stata vista passare da una finestra, respirare dentro a un bicchiere di latte e menta. è stata vista fermarsi in una strada deserta, e dichiarare con aria da Duce, con bocca da formica, con il sapore del ferro ancora chiuso in valigia:
sì, l’estate è finita.

21 agosto 2005

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per aprile, 2011 su bestiaario.