e poi ci sono quelle estati che cadono, che si incollano. e ora è autunno, eppure di lui non mi dimentico.

maggio 28, 2011 § 3 commenti

Un mare che sbucava dalle file di roulotte e tende scure, un mare che faceva capolino  fra i bungalow verdi. consuelo aveva undici anni, grazie a questo privilegio poteva ancora saltare in braccio a marco senza essere accusata di eccessiva malizia. elisa non poteva perchè a quattordici anni è sconveniente  strusciarsi tutto il tempo su un ragazzo di diciotto . consuelo guardava marco dalla finestra del suo bungalow numero diciassette. perchè zia lidia non voleva quel numero sfortunato, e invece consuelo lo aveva voluto fortemente. lo aveva desiderato e aveva preso felice il portachiavi di cuoio con il numero dorato, dalle mani nodose del signore del campeggio. e aveva fatto bene, perchè una notte le donne si svegliarono con i piedi bagnati e si buttarono mezze nude sul vialetto con le scope in mano e i secchi per l’acqua. e anche consuelo si svegliò quella notte, per aiutare tutti, ma in realtà faceva solo confusione con la sua corsa a zig-zag  e la costruzione della zattera per barbie naufraghe. ed era segretamente felice, consuelo. felice di aver scelto il numero diciassette, quello che nessuno voleva, l’unico bungalow rimasto miracolosamente asciutto.
marco aveva una roulotte e veniva da Torino. allora consuelo lo prendeva in giro lasciando sul suo letto dei bigliettini scritti con l’uniposca argento. juve merda, scriveva. firmato: marcovanbasten.
e poi scappava via, veloce.
marco era il secondo di tre fratelli. erano tutti lì, al mare, in quella parte di Toscana, in quel campeggio per famiglie. marco era sempre senza maglietta e aveva gli occhi chiari, magari sfuggenti, e le mani nervose. magari frettolose. i capelli sopra le spalle. biondi di un biondo che può essere definito biondo solo in estate. marco non stava mai fermo e le ragazze lo venivano a cercare con le manine sudate e i gridolini delle amiche e le smemo a quadretti negli zainetti invicta. aveva la roulotte piena di contenitori di uova. suonava. e consuelo ci passava le ore a muovere tutti quei tasti strani e ad ascoltare la musica dei tre fratelli. ma ascoltare non è la parola giusta. e marco aveva una cuffia, una cuffia che allargava al massimo per permettere a consuelo di infilarci il muso, di mettere la testa vicino alla sua, in quel cerchietto nero. e rispondeva sì. mi piace la tua nuova canzone, come se non avesse sentito tutto il tempo la guancia e il movimento di occhio-coda, lo scorgere dell’azzurro, un barlume qualsiasi di nero-pupilla. consuelo giocava con elisa e stefano davanti alla roulotte. in eccesso di voce alta, in alterazione di toni , in  enciclopedie da prove tecniche di saliva su cuscino. elisa leggeva cioè come su un palco, la rubrica sul sesso, la posta del cuore. perchè lei era grande e doveva farlo capire a marco.
la mamma di marco aveva l’odore del dolce che preparava sempre, quello con le barrette di mars e il riso soffiato. consuelo giocava con stefano. puoi andare fino al bungalow numero ventisette, non oltre. oggi mi darai la tua merenda, domani andrai in quella roulotte a rubare qualcosa di colore blu. giochi da burrone. compiti da sussidiario in sussulto dell’orrore. per vedere dove sono i confini, dove si può arrivare. elisa si spingeve oltre, in maestria da combattimento. dietro ai bungalow gli adulti perdevano la capacità di controllo, era la zona per la rivoluzione. il regno dei bambini aveva la puzza di marcio del canale,i fili della biancheria tesi sul collo, in corsa scalmanata ,in distrazione concitata da riga bianca contro plastica appuntita. il retro. quello che non si vede. canotti di plastica colorata appesi come animali al macello, piatti sporchi da lavare,  televisioni portatili in lontananza,  briciole buttate,  secchielli pieni di conchiglie rotte, bidoni sporchi di  terra rossa,  ciabatte piene di sabbia,  creme solari finite. le liti fra moglie e marito, sentite di nascosto. nel retro, perché certe liti non arrivavano alla porta principale. i bagni con le finestre aperte e le donne nude per qualche secondo. lo spray anti insetti, la paletta arancione per schiacciare le mosche.
elisastefanoconsuelokatia.
in comandi puntuali per chi è in cerca di approvazione, in comandi per il bambino grasso. togliti i pantaloni, abbassati le mutande. e stefano con la faccia rossa, senza respiro.
dieci nove otto sette sei…
puoi rivestirti.
elisa e i suoi adesivi, i braccialetti di plastica sottile, colorati. madonnavascojackson. con presunzione di crisi da brufolo, da piedi sulla tovaglia a quadri. io sono la più grande, io ho baciato con la lingua.
consuelo e Dylan Dog. stefano puoi leggere i miei fumetti, ma non puoi mai arrivare all’ultima pagina, non puoi vedere la fine.
il retro. il non visibile,i giochi con le lucertole, i furti di biancheria. consuelo si fingeva giapponese, in mania esterofila ed esotica, intrecciata con parole giocate, impastata con i bambini tedeschi, che sorridevano, che la seguivano nel gioco verbale.
quel giorno consuelo aveva undici anni.
disegnare con il rossetto rosso sulle lenzuola bagnate.
aveva il fresco del muro sulla schiena, il costume giallo a stelline nere, gli spicchi di sole sul lenzuolo. la punta del rossetto ancora nuova. si rapì di stupore lo sguardo dei genitori di consuelo. un donnone tedesco bussò al bungalow numero diciassette portando insulti sotto la maglia trasparente. tutto si incastrò contro il tavolo, sopra alla ragione. in armonia di spaghetti alle vongole. consuelo aveva un dito di vino nel bicchiere di carta. il donnone portò insulti e rimproveri da biancheria rovinata. non si poteva scrivere sui muri, lo sapeva. non si poteva scrivere sui panni stesi, certo.
scappò via, consuelo. inseguita da sassi di parole in italiano e tedesco.
per trovarla venne incaricato marco, biondo militante dalle parole importanti e sensibili.
l’odore del bucato, le mollette colorate, il puzzo di marcio, i pinoli a terra. le gambe sbucciate, la coda di cavallo, le carte di gelato, i vestiti del calippo frizz. il retro, il canale.
marco arrivò incontro a due occhi pieni di liquido e a un broncio. si mise a sorridere poi la spinse in un abbraccio forte e stretto. consuelo si fermò, bloccata dalle cose romantichesentimentali, in pudore da guerriglia costante ma silenziosa. poi si lasciò le spalle, si buttò sulla sua abbronzatura, sulla sua collanina bianca.crollò in un pianto da cascata di bicchieri, da rottura di sedia. riversò lacrime di congiura, di odio e di rabbia. uno di quei pianti che si possono fare solo in estate. un pianto alcolico e ubriaco da caduta su ghiaia. in slacciatura di margini. lacrime di fuochi e sudore misto a vomito e vergogna. lui le accarezzò i capelli e si complimentò per il bel disegno. un disegno sui led zeppelin, era orgoglioso. un dipinto in suo onore. e poi il giuramento. marco giurò, quel giorno. consuelo non ha mai pianto. no.
quel pianto a cuore aperto rimase un segreto disegnato su un lenzuolo tedesco.

10 ottobre 2005


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C’è una sorta di indifferenza nei miei quadri che li rende più violenti, perchè non c’é oggetto che non sia come cancellato, annullato. (Luc Tuymans)

maggio 21, 2011 § 2 commenti

Il giorno della morte di Betty io ero dietro le quinte. stavo studiando con Roger una nuova coreografia per la ragazza scimmia. la gente vuole di più, si è stancata di un numero di trenta minuti con quattro banane lanciate in aria e un gonnellino di brillantini a far la ruota. non sono tutti così idioti da piantare il naso in cielo per ogni gonna volante. non più. E dire che Betty era tutta, tutta , tutta la solidità racchiusa in una mano.una mela rassicurante nata nel ventre degli Stati Uniti. un frassino sano, piantato fra smilzi rametti giapponesi dai fiori microscopici. una coscia di pollo nutrita a pane e burro nazionali. un cervello pratico cullato su sedie a dondolo prodotte nello stato, costruite da sani e robusti lavoratori americani. sedie montate su verande a stelle e strisce, verande di vero legno solido e resistente. ero stata io a sceglierla. certo, a Bob non è mai andata a genio. lui preferiva quelle come Nancy, quelle al sapore di pasticca alla menta, con la consistenza della crema di riso. le ragazze passerotto, quelle con i polsi che possono essere contenuti in fedi nuziali. quelle ragazze-meteore, quelle che quando camminano si portano dietro una musichetta da maracas di lucciole. quelle ragazze-scia, quelle che con un semplice starnuto possono cadere al suolo, come svenute. io invece avevo scelto Betty per quel suo masticare la gomma in modo energico. per quelle sue gambe grosse -ma slanciate, con i giusti tacchi!- gambe scaccia-crisi. sì, quelle gambe davano l’impressione di tenere lontani dalla casa dei sogni incidenti e brutti affari. debiti, tasse, gravidanze, herpes. ho sempre avuto una certa riluttanza nel mascherare le imperfezioni agli angoli delle bocche. ho sempre avuto un cattivo rapporto con quel liquido giallo e schiumoso, con quelle crosticine coperte dal trucco. Le ballerine gravide sono una maledizione, fanno saltare gli spettacoli e poi si fanno la pipì nelle mutande di lycra. tutte quelle mutande coperte di piume, buttate negli angoli dei camerini in legno sono fonte di puzza mortale. quel genre di odore che ti entra nel cervello. oh, sono ancora così francese, per certe cose. Il giorno che ho ucciso Betty avevo un bel vestito bianco. una gonna ampia, a pieghe. un corpetto ricamato e una spilla rossa a forma di libellula. avevo sfidato la pioggia, con quel vestito leggero. Quella mattina Betty era dolorante, si riparava la pancia con le mani. nel bagno trovai una chiazza di vomito. sono nausee mattutine. pensai. aspetta un bambino,è evidente. In realtà aveva semplicemente mangiato chili di gelato americano, la maiala. Pazienza. ho sempre odiato quel tipo di ingordigia. oh, sono ancora così maledettamente francese, per certe cose.

19 settembre 2005

quella lama affilata che sentivi sul profilo era solo un passaggio di marshmallow

maggio 5, 2011 § 1 Commento

finalmente.
non come Odette, e il suo modo di stendere i panni. senza badare al colore delle mollette.
non come Dalia, che quando mangia una pesca si accartoccia in maschera di cartapesta insaccata. si volta il muso in una smorfia di disprezzo per la riga di liquido sul braccio.
non come orso, che mi parafrasa in sanscrito, cercando orpelli invisibili fra i vestiti sporchi.
non come berna, che si investe di tufo e mi cerca nei posti sbagliati. che mi scrive regalandomi la palla della responsabilità. [ uomo, ti trucchi come una patata di vetro!].
non come Amélie, per carità. perché ti sbagli di grosso a disegnarmi con quella voce. capirai, di epifanie e magie ne abbiamo viste fin troppe da queste parti. ora, si gradirebbe altro. si trattasse pure dell’affondare le mani in cose sporche.
non come maestro D. e il suo masticare libri per depistare la sua agenda -calendario, in perenne versione fariseo.

ma:

come mamma flo in quella foto ocra, dentro la macchina rossa. a Mont Saint Michel. in mosaico di sorrisi, capelli e vestiti leggeri.
come quella bambina sul cesso, aderente alla sua sbadataggine, compiuta altrove. mentre getta la mano sul rotolo di carta. senza guardare. mentre libera un pipistrello dal suo sonno, dalla sua cuccia  igienica.
come Sally Mara. per il nostro stare sedute in  Piazza Santo Stefano, mentre osservo -ridacchiando-  la spaccatura di  un cuore balbuziente.
come O. , per la sua casa tonda, senza letto di scorta. per quella vecchia storia di sangue e orchesse, che conosciamo solo noi due e  Picasso.

8 settembre 2005

Dove sono?

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