Appunti in flusso di tempi ( l’importanza dei liquidi)

giugno 25, 2011 § Lascia un commento

Mi sono svegliato per primo questa mattina. la sveglia sembrava un grosso uncino o una piccola scultura di lame o una pancia di pesce palla numerata. lei ama quella sveglia. è una passamaneria all’odor di naftalina uscita dalla scatola dei giochi, da quel corredo di polvere biologica definita “dote”. la sua dote. otto volumi spessi sulla storia dei Comuni, volumi scritti dal suo adorato nonno. Una coperta di pelo bianco passata di casa in casa, sistemata con la cura che si riserva ai neonati.un pellame appartenuto al vescovo di Chaix, roba da museo. la sua famiglia. Oggi la sveglia aveva una freccia più pigra del solito.  è stretta, uno spessore di pochi millimetri. ogni giro del tempo è un soffermarsi su un pallino numerato raffigurante una faccia da catalogo di moda del secolo scorso. I quadri della nostra stanza sono dei fini Elizabeth Peyton, miniaturine originali di celebrità. quadretti eseguiti con pennellate veloci appena abbozzate, colorini freschi da shampoo al pompelmo e gloss lucido alla fragola. ho speso un capitale per quei quadri alla moda. ma Noel Gallagher, appeso di fianco alla porta a vetri non mi frega. Stamani si è come trasformato, lo sfondo pesca è diventato un rosso cupo, ha un nome quel colore e lei lo direbbe con naturalezza, scostandosi i capelli dalle spalle. è stata lei a insegnarmi l’importanza dei colori. sono tornato a casa dal nostro primo appuntamento con la consapevolezza di quelli che sanno distinguere un verde oliva da un verde vescica.
Mi sono svegliato presto questa mattina, anche perchè Noel Gallagher travestito da antenato baffuto è difficilmente sostenibile. le prime ore del giorno sono sempre le più fantasiose. le sedie diventano tartarughe scudate  dotate di palle/corazze muschiose e odorose. una corazza da artiglieria viva e scivolosa con un cosmo-vascello saltellante in spalla. Solo io e Melville ne abbiamo viste di tartarughe così. solide e parti del paesaggio.
Non mi piace accendere il tasto della luce, fuggo quel click secco e definitivo. mi inquieta il battito d’ali di una farfalla. e quel bottone è una farfalla meccanica, non posso ricevere smentite di nessuna foggia e consistenza su questo punto.
Quando sono entrato nel bagno ho visto un vapore scottante attorcigliato ai suoi capelli. non si arrende al capello mosso, lo doma, ci lotta ogni giorno. non mi ha ceduto la coccarda del primo in piedi. ha una schiena così eretta da far schifo. davanti avevo un cavalluccio marino con gli occhioni puntati allo specchio e una vasca bianca piena di ovetti di mare e stelle alpine balsamiche. lei canticchiava qualcosa di Antony & t.j.
non ricordo con precisione quando tutto è iniziato. io non ho mai smesso di essere un bisonte di prateria pieno di terra puntata agli zoccoli. ho sempre avuto un naso da cinghiale nero incrostato di tufo. ho sempre dato l’impressione di stare bene seduto vicino a un dirupo insaponato da funghi lisci.
Lei. lei invece non ricordo. abbiamo smesso di parlare perchè tutta quella sua acqua termale piena di bolle non conteneva il peso specifico giusto per la diffusione delle parole. l’acqua non arriva alla terra, per farla semplice. ma forse dal fondale di ghiaia effervescente nascono sfere di discorsi, forse lei parla sostenuta da un letto-conchiglia pieno di lucci di fiume con occhi-scheggia. forse.
Alle otto e trenta ero ancora in bagno a guardarla. è sempre bella. ha sempre gli stessi movimenti, le stesse abitudini. no, non posso dire che è una romanza al capolinea. Solo quel silenzio, maledetto e incastrato negli angoli delle stanze.  lei e il suo pauroso mutismo capace di specchiarmi la pancia gonfia, i capelli sempre più radi. a insalatina di mare, direbbe lei. sembra quasi provare un sottile piacere nel vedermi analizzare il vuoto-silenzio di una stanza da bagno.
sei tu il responsabile. ma non lo dice.
Dieci minuti per una frangia perfetta, tre per una riga di nero liquido extraprecisione 06, pochi secondi per un pettine supervolumizzante antiallergico cils extra longs.
ma.
la pipì.
E così ho smesso di guardarla, di vedere gli ultimi tratti compiersi. l’ho fatta uscire, questione di pochi secondi.
sputo un fiume di pipì giallo miele, la prima del giorno. quella trattenuta per pigrizia tutta la notte. quella liberatoria e rumorosa.
solo alla fine me lo guardo, lo agito un poco, con delicatezza. scrollo a destra e a sinistra. segno il territorio, come la sua gatta anoressica. come da bambino guardo le macchioline sulle piastrelle, sul bianco del gabinetto. e poi vedo la carta igienica, l’ultimo quadratino. lo lascio scivolare sopra, ma ho in tasca ancora qualche buono spruzzo. una piccola pioggia di pipì sul quadratino di carta, l’ultimo. e mi ricordo di lei, del suo tocco di rosso. del rossetto ancora da disegnare. lei, che ha sempre voluto portare tutti ai suoi occhi, non alla sua bocca. con quella vecchia abitudine di abbondare con il rossetto, di stamparselo per bene e di toglierlo subito dopo, con una serie di baci al quadratino della carta igienica.
tutte le mattine.
Oggi in ufficio è stata una bella giornata.

3 ottobre 2005

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le meduse sono i fantasmi dei polpi (Artur Scantini)

giugno 19, 2011 § Lascia un commento

Ha una camicia di flanella pesante che diventa una medusa danzante quando accende la lucina della notte a forma di Doraemon. la notte si sveglia per le emergenze, dice di sentire le voci, dice che durante la notte la voce è più forte. il primo a essere svegliato è sempre mio fratello. è il più piccolo e ha un sonno molto profondo. io invece sento i rumori nel buio, e poi non ho bisogno di molte ore di riposo. mi stacco volentieri dal film appiccicoso dei sogni. un collante ovattato e soffocante. riesco a piegare il futon in pochi secondi. quando si avvicina per chiamarmi sento le sue gambe levigate e morbide, le accarezzo. è da lì che che prendo la forza di sollevarmi e aprire gli occhi. dalle su gambe bianche piene di energia. io e mio fratello ci mettiamo i vestiti sopra al pigiama. lei invece esce in camicia, si infila il suo cappotto viola sopra alla veste da notte, quello lucido con i bottoni metallici che fanno click. mentre ci spingiamo lungo le scale lei ci tiene le mani sulla nuca, ci dice che dobbiamo muoverci. mio fratello si trascina lo zaino di plastica pieno di giochi. uno zaino di gomma sempre pronto per le emergenze. io non mi porto mai niente dietro, mi piace dondolarmi con i pensieri, in quelle case straniere. il quartiere sembra sempre incendiato sul finire della notte. buio e cupo con qualche lampo improvviso. le luci sono intermittenti e nostra madre sembra una decorazione di un locale di Kabukicho. la sua giacca di nylon viola si gonfia a seconda dei movimenti, la stoffa al suo interno esce sui bordi, in piccoli risvolti. la sua faccia bianca- puntellata di rosa acceso ed eccitato- sembra quella di una ragazza dei video musicali. una ragazza seria e impegnata che canta immobile. gli ubriachi rimasti fuori tutta la notte la fermano strattonando leggermente la manica della giacca, ma lei non si spaventa e ci dice semplicemente di aumentare il passo. solo sul sedile della macchina mi rilasso e mi distendo. guardo fuori dal finestrino pieno di puntini fucsia e gialli. i puntini diventano trattini in movimento e infine i trattini diventano linee di fuoco rosso e giallo che si intrecciano a segmenti come mini scubidù elettrici. mentre sento il caldo della macchina, il rumore del motore e l’odore del caffè nei bicchieroni di carta, penso che sono proprio quei mille scubidù infiammati e veloci a dare energia a tutto il quartiere. si muovono e si organizzano come ho visto fare alle api su quel libro di scuola, si formano a gruppi di tre, saltellano a forma di spirale a DNA, salgono sui cavi elettrici, entrano nei computer. i piccoli segmenti portano le ragazze in costume dentro la televisione, fanno muovere i pupazzi della pubblicità del dentifricio rosa, portano vita alle bimbe shojo manga. sono i fili colorati a permettere a mia madre di stirare le nostre divise, sì. le emergenze sono fastidiose e stancanti, ma nostra madre è buona e questo è il suo mestiere. la prima volta è successo con tobo, il gatto della nostra vicina di casa., la signora Kaneyama. nostra madre si era svegliata sudata e con i capelli sollevati in direzione del soffitto, come piante incontro al sole. era andata a casa della signora Kaneyama senza avvertire, suonando il campanello più volte, fino a svegliarla. aveva sentito quella che mia madre chiama la voce del gatto. lo aveva sentito chiedere aiuto. e in effetti il vecchio tobo era in fin di vita, castrato da una tosse insistente, con il naso e le orecchie infettate e colme di pus. da quel giorno sono passati tre anni, nostra madre conserva tutte le foto dei suoi animali parlanti. sono loro che la svegliano per ricevere l’ultima carezza, prima del sonno definitivo. in cucina abbiamo anche sette foto di serpenti. mia madre dice che è molto difficile comunicare con i rettili, è molto orgogliosa di esserci riuscita in sette occasioni. le case sono tutte nuove, capisco subito se sono abitate da bambini. una questione di urletti gracchianti che rimangono incastrati nei tappeti in stile occidentale. Ora nostra madre prega davanti alla cuccia di un cane pieno di pustole, è inginocchiata sul pavimento con il suo piccolo altare portatile. il cane la guarda con occhi di spugna. la zampa mancante è la più evidente, quella che cerca più carezze. anche se è stata rimossa mia madre accarezza l’aria, lo spazio vuoto che ospita il moncherino. la padrona è una vecchia signora che tiene in braccio mio fratello. ha il visino sommerso in una guerra di spade laser e beep. mio fratello è l’unica cosa colorata della casa. le case che ospitano animali malati sono raggiunte da colori simili. le case diventano marmellate di castagne. gli oshiire diventano trasparenti e le televisioni mosche predicatrici. le televisioni in quelle case raccontano solo prediche e preghiere. l’aria è marrone, di polvere e movimenti lenti. se fuori è un teatrino con sagome a colori acrilici, dentro è una stampa antica.

25 ottobre 2005

ebbene in un impeto di ribellione per tanta imbecillità in quei giorni anche il busto di Lenin cominciò a lacrimare (piccola Pietroburgo-Offlaga Disco Pax)

giugno 12, 2011 § 4 commenti

La signora lo guarda come se fosse un lebbroso a una festa in abiti di gala. deve avere molto da lavorare ultimamente, la stanchezza lascia sul suo volto dei segni di legno, piccoli piccoli.sono come brevi taglietti, leggeri trasferelli sulla sua pelle. conosco bene questa parola: trasferelli. il figlio ne aveva mille, da bambino, una fila di bollini colorati incollati al culo. si metteva davanti allo specchio, con quella sua faccia azzurra e livida, poi mostrava il culo. lo tirava fuori dai pantaloni improvvisamente, lo scopriva come se fosse un giocattolo nuovo. una palla decorata da mostrare. anche il figlio lo guarda sempre male, con aria di superiorità. ora è cresciuto e non ha più paura del signore. gli omini neri arrivano sempre con il buio, in quelle sere senza luna e senza stelle. si spingono con quel passo da lavoratori, oltre le curve intricate, fino alla strada maestra. una pianura così lunga e maestosa nella sua prospettiva di lampioni lineari, una doppia fila di perle gialle. le luci vengono spente alle ore ventidue, una regola fissa da quando è entrato in vigore il controllo energetico. gli omini neri sono molto gentili. quando controllano le mie scatolette di carne in gelatina si preoccupano sempre di mettere tutto in ordine, come se fossero scatole ancora da aprire. comunque la nostra è una casa ubbidiente, non conserviamo testi proibiti, non ascoltiamo radio ribelli. la signora si preoccupa per ogni minima sfumatura. quando lo guarda così mi spaventa. in fondo è malato, un vecchio uomo da lasciare in pace. il signore ha smesso di parlare dalla grande notte della moderazione a oltranza.da allora vive in una sola stanza, circondato da pensieri e vecchi simboli. da quella notte ha iniziato a costruire strane coperte fatte con unghie intrecciate.un lavoro paziente e minuzioso. regolato dai tempi di ricrescita delle unghie di tutti i componenti della famiglia.
la mia personale lotta contro il regime della moderazione a oltranza.
queste sono state le sue ultime parole, da allora non ha più parlato. la signora dice che il suo cervello è diventato acqua colorata, pappa di dado, calcare polveroso. le coperte di unghie hanno riempito tutto il salotto. sono scheletri di barche maleodoranti installate sul grande tavolo nero, sono vestiti di dame morte, sepolte nei vasi sul balcone. di notte diventano meduse fluorescenti o fantasmi perduti. ma queste cose bisogna solo pensarle, sono fottute romanticherie da cani deboli. da barboncini sul sofà.
Il signore lavora sempre in piedi, ha un qualcosa di lustro e selvaggio. quel minestrone di sdegnoso isolamento e regalità dei pazzi. un misto fra un pistolero e un monaco, capelli radi da pensionato in pigiama e occhi elastici da poeta canaglia.
Oggi mi sono incastrato una zampa in una delle sue coperte taglienti, piangevo come un pincher in calore. il signore si è avvicinato. così vicino non lo avevo mai visto. le sue narici erano piene di carne e la fronte zeppa di aria. gli occhi piccoli, di spilli.
ha sollevato la coperta bianca di mezzelune dure, ho guardato le sue mani senza più unghie, bendate in punta.
ho sentito il suo fiato di vecchio, ho sentito il suo alito provenire da dentro, provenire da un posto lontano anni luce dal nostro mondo, un posto distante dieci ere canine. il fondo più sincero, quello senza filtri e compromessi, la cavità più scura e viva. quel miscuglio di viscere e pelli, umori  e salive. il posto che contiene tutto.
per un secondo ho pensato: ora apre la bocca di carta e mi aspira, mi risucchia nella pancia, nel paradiso dei cani ebeti.  ora mi dondolerò nel caldo liquido amniotico delle minestre al semolino.
invece.
invece mi ha preso il collare fra le bende, il collare con la medaglia siglata dal governo. l’ha letta a voce alta, con disprezzo. Bobby. ha detto. poi la sua faccia si è fatta giovane, l’aria ha preso il colore di chi ha un segreto da svelare, di chi ha un regalo da mostrare, di chi ha una nuova amata da annusare. un segreto fresco e spalanca-universi.
la sai una cosa? mi ha detto.
tu non ti chiami Bobby, il tuo vero nome è Lenin.
e ha sorriso, dio quanto ha sorriso.

13 ottobre 2005

Dove sono?

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