per la scienza, non per la rivoluzione

luglio 29, 2011 § 3 commenti

Avevo sedici anni e la primavera tardava ad arrivare. continuavo ad indossare il mio maglione di lana nero con il collo a scacchi arancioni. mi prudeva il collo, creando grosse pustole traforate da un piccolo pallino scuro sulla cima.
Hai dei vulcani di lava secca sul collo!. dicevano al circolo i ragazzini più piccoli, ridacchiando.
Mia madre usciva di casa quattro volte al giorno per comprare un pastone bianco da spalmare sui crateri: la crema puzzava di aglio e canfora e, ovviamente, teneva distanti tutte le ragazze della classe. aveva la consistenza del gesso, o dello strutto o del cemento. forse non ricordo bene.
Al circolo le radio erano sempre accese. nelle vie, gruppetti di persone discutevano di atti pubblici, manifestazioni, rivolte, semplici ma dure lettere al sindaco.
Non mi era ben chiaro nulla, in quel periodo. ogni tanto qualcuno scriveva qualcosa, usando come appoggio la schiena del suo vicino.
Il mio ex professore di matematica era completamente impazzito: ogni giovedì sistemava il suo sgabello in piazza e iniziava a parlare del pericolo della minaccia rossa.
I consiglieri comunali avevano già sbarrato il balcone del municipio, per evitare discorsi al popolo di stampo sudamericano.
E’ molto distante da noi, il sudamerica? era questa la domanda ricorrente di mia sorella, al ritorno dall’asilo.
Il fornaio aveva nascosto il suo pane migliore in cantina, regalando così una consistenza perennemente umidiccia alle rosette di sesamo.
Vania era un marziano.
Era arrivata in paese da poco, e non mi aveva mai rivolto mezza parola. gli occhi erano rossi e i capelli sottili e grigi. no, i capelli erano rossi e gli occhi sottili e grigi. il risultato finale era l’opposto ma forse non ricordo bene.
Era veramente fredda quella primavera. i fiori spuntavano e si congelavano all’istante. da un giorno all’altro le gemme diventavano petali, le foglie si tramutavano in radici verdi e abbondanti, poi i rami tornavano miseramente secchi, marroni e nudi.
Vania era sommersa per metà, dentro al lago. gli occhi chiusi, e le mani a pelo d’acqua.
La camicia a quadretti lasciava spuntare solo qualche passo di piccolo seno.
Non riuscivo a parlare, volevo dire qualcosa di simpatico e brillante, cacciare il mio imbarazzo. non volevo chiedere spiegazioni, non volevo pensare a un malore, non volevo farmi sfiorare da dubbi di vita o morte.
Avrei voluto avere a portata di mano il mio taccuino di poesie: leggere qualche verso ed evitare una qualsiasi mia reazione esagerata o semplicemente sbagliata. imbarazzo per imbarazzo, sarebbe stato un diversivo.
Preferisco il fiume, mi disse sollevando la testa dall’acqua. il lago è sempre uguale, noioso e stupido.
Aveva la bocca viola e i capelli sugli occhi, sulle gote, incastrati a groviglio e spirale sulle tempie.
Ero paralizzato, ma con un gesto mi allungai, fino a prendere la sua mano. me la ritrovai davanti.
fatta di quadretti trasparenti e scarponcini pesanti e zuppi.
Sembrava veramente un marziano, o un pesce azzurro proveniente da acque di altri pianeti.
Quando la primavera si trasformò in decisa estate, Vania si prestò alla scienza.
Si sdraiava nella boscaglia, su un tavolaccio usato per le ultime elezioni.
Quando sfilavo le sue mutandine, lei, con la bocca serrata, smetteva di respirare. con una piccola torcia studiavo il soggetto, ogni centimetro.dietro la schiena magrissima, aveva due ali, non due scapole.
-Soggetto di giovane femmina rivoluzionaria, pescata in acqua di fiume alle ore 7,05 di venerdì 10 luglio. presenta squame argentate sulla vita e lentiggini sospette su naso e spalle. chioma di preoccupante e indefinibile colorazione
Quando ero troppo lento, o evasivo, Vania sbatteva gli scarponcini sul tavolo di legno. le scarpe non le toglieva mai, questo non mi era assolutamente permesso.
Preferiva l’acqua di fiume per il ricambio continuo, forse anche per il sapore.
-raro esemplare di adolescentux acquifera muschiata-
Cosa sono? che definizione è? più preciso, più preciso!.

Voleva sempre risposte, le voleva in fretta, una definizione per la sua persona, una qualche certezza.
Ogni volta cambiavo nome alla sua razza. forse non mi piaceva neanche, non così tanto. forse vederla scomparire fra le alghe non sarebbe stato un grosso problema.
Prima la catalogavo come marziana di lago, poi sirena di caverna isolata, poi anguilla di fiume. definizioni sempre troppo vaghe.
A volte le dicevo di aprire la bocca per studiare attentamente i denti. non riuscivo mai a effettuare il calcolo esatto.
Ti togli i denti con le mani? ieri ne avevi due in più.
Quando non si sentiva studiata a dovere, si rimetteva la maglietta e i pantaloncini , poi se ne andava. silenziosamente.
Ogni tanto mettevo la torcia fra le gambe, scostando di lato le mutandine bianche. illuminavo il ricciolo di carne, nudo e scoperto grazie ai pochi peli chiari.
Lei apriva le gambe completamente e con il righello e una penna blu segnavo la distanza fra la farfallina e l’ombelico. così piena di luce ed esposta non aveva veramente nulla di umano.
Strano esemplare, dottore?.
Fra i miei strumenti di studio avevo anche una lametta, perfetta per una piccola incisione-ricordo.
La lametta rimase inutilizzata, come alcune schede elettorali che vennero ritrovate sotto ai lunghi pini.

 

14 aprile 2006

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ticket love

luglio 28, 2011 § Lascia un commento

Fantastico. con un lavoro così, sarà mostruoso. avrà una gobba sul naso, magari dalle narici spunteranno alghe scure, con metodo e puntualità. usciranno piano, poi sempre di più, sbucheranno in proporzione all’attrazione. come in certi manga, usciranno alghe al posto del sangue dal naso: quando i rigonfiamenti fisiologici si materializzano e palesano in maniera finto-pudica, dietro gli armadietti della palestra, al sollevarsi delle gonnelline da tennis, oppure sul volo a farfalla delle divise scolastiche, quando -puntuale- è la ragazza più carina a finire, in seguito a una spinta, in braccio al brufoloso con gli occhiali della prima fila. invece.

Lui è diventato il suo metaplasma. niente alghe dal naso, come corde da un cilindro per conigli. lui è splendido. ha occhi piccoli ma brillanti e capelli punteggiati di bianco.

La cabina è sempre illuminata, aperta tutta la notte, fino alle cinque. L’insegna è circondata da stelline arancioni, la terza a partire da destra è rotta, tristemente spenta. lei si dimentica sempre di avvisarlo, quando lo vede. ha perfino scritto un bigliettino sulla stellina spenta, per ricordarselo. il biglietto giallo è sul suo comodino. così tutte le mattine lo legge, così tutte le sere lo dimentica. puntuale.

Bisogna ricoprirsi di resilienza, lei lo pensa. Fra l’altro è una parola bellissima, come una netta attitudine all’elasticità, una difesa elegante agli urti. Da bambina lei immaginava il suo funerale. lo segmentava, attimo per attimo. era tutto nella sua mente. vedeva il lato seducente, da star. la fila composta lungo il viale alberato, una donna in abito sgargiante ( una sola), vedeva tanto dolore, il silenzio della messa. ovviamente si vergognava di questo pensiero, ovviamente si immaginava viva, invitata a una festa segreta, la sua. una nuova versione della bella addormentata. la strega non invitata era arrivata, era diventata bella addormentata, poteva osservare le lacrime. Forse un piccolo annuncio al telegiornale delle venti, le sue compagne di classe sarebbero state invidiose. un pizzico. vergognandosi infinitamente, come lei, anche di quel pizzico.

Lei ricorda tutto.

Quando arrivava alla cabina si metteva sempre scostata rispetto alla lunga fila. per vedere meglio, leggermente coperta e protetta dalla gente. Un bigliettaio per la distribuzione degli amori a ore. sembrava quasi impossibile, ma questo era il suo mestiere. Tenere i calcoli di tutta la parte est della città, valutare i buoni, riconoscere i biglietti falsi da quelli veri. sottoporre i biglietti alla prova del nove, sotto una macchinetta metallica a forma di piccolo uovo. lui era gentile. Lei signora ha ancora diritto a 176 ore. mi dispiace signora, non posso aggiungere nessun nuovo amore a ore. Prego, signore, lei non ha usufruito dei nostri buoni dal lontano 1967. per ottenere i buoni arretrati deve compilare il modulo A76bis. Signorina, spiacente, qualcuno ha il suo stesso nome e indirizzo. si tratta di uno scambio di persona, un grave sbaglio della precedente amministrazione. sì, qualcuno ha goduto dei suoi ultimi quattro amori a ore al posto suo. posso consolarla, signorina?. si trattava di amori brevi, destinati a finire dopo qualche settimana. mi rendo conto del grande dispiacere, signorina. Cosa?. no, signore. non può restituire il suo amore a ore, deve finirlo tutto, anche se non è soddisfatto. mancano solo 72 ore e 22 minuti alla separazione, coraggio, un minimo di sacrificio. Quando arrivava il suo turno lei perdeva le parole. lo fissava da dietro il vetro, muta. Lui sapeva a memoria il suo nome e il suo codice, ma voleva ad ogni costo sentire la sua voce. erano separati da un vetro ma lui giurava di sentire un lieve odore di senbei alla soia. Il rumore del biglietto strappato era sempre lo stesso. con il ticket del nuovo amore a ore fra le mani, lei si allontanava. Prima si guardavano, da lontano, fra gli spicchi vuoti lasciati dalle teste in fila.

Contavano le ore senza saperlo.

2 aprile 2006

Lei, ogni tanto cade

luglio 27, 2011 § Lascia un commento

Mi piace sul serio. è una commessa del supermercato all’angolo, è sorda da un lato ma non si nota per niente. per la prima volta ho fatto entrare una donna in casa mia, voglio dire, erano anni.  è salita e ha cenato con me. ha cucinato la donna delle pulizie,  io ho curato la tovaglia, i particolari. spaghettini con gamberi e pomodorini, insalata rossa e torta di limone.
Ho tirato fuori tutto quanto. ho steso il mio nuovo curriculum narrativo fatto di meduse brillanti, alveari oscuri, balsami dell’anima e altre stronzate utili per la costruzione mentale di un piccolo monumento. ha intuito una sensibilità stellare dietro alle mie gambe tozze e ai miei capelli radi. ( molto soffici). oh, un piccolo monumento portatile, intercambiabile e pulibile come una pedina del monopoli, un piccolo straccio in microfibra e via. Tatjana è una patita della microfibra. io invece vivrei in una stanza piena di polpette sommerse nel sugo, avanzi di senape, palloni di carta da forno sotto i piedi. cerchietti di caramello sul telecomando.
Questi non sono più tempi da statue equestri al centro delle piazze. ci vuole un qualcosa di sobrio, bisogna stimolare la formazione dell’immagine mentale eroica, certo, ma formato mini. forse una giacca nascondi pancia. dovrei fare più ginnastica, lo dico sempre al capo, dovrei lavorare meno.
Che lavoro fai?.
Adelaideadelaide.
Era stesa al centro della pista, aveva l’ombretto azzurro e due occhi bianchi disegnati sulle palpebre. e urlavo, urlavo, aprivo e chiudevo gli occhi veri, trovavo quelli finti, scansavo le sue amiche chuse in cerchio, la musica alta, gli occhi, gli occhi. ha gli occhi aperti o chiusi? è morta o svenuta?.
Era ferma, i capelli sotto la nuca, la bocca schiumante, le mani da suora.
Si è ripresa subito, due minuti, il tempo per un infarto o il crollo di una diga, per una birra ghiacciata , per la confessione di un segreto, il tempo perfetto per lo sterminio dei fuchi.
Ogni tanto io cado.
sul divanetto grigio con le stelline rosa.
Non sappiamo niente, ho fatto gli esami ma nessuno capisce niente. noo, non sono anoressica!.
I miei amici mi prendono in giro, Paris Hilton, sei uscito con Paris hilton e i suoi amici?.
Avete mai visto la pelle di Adelaide quando ha la febbre? avete mai visto Adelaide in pigiama, scrivere sul suo blog Kazzo, kazzo, ancora malata, ke merda. la faccia illuminata di blu, il resto del corpo al buio, la foga nelle unghie?.
Consumata dalla febbre, il sudore sulle tempie. un cieco animaletto dentro il petto, deve essere questa la spiegazione del suo male. sono diventato senza midollo, verrà consumata internamente, verrà punita, ogni suo organo si seccherà. esternamente rimarrà solamente un velo di velluto.
E’ sempre la solita carogna, anche malaticcia, ubriaca di elogi, esce con la gola scoperta.
Era ferma, i capelli sotto la nuca, le mani da suora. le bastano due minuti per riprendersi, tre minuti per tornare a vivere, quattro per invertire la direzione dei mari.
Con i vestiti leggeri è andata al supermercato a comprare una granita in vasetto, alla menta. stordita dagli elogi, ne ha ricevuti altri in mattinata, si legge sulla sua pelle, si sente si sente.

postato da palla di lardo alle 21.24

13 marzo 2006

 

Come andò che Maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino

luglio 26, 2011 § Lascia un commento

Sentite, vi scrivo adesso, da questa stanzina che piglia luce dal sottoscala. sono Pinocchio, sì. vedo quasi la vostra maraviglia, ma del resto nelle vostre case abiterà sicuramente un fascio di fogli di carta trattenuto da una copertina azzurra. in cima ci sono io, una sagoma nera in corsa con un tramonto di raggi a carbone. lo sapete, la mia storia è un piglia piglia di grilli e piedi sul caldano, potrei dilungarmi in dettagli ma ora non ho punta voglia di mettermi sul palchetto, schiarirmi la voce e raccontare. sono anziano, le domande dei bambini iniziano a darmi una certa uggia. oh, certo, gli applausi mi garbano ancora e mi fanno bene al colorito, ma è una vita intera la mia, una vita di racconti di cataste e pezzi di legno, di fughe e inseguimenti.
Ho dovuto raccontare sempre la stessa storia, ripetere lo stesso copione smunto e falso. sapete, ho desideri annaffiati e defilati, adesso. cianfrusaglie, minuzie, cose semplici. ad esempio vorrei tanto fumare una sigaretta ogni tanto, anche mezza. sapete, sono un burattino di garbo. una mezza sigaretta senza bruciarmi. ma parliamo di cose importanti.
Cari lettori, ci sono tre capitoli segreti nel libro che mi ha reso famoso.
Con grande dispiacere del mio nonno sono sono stati interamente censurati dai fratelli Rispoli di via del proconsolo, nel lontano 1883.
La storia del pisellino di carne mi ha perseguitato per anni.
Oh, gente, nessuno stupore, perdonerete tutti la mia volgarità, ma devo spiegarvi bene questa faccenda, nei particolari.
vedete, nessuno mi ha mai dato buoni consigli , nessuno mi ha mai spiegato il funzionamento e l’utilità del mio pisellino di carne. scusate, scusate sempre la volgarità.
Non ho intenzione di scrivervi niente a proposito delle parabole gialle fatte spuntare da dietro le colline, come arcobaleni itterici, nei miei tentativi di controllo della pipì.
Il gatto mi diceva: – mettilo dentro le crepe dei muri il tuo pisellino, infilalo nelle fessure e poi zum zum e scium scium, sarà bellissimo, sentirai tutta la musica dei pifferi, come sotto il gran tendone dei burattini, vedrai aperture di luci e fuochi. rosso, vedrai tutto rosso, punteggiato di viola con esplosioni di biancospino, pioggia di lucciole e odore di sandalo. se non lo infilerai nei tronchi, nei buchi fatti dai picchi, o dentro i paioli di fuoco, quando l’acqua si leva in chiarore fumante, se non lofarai, diventerai come me, perderai tutti gli occhi-.
Così per anni, zum zum scium scium e il mio piccolo pisellino sempre più rigato di sangue, usciva sporco di resina, pieno di bozzi e bolle.
Ah, cari lettori, vi scrivo adesso la verità, e perdonate queste brutte parole, questa crudezza e questa sconvolgente novità.
La vera tragedia di Pinocchio non è mai uscita allo scoperto, vi hanno fatto inasinire, anno dopo anno. vi hanno  raccontato una storiella rassicurante, fatto dormire in pace, fra libri illustrati da far vedere ai bambini. vi hanno detto: tutto procede, siamo pieni di zecchini, ottimismo, ottimismo.
Così diceva quella volpe assassina:- vai sotto l’albero, vai sotto la grande quercia, troverai tante corde, dovrai legarle alle punte dei rami e fare un bel nodo scorsoio intorno al tuo pisellino. solo così i rami si apriranno, vedrai quali fiori brillanti, quanti grappoli di monete d’oro sulle foglie scosse dal vento. zin zin zin zin. sarà tutto un tintinnare di moneta-.
Gente, ve la racconto adesso la vera storia di Pinocchio, ora finalmente ho imparato.sapete, prima avevo saltato la scuola.
La fatina mi dava cinque pasticchine azzurre al giorno:- prendi, prendi. così il pisellino diventerà lungo e resistente e potrai aiutare il babbo nel tagliare gli altri pezzi di legna. taglierai tutto con il pisellino, senza faticare. prendi la mia mano, caro, tieni il mio aiuto, Pinocchio!.-
Come diventò brutta la fatina, iniziò a perdere i capelli a ciocche, a coprirsi di rughe e smanie. come mi ungeva la fatina!. massaggi, olio puzzone, balsamo. aveva mani sempre fredde e quanto le piaceva guardare me e quel dannato di Lucignolo, povero ragazzo.
Ci faceva diventare sudati e trafelati, ci chiudeva in questa stanzetta per giorni interi.
Cari lettori, vi dovrei svelare troppi misteri, spiegare le censure, dire chi ha cambiato il finale, giustificare il mio essere ancora di legno.
Sono vecchietto, lo sapete, un vecchio burattino. ho legno fragile, legno abitato da bestiole.
Mi mangiano il naso, si arrampicano sulle gambette. la mia mano è stanca, questa confessione è diventata lunga e sono pieno di termiti operaie on le ali strappate.
Vorrei davvero continuare le mie memorie ma questi insetti hanno la brutta abitudine di divorarmi, divorare tutto tranne il mio molle pisellino di carne.
Mi rimane la forza per chiedervi aiuto.
Scrivetemi cari lettori, scrivetemi numerosi. il mio indirizzo è conosciuto in tutto il mondo, sono come Babbo Natale, ma in fondo basta la dicitura Caro Pinocchio. spiegatemelo voi, amici. ditemi come usate il vostro pisellino, sono vecchio ma imparo in fretta, acciderboli!.
( ma anche il vostro è fatto di carne, vero? e non si allunga quando dite le bugie, vero?)

con amore,
Vostro Pinocchio.

26 marzo 2006

 

la gabbia dei sensi 1636.1636.1636

luglio 25, 2011 § 1 Commento

In venti secondi avevo conosciuto e detto tutto quello che era indispensabile sapere e confessare. aspettare non aveva il minimo senso. ci siamo sposati subito, neanche un giorno di fidanzamento. nemmeno il vezzo coloristico di crearsi un nemico in comune, un rivale da pellicola pannosa, un denso alone color ocra. oh, bella forza, annotare il passare del tempo e ricoprire tutto con – ti ricordi quando…che bei tempi allora- lo sappiamo tutti, il meccanismo patetico lo conosciamo e lo evitiamo da secoli. E’ importante non cadere in paragoni temporali o paragoni di merito, di bellezza, di bravura. i peggiori sono i paragoni di desiderio. Non stavamo meglio una volta, è solo una difensiva della mente. un tinteggiare una pellicola in bianco e nero creando quei punti di rosa falso, irreali come la pelle di un fenicottero. Ma arriviamo alla tua domanda. vuoi sapere qualcosa sul mio lavoro. vedi, io non amo parlare di me. sono brava a creare immagini speculari, costruire il castello degli specchi, bruciare mago merlino, fare statue erotiche di ghiaccio. certo. ma questo non significa parlare di me. In realtà non ti ho parlato del mio ex marito per due ore, ti ho parlato di tempo, spazio, attese, stronzate varie sminuzzate in coriandoli balsamici. adoro la parola balsamico. Il mio lavoro ?. va bene: mi occupo della custodia di 1636 gabbie. I test da laboratorio vengono eseguiti ogni trenta minuti. si tratta di calcoli sulle dimensioni, tabelle sull’ intensità, prelievi per il mantenimento dei valori di guardia. Fra un test e l’altro dobbiamo compilare moduli e tabelle, aggiornare l’archivio informatico, schedare i nuovi arrivati, numerare e disinfettare le gabbie. I sensi di colpa hanno forme diverse. Alcuni spuntano grossi come cuori di cavolo bagnati di aceto scadente, altri sono costellati da rumorosi ranuncoli di latta affondati nella creta, altri ancora sono avvolti da bende, numerosi strati trasparenti e sottili come petali. di solito sono quelli più antichi. Una signora adorabile, con due pomelli di pesca conficcati ai lati del naso, questa mattina mi ha consegnato due splendidi esemplari. Il primo ha un pedale vigoroso, un tratto energico e taurino. una serqua di muscoli e di lattice. Il secondo senso di colpa è ancora minuto, ha dei pennacchi bianchi in fibra sintetica adagiati sulla fronte. ondeggiano malinconici sotto la luce al neon del laboratorio. ha l’odore dei neonati. Con le siringhe speciali nutriamo i sensi di colpa da dietro le sbarre. è una misura di sicurezza per evitare la fuga, la liberazione totale. Talvolta sentiamo un rovistio proveniente dalle gabbie, come un muovere di fusti angolosi e vecchie carte di giornale. I corpi entrano in contatto, i sensi di colpa senza sfiorarsi si toccano. Le storie si mescolano, i busti diventano polle lattiginose, i dentini si incollano ai grumi salati delle gengive. il gusto amaro dei piedi callosi si avvicina agli umori dei piccoli sessi. Quando avviene questa comunione, sospendiamo ogni tipo di nutrizione speciale a base di doveri in forma liquida. Quando i sensi di colpa riescono a baciarsi, l’aria del laboratorio diventa irrespirabile. una glassa di semi di carrube. La finestra diventa l’unico squarcio possibile. Nonostante questo, il mio lavoro è meraviglioso. soddisfatto ?. Bene, adesso possiamo chiamare il cameriere e ordinare.

19 marzo 2006

la pianta selvatica del mercato immobiliare

luglio 23, 2011 § Lascia un commento

Sapete, minnina non è molto alta. non bisogna immaginarsela neanche troppo bella. non è un mostro, non preoccupatevi. è carina. ecco, minnina  è carina.
Certo, quando attraversa il paese con quelle vestine di cotone ruvido fatte di alveari di mezze angurie e fragoline rosse stampate sulla tela gialla è impossibile non notarla. inoltre ha i capelli biondi e corti, e nessuno in questa fossa fatta paese ha i capelli chiari e gli occhi azzurri.
Oh, niente a che vedere con la bellezza della signorina Carmela. lei è brava nel costruirsi castelli di lucido nero, architetture di code e treccione intricate come formiche giganti.
minnina nelle ore assolate non riposa. quando il paese è deserto è facile vederla scendere le scale del vicolo della fontana, sgusciare dietro alla piazza del mercato, salire sulla sua bicicletta bianca e arrivare alla ferrovia.
Antonio aspetta sempre dietro il muretto basso, quello accanto alla siepe più carica e al bidoncino di latta e ruggine.
Tre secondi per togliere la maglietta, perchè bisogna fare presto, tre secondi per seguire il percorso del sole sulla spalla di Antonio, fino al ritorno nel buio delle ombre  del mento.
minnina ha le gambe sempre graffiate, solcate da tagli di rovi e erba ispida, becchi di grano e sputi di ortiche. i fili e le foglie entrano nei polpacci, che sembrano di creta cotta al sole ( piatto, dovreste vedere tutti come si allunga il sole in questo puntaspilli di case e pietre bianche: è senza volume e i bambini nelle scuole lo disegnano così, come una tavola piatta che abbraccia e soffoca ogni pianta verde, ogni timido rigolo fresco. schiaccia le coccinelle, le nasconde dentro le crepe della terra. bisogna stare attenti quando si corre, lo dicono sempre le suorine, prima della ricreazione. bisogna mettere per bene i piedini, perchè le crepe del sole sfaldano la terra e le caviglie vengono risucchiate come coccinelle. lo dicono mentre appendono sulla vetrata i disegni di sole quadrato, sole di tavolette antiche, di blocchi di Das mai usato).
Quando Antonio si sdraia sulla ferrovia rovente, la schiena diventa un materasso per i sassi bruciati. ha sempre paura Antonio, come la prima volta alla ferrovia.  ma è minnina a volere così, e sono poche le possibilità di venir travolti da un treno, sono poche.
minnina si accomoda sopra, butta alle carte e alle buste di plastica i sassi più appuntiti, toglie qualche chiodo e qualche pezzo di giornale da sotto le gambe. si sdraia.
I fili verdi sembrano conficcati nell’interno coscia, entrati nella pelle aperta, una cicatrice bianca simile al bordo di grasso di una bistecca.

minnina adora il suo papà. lo vede elegante, bello. l’uomo più alto del paese.
Oh, niente a che vedere con la bellezza di Salvo, una bellezza che odora di sale e di limoni, di capelli fatti di cocco. con il collo di una statua.
Il suo papà vende le case. si veste con scarpe piene di lacci, di pelle liscia. ha una cravatta color salmone e una giacca più grande di una misura.
minnina ama entrare nelle case vuote, quelle senza abitudini, con ciabatte e sandali di plastica ancora da smarrire.
si mette a terra, incrocia le gambe. scambia sguardi con il suo papà, sguardi di intesa e segreti. adesso la vendiamo, adesso la vendiamo.
Dopo gli appuntamenti, sulla coda della sera, la luce slitta. minnina e il suo papà, ancora incollati di strette di mano e mezzi sorrisi, passeggiano spesso, tenendosi stretti.
Arrivano fino al bar italia 2000.
Sulle sedie di plastica, quelle con le sponde che lasciano tatuaggi, abbandonano la testa indietro, la bocca piena di caffè senza zucchero e di trionfi antichi.
trionfi come la vendita della casa sul poggio tre anime, con la vista su una buca di fango e zanzare. una  serra di erbe di campo e spini spacciata per adorabile e insolita fioritura di piante esotiche dai frutti minuti ma succosi, ideali per la preparazione di crespelle al miele candito.
E quante bottiglie di fermo mescolate al chinotto, stappate in onore del rudere Malatesta ( una mezza parete su un cielo scuro di corvi e spaventapasseri, finita a picco su una vallata ripida, legata a una polla di acqua sotterranea e gassosa, fonte di scosse e capogiri).
Un beverone bevuto grazie a una piccola cannuccia rossa, una sorsata a testa.

7 marzo 2006

 

un minuto dopo si sentì un gran boato

luglio 22, 2011 § 1 Commento

Come fu messo il nome a Gargantua, e come tirava al vino. a questo punto del libro: la nascita del figlio di Grangola Gargamella; dopo il banchetto con trippa e vino.
Lavinia non si separa mai dal suo cappello. è di velluto polveroso, con un fiore che pare fatto di carne. un petalo sembra perfino una lingua puntata con una graffetta di panno. Lavinia lo porta in piena estate, l’ho vista sul porticciolo della rocca, piena di trattini bagnati e azzurri, botte verdi di acqua schiacciata sul muro di pietrine.
Ricordo quel cappello in primavera.
Lavinia era in cima a un piccolo alberello fiorito, lo cavalcava. posava per una foto ricordo nel giardino del collegio. aveva un qualcosa di tragico il suo volto, la foto stessa sembrava nascondere fatti, anzi, sembrava lasciar intravedere i minuti seguenti. una foto senza fissità, prolungata nel tempo, una foto che lasciava spazio al più tardi. va bene, ho capito, la faccio breve.
Ora Lavinia è una voce incastrata dietro a una tenda di lana bianca: si vede solo la frangia. troppo lunga, spostata dal mascara.
Mi dice di cambiare treno. mi dice di seguirla. il trenino delle 6.03 è speciale, nasconde così tante cose da fare invidia a Rabelais.
Lo dice chiudendo il mio libro, con un gesto arrogante e  deciso. il binario numero sette è deserto, il piazzale ovest è separato da un tunnel coperto da opere di artisti famosi. le opere degli artisti famosi sono state coperte da graffiti di artisti di strada. le opere degli artisti di strada sono state coperte da cartelloni elettorali  pieni di bandiere. infine  i poster sono stati coperti da resti di piccioni.
Vedrai, mi sussurra stringendomi una manica. è incredibile. troverai un treno speciale. la mia prima volta su quel treno non la dimenticherò mai.
Ero seduta accanto a una donna anziana, aveva un lungo cappotto nero e un fazzoletto giallo stretto nella mano destra.
Il primo singhiozzo proveniva da fuori, ma solo in apparenza. un gridolino lamentoso eppure squillante e netto. i miei piedi erano cosparsi da microscopiche goccioline trasparenti. tutto il pavimento era puntellato da lacrime. lacrime, capisci ?. tante puntine da ufficio con la testa salata, ficcate nella pavimentazione del treno. continuavo a guardare la gente, incredula. mi ero alzata in piedi, per guardare meglio. tutti erano chiusi, lontanissimi. avevano gli occhi puntati ai finestrini, dritti su qualche campo, o su qualche pista ciclabile. sembravano liberati, caduti e rialzati, passati attraverso un pianto senza vergogna e pudore. ero circondata da gente che piangeva urlando, con la bocca spalancata e le mani chiuse in pugni. occhi e nasi colanti, senza parole, solo lacrime. erano tutti soli, tutti seduti in direzione opposta alla marcia. il treno del pianto, mi dicevo, sono salita sul treno del pianto. continuavo a ripetere queste parole.
Lavinia parla di covi di bollette, bambini con il letto bagnato, nidi di mariti assenti, torcicolli,  biscotti rotti.
Mi siedo sul treno, mi accorgo di avere le gambe di cera. le sento sciogliersi e allungarsi.
E’ una stupida impressione, eppure mi sembra di sentire risate trasmesse dagli altoparlanti. gridolini adolescenti e suoni di gomitate di gioco e intesa. sento chiaramente il rumore della bocca, lo spianarsi delle gengive, lo scoprirsi della lingua. risate corte, risate con risucchi, risate aperte,  risate senza saliva, asciutte e tirchie. risate con occhi allungati, timidamente coperti da mani e borse della spesa.
Ora chiudo gli occhi, ma voglio finire il mio libro entro stasera.

 

21 febbraio 2006

Dove sono?

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