le dolorose doppie punte di Nevenka

agosto 31, 2011 § Lascia un commento

Aveva un qualcosa di proveniente dal basso. Nevenka sembrava spuntata per caso, ai piedi di una collina di feci, oppure montata alla rovescia, con viti troppo piccole conficcate nelle giunture più importanti e con grossi cavi e lacci metallici installati direttamente nelle minuzie, sulla carta velina, nell’attaccatura dei capelli, sulla pellicina delle unghie. Il risultato era un mostro macchinoso, vestito di veli e scarpette leggere. Mia sorella Jasna sembrava intenzionata a nascondere ogni segreto. Del resto, io ero solo la ragazza estiva, non potevo permettermi di dire nulla sulla questione e su nessun particolare riguardante la vita del negozio. La mattinata iniziava sempre ciondolando dal lettino al bancone, con gli occhi ancora gonfi e con in mano la prestigiosa bibita alla menta Kordat.-Kordat, l’orgoglio di kranj! bevete menta Kordat ogni mattina!-il mini ventilatore colorato era ovviamente nella mia mano destra, perché quella era l’estate del 1972, la più imprevedibile del secolo. La pioggia cadeva con violenza per pomeriggi interi. l’acqua entrava dalla grata di ferro, sembrava di sentirla respirare. sorpassava il pedanino di buona accoglienza e filtrava oltre la porta rossa. Jasna si precipitava nello stanzino, prendeva le scope e cercava violentemente di buttare fuori la pioggia, aveva dentro una disperazione e una volontà non umane. le sue gambe si fissavano al pavimento e si facevano ancora più muscolose, la fronte diventava uno straccio piegato e la scopa risultava invisibile, mossa da furore. Mia sorella non è votata ai ricordi, a differenza mia. lei sembra portata alla ripetizione. Questa frase era la più quotata in famiglia, veniva spesso detta da mia madre a mio padre, dopo la cena, quando il silenzio dava loro l’illusione di essere rimasti soli in veranda. I vapori delle tinture ai capelli si mescolavano alla fragranza della pioggia. le signore si lamentavano per le loro unghie tinte di fresco, dannatamente bagnate dall’acqua piovana. Dopo pochi minuti le ventate di caldo tornavano, i capelli ancora sul pavimento diventavano più lucidi e scuri e sembrava sempre un peccato averli tagliati via. eppure in testa a quelle donne parevano insignificanti, senza la cornice del linoleum. i capelli si perdevano sotto le suole dei sandali aperti in punta, solitamente punte a forma di cuore. Nevenka arrivava in negozio accompagnata da Dalibor, il colonnello con il difetto alla bocca. Nevenka aveva i capelli coperti da un turbante nero, con le lunghe mani reggeva la stoffa e con gli occhi sembrava nascondere tutto il resto. Si muoveva in modo sgraziato, poggiando un fianco al colonnello, come per paura di cadere. sembrava non camminare da secoli, me la immaginavo piovuta davanti al salone, nel sedile di una macchina nera, infagottata da capo a piedi. scoperta solo tre secondi prima di aprire la porta rossa. Jasna mi ordinava di disdire tutti gli appuntamenti della giornata. al telefono tracciavo grosse righe sopra a tutti i nomi in agenda, non con poca soddisfazione. Le donne già presenti in salone si alzavano imbronciate, salutavano a bassa voce e andavano via parlottando. Il colonnello Dalibor si preoccupava di abbassare la serranda. era sempre molto gentile il colonnello, silenzioso ma signore. Jasna invece aveva paura di lui, lo guardava poco negli occhi, si confondeva con le mani, si impicciava con i verbi. Una volta azzardai una spiegazione, avevo preso in prestito alla biblioteca un libro sulla tecnica delle libere associazioni. parlai al colonnello di un caso interessante. una paziente di Freud, sognò che qualcuno le aveva dato un pettine. la sua famiglia era ebrea e molto osservante. un cristiano la chiese in sposa ma lei era molto titubante per la questione dell’educazione religiosa da dare ai figli. il giorno che precedette il sogno, la donna litigò violentemente con la madre. la giovane donna associava la parola pettine a qualcosa sentito dire da bambina: stava per pettinarsi con un pettine non suo e venne subito sgridata, con l’accusa di mescolare le razze.era tutto chiaro, era il pettine lo sconosciuto del sogno. Sì, ma questo è un caso molto diverso e quel tuo dottor Freud non serve a niente con la nostra Nevenka. Così rispose il colonnello Dalibor. Nevenka si sdraiava sul lettino, non pronunciava mai una parola. il turbante sciolto liberava una massa di ricci nodosi, immobile e stranamente dura. i suoi capelli arrivavano oltre i piedi e d erano come ferro. come ferro nero. Era mia sorella a preparare la dose di sedativi, il colonnello cercava la vena e io controllavo la finestrina in alto, nessuno doveva vedere. Facevo passare la spazzola dietro la mia schiena, e il rubinetto lo tenevo a grande distanza. fasciato dall’asciugamano. Quando Nevenka vedeva le forbicine vicino al suo volto, il corpo si irrigidiva. al primo piccolo movimento di forbice, le gambe salivano. i piedi si puntavano sullo scaffale pieno di creme per capelli. il rumore della lama faceva piovere i calci e i morsi al mio braccio. le grida venivano coperte dalla musica del partito, trasmessa dalla mia radiolina gialla. Forse Nevenka voleva conservare tutto, era impossibile privarsi dei ricordi e delle ripetizioni. Quando si svegliava, in un bagno di sudore e con i capelli più leggeri nascosti nel turbante nero, non ricordava mai nulla. Io raccoglievo le dolorose doppie punte di Nevenka, staccavo anche i ricci rimasti sulle setole della scopa, dovevo fare in fretta, essere più veloce della pioggia. poi riponevo ogni capello nella sua borsetta di velluto. Il colonnello lasciava un rotolo di soldi dentro alla bottiglia vuota di menta Kordat. Bevete menta Kordat ogni mattina!, diceva, salutando con il cappello, reggendo Nevenka su un fianco. Poi, il negozio tornava alla normalità.

31 maggio 2006

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Cinesinho contro i giganti

agosto 24, 2011 § Lascia un commento

E pensare che ho quasi perso la Lucia. me lo diceva sempre lei: andiamo al cinemino, a prendere un gelato dal Tiberio, a ballare alla rotonda.
Stella fra le stelle. eravamo talmente forti che spesso a fine partita andavamo dall’arbitro a chiedere il conto finale. dodici o tredici reti?. non lo ricordavamo mai.
Una volta ho fatto un tunnel al Baretti. era in prima squadra il Baretti, mica negli allievi. era un ragazzone alto alto con la schiena leggermente curva e i capelli sempre unti. un vichingo  molto popolare, aveva fatto il provino per lo Spruzzano A.C.
L’arrivo del procuratore Tondelli nella mia cucina è stato un momento perfetto. mio padre è sbiancato. cosa? vuoi comprare mio figlio?.
Capirete, mio padre mi ha chiamato Angelo in onore del portiere di Verbania, quello capace di fare più volte la pelle al Walter. poi io l’idea di fare il portiere non l’ho mai presa in considerazione. la famosa solitudine del portiere, la divisa differente, la noia da ultima linea. io ho sempre preferito mettere i nasi in fila, fin sotto al garage, con le luci al neon dei vicini. oppure allenarmi come il Roberto: tirare le punizioni mirando i lampioni. lo chiamavano Gluglielmo Tell.
Quando il trapano ha passato la zucca della tibia, subito dopo lo sminuzzamento del tendine- ridotto come cibo per fringuelli- proprio durante il passaggio della piccola anella dentro al buco ( buco farcito da duecento punti), ho pensato: è finita.
Invece sono andato avanti: una minestra di tintura di iodio e saliva ingoiata, qualche bestemmia e tanti campi di fango.
La Lucia mi seguiva alla radio, era come una scia sempre presente. seguiva i miei pensieri passo dopo passo, a volte sentiva gli eventi in leggero anticipo. mi raccontava la sua adorazione.
Angelo Delle Grazie da Orago.
Ritagliava con cura tutti gli articoli, disponeva tutto in un raccoglitore ad anelli. ci passava i pomeriggi con le forbici a punta tonda in mano e la colla profumata sul tavolo.
Nelle foto venivo sempre male, ma i titoli erano a caratteri sempre più grandi e tutti molto positivi: la rinascita della giovane promessa, un futuro rosa, il guerriero di ferro.
Certo, la Lucia era gelosa, ma in ritiro mica pensavo a certe cose pericolose.
Lunedì il procuratore mi ha telefonato alle tre di notte. i gusti del Tiberio sono sempre i più fantasiosi. la Lucia ha assaggiato il gusto polvere di luna. giuro, si chiama polvere di luna.
Ero travolto dalla gioia, il giro del palazzo tre volte, perfino le lacrime.
Il Gran Real, la serie A, la serie A.
E’ fatta, mi dicevo.
La telefonata a mio padre, la sveglia all’edicolante, perfino al parroco.
La Lucia per ultima perchè era periodo di esami, e doveva dormire.
Per la firma del contratto mi ero fatto un taglio speciale, due basettine sfumate, alla fine ho ceduto alle insistenze del mio amico Franco e ho fatto il moderno.
La maglia nera e oro sotto il sole, i cori, lo stadio immenso, la domenica sportiva, il processo.
Volevo entrare nella stanza dei trofei, farmi fare una foto davanti alle coppe latine, oh, non volevo emozionarmi troppo con le coppe dei campioni.
Sapete, io del Gran Real  conosco il quadro societario a memoria.
Certo, adesso vedo tutto in modo diverso, ma in fondo sono molto agitato, questa è la mia prima intervista nazionale, una cosa seria. sì, devo ammetterlo, ho notato subito qualche stranezza, qualche piccola anomalia, ma insomma, solo piccole macchioline.  dunque, comincio dal principio: i corridoi erano cupi e io immaginavo una gran luce e tappeti puliti, cesti per la spazzatura vuoti, frutta fresca. poi tutta quella polizia sdraiata a terra, come in un lungo pisolino, ancora con le divise infilate, eh.
Il medico sociale Tassoni era legato con i piedi rivolti al soffitto, aveva una gonna da spagnola che cadeva sul mento e la bocca tappata da una pallina di carta. esosi, era come una festa, capito?.
Però non tutti si divertivano, ad esempio, l’amministratore delegato aveva una faccia scura e parlava al telefono macinando metri, avanti e indietro nel corridoio. i computer erano tutti spenti e i documenti erano sparsi sul pavimento, un disordine totale. il team manager era sotto la scrivania, parlava con il direttore organizzativo. era tutto sudato, quando mi ha visto ha lanciato un grido. forse sono arrivato in anticipo, volevano farmi una sorpresa. ma che burloni, tu pensa, hanno tempo e voglia di organizzare festicciole strane, forse hanno comprato qualche giocatore sudamericano, anzi no, come si chiama quel posto? sono due anni che la Lucia mi porta a casa i volantini dall’agenzia di viaggio.ah, sì, forse hanno comprato qualche mezza punta spagnola. ci saranno state delle nacchere in giro, sicuramente, un party di benvenuto a sorpresa dopo la firma del contratto.
No, fammi pensare, hai ragione: le porte erano tutte sbarrate con dei lucchetti e delle spranghe di ferro, si nota dai particolari e dalla cura per le piccole cose la ricchezza di una società. sai, saranno precauzioni prese per non far entrare voi giornalisti, per mantenere il mistero.eh, voi giornalisti siete tremendi. io ad esempio non dovevo dire tutte queste cose ma tu hai un modo di fare, voglio dire, mi ha messo totalmente a mio agio, ti sento quasi amico. anzi, se hai una fidanzata possiamo uscire in quattro. la Lucia si lamenta sempre, non usciamo quasi mai. sai, ora i miei doveri aumenteranno, ma potrò prendere una bella casa e una macchina di gran lusso per i miei.
No, il presidente non era presente, sai, lui viaggia sempre. ah, sono uscito e sono tornato nell’ingresso principale, anche perchè volevo far finta di niente, fingere stupore per la sorpresa.
Salve, signorina. sono Angelo Delle Grazie, uno dei nuovi tesserati. ho appuntamento questa mattina per firmare il contratto, le foto di rito, sì, sono emozionato. sono sempre stato in serie b. oh, il migliore fra i migliori, sia chiaro.
Poi sono disposto a tutto, anche alla panchina. sono abituato alla tintura di iodio e al mandare in gola la saliva.
La segretaria era davvero bella, una stangona. però sembrava impalata, una di quelle donne poco espressive, hai presente?. era seduta e mi guardava con lo sguardo perso nel vuoto. sembrava un pesce, sarà stata per quella protuberanza fra la fronte e la bocca, tipo pesce unicorno. scusi, signorina, io ho appuntamento. lei niente, restava muta, con gli occhi fissi e persi. era pallida pallida e sfiorando la sua mano destra ho sentito un gran freddo. una forma influenzale particolare, quella che provoca brividi e vampate. sarà influenza, è di stagione. e in questo periodo l’influenza è tremenda. il sole inganna, e l’aria è sempre fredda. la gola si irrita facilmente e io non posso prendere tante medicine, sai, qui al Gran Real sono scrupolosi, e certi farmaci risultano letali ai controlli del doping. oh, alla fine non sono mica riuscito a firmare il contratto, siete arrivati voi della carta stampata, poi la televisione. non arriveranno mica anche i giudici? mi hanno detto di tenermi pronto. stavolta sono stato fortunato, ho la fiducia di una squadra potente, oh, sono preoccupato per i dirigenti, da tre giorni non rispondono al telefono. il mio procuratore è sparito, ma sì, sarà in vacanza. ha lavorato tanto.
La prossima volto chiedo a quella segretaria di uscire con noi, va bene?. è bella, fredda ma bella.
Certo, io preferisco la mia Lucia.

 

22 maggio 2006

ritagliare viaggi

agosto 12, 2011 § Lascia un commento

Le notizie si preparano con cura, un preavviso di intenzione, una circolarità di movimenti. tutto è richiesto. non prevedo strappi a percorsi paralleli, non lo faccio. sono lacci saldati da anni e sabbie, azzurri salati e muri bianchi.
Offro un rosario di cantilene scontate, di certezze incrollabili. lo mostro a tutti, camminando in queste vie di randagi e cartoline ingiallite.
Agnes e Yannis camminano con le mani appoggiate alla terra, con i palmi aperti. vanno avanti con passo così sicuro, da potersi permettere gli occhi bendati e i sandali alti. le caviglie rivolte al caldo di luglio e gli occhi puntati sugli alberi.
Yannis è uscito dalla porta azzurra in silenzio, ha calciato le stagnole con i petti di pollo e ha trascinato il bauletto preso per il viaggio a Zante. lui teneva in mano le piccole tartarughe e io facevo buffe foto al suo naso coperto di crema solare.
I turisti giapponesì versavano i loro sorrisi nei locali con i menù cartonati di rosso, unti sui lati, irrigiditi da cornicette piene di bandierine. da quaderno infantile.
Il peloponneso è una strada per gli sguardi, permette lo sfoggio di abitini smanicati e di cuori aperti sui battelli.
case fatte di spini e feritoie, tappi di sughero e mani sporche.
Yannis è uscito di scena seguendo il percorso dell’acqua, entrando nei tagli improvvisi, spuntando nella terra, come una sorpresa gassosa.
Nel cassetto ha lasciato una sola camicia. lui adora i quadretti, l’ordine pulito, il latte nel bicchiere trasparente, la coperta di lino seppia.  ho tagliato con le forbicine per le unghie tutti i quadretti della camicia. un lavoro di grande precisione e fatica. tutti i quadretti, uno per uno. ho tralasciato solo quelli del collo e dei polsi, quelli troppo vicino ai bottoni, quelli attraversati dalle cuciture. tanti coriandoli microscopici.
Poi ho lanciato tutto in aria.
La stoffa è caduta sui miei capelli, sul tappeto, è rientrata nel cassetto, si è infilata nelle fessure dello specchio.
E’ stato un momento indimenticabile, come la gloriosa vomitata sulla nave diretta a Limnos, fra le gambe di quel bellissimo cameriere americano dagli occhi verdi.

11 maggio 2006

poesia del crepuscolo che ha per sfondo le rovine di un tempio, il contorno di un cavaliere in controluce ( Benvenuto Cellini a cavallo), un mulino a vento, l’abbraccio di due amanti etc. (Valerio Adami, sinopie)

agosto 5, 2011 § Lascia un commento

Il tetto arriva al ginocchio, di fronte già si conteggiano le spirali di quei due amanti serali. saranno approssimazione da poco, ma covare risate dalle spalle strette è la loro principale attività. lei non l’ho mai vista, lui neanche. però di spiraglio in spiraglio, dannata di una curiosità non corvina, ho numerato con la bocca le grosse ampolle di vetro.
vuote come un vuoto a rientrare, lei è uscita piano e ha depositato le sfere trasparenti.
dico piano perchè non ho sentito passi e occhi, e gli occhi si vedono sempre, perchè quelli trapassano i muri, si levano sopra i davanzali, le felpe distese e tutto il resto.
distendono anche le labbra, che immagino sporgenti. lei non l’ho mai vista, lui neanche. però passo passo ho sentito il cucchiaio voltare la minestrina e aspirare il brodo bianco. quando si sente una cosa simile, non importa non essersi mai visti.
Prima, vi ho mentito. gli occhi non trapassano un bel niente. ma non è importante valutare ampiezze e potenze, capacità e resistenze. il punto principale di questa poesia del crepuscolo – oh, che diamine, non è neanche una poesia, hai ragione lettore- è il fuori e il dentro. una luce gialla tagliata di lato, capace di colpire gli oggetti- mettiamo anche le persone, immaginate svariati soggetti- girando in vortice e in modo del tutto casuale (involontario, oserei dire. ma non è il caso di perdersi in cicli e pianeti) comunque sempre aiutando buffi movimenti. così ricordo diventa presente, o presente ridiventa ricordo. ma un ricordo alterato, perchè, signori e signore, l’autrice ha definitivamente smarrito il segno. tornando alla luce: i soggetti colpiti diventano bianchi e neri. se erano due, diventano quattro. un negativo e un positivo, due diversi soggetti moltiplicati e resi uguali, davanti a uno specchio- ma lo specchio è doppio, allora tutto si annulla- e ora è davvero impossibile riuscire a seguire il segno. eppure l’autrice giura, prima di smarrirsi il segno era ben chiaro.
Dunque.
I piccioni covano nelle finestre strette, sono in linea con il mio occhio, loro sono visibili e sono tutto un rilievo di corpi. le teste coperte, una dentro l’altra. la femmina tuffata nel petto del maschio. così gemelli, ma non fratelli, si lasciano seguire idealmente. modello il rilievo dei corpi, anche questa volta netti, ma non mi servono le ombre. incollati sopra una scolorita bandiera della pace, si ritagliano da soli, nel farfugliare sconnesso della caotica via.
Il fuori è un disegno mai iniziato, la matita si ferma su una porta tinta di rosso. così ricordo rimane ricordo, parola aggiunge distanza ma anche pagine, scontrini, piastrelle, buchi, borse, materassi. la punta rimane perfettamente intatta, ci sono segni orizzontali e verticali. la mia città è sempre stesa, il mio paese sempre in piedi. non è bene chiudersi in conchiglia/femmina/utero/mamma/vagina. ( inutile, oserei dire, ma non è il caso di perdersi in simbolismi e psicoanalisi).
Talvolta.
distanza torna distanza, ma la luce gialla, è risaputo, è incline al sole, alla luna, agli sputi, ai ragni, alle stelle. è votata al bello, ma breve e cieca. quella grigia è in attesa dello slancio.- ma, signori, lo slancio, è malandrino, parla con la lingua delle spade e si copre di gente, di esterno, di traffico, di buste, di sandali rotti, di gente, di gente, di gente- la memoria è un soggetto, l’autrice guarda la memoria come si guardano le case, i tetti, le cacche. l’esterno è il conosciuto, il carabiniere, il guardiacaccia, la regola, l’ufficiale, l’angolo retto.
Il disegno ha vie di fuga, deboli, continuate. omissioni. deboli, deboli. la tragedia più grande è la perfezione del segno. finiti, infiniti, cerchio, ruota, morso, legno.

 

6 maggio 2006

andare a ritirare gli affitti

agosto 3, 2011 § 2 commenti

Cercavo di trovare il punto capace di tenere legati i pensieri di quella giornata. era decisamente scivolata dalle mani, interamente. Avevo rincorso qualcosa per strade illuminate di bianco, circondate da palloni di vetro opaco sormontati da sciami di insetti. Ci avreste visto tutti quanti un volto, ne sono sicuro. anzi no, una faccia. la parola faccia comprende una spinta, uno slancio. si visualizza dentro gli occhi, non davanti. include una persona intera, un carattere, un marchio. volto invece è un manichino ricoperto da un lenzuolo, una testa di creta. volto manca di mani, di pasticcio. faccia è terra, zigomi ambrati, cardiopalma. volto ha i giardini e le rose, i balconi e i cappelli. volto manca interamente di capezzoli, resina, kirsch. Sentivo rumori sospetti provenienti da sotto le mie scarpe, in quartiere mi mancava solo l’affitto della signora Kornelia Horvat. Il suo era il peggior spezzatino del posto. quella gente era tutta gentile e ospitale, perfino troppo. mi costringevano a mangiare dieci volte al giorno. ogni consegna di busta prevedeva un bicchierone di birra scura, un piatto di uova in tegame, una tazza di latte. Kornelia Horvat abitava all’ultimo piano della palazzina davanti al bosco. le pareti erano umide e i mobili coperti da un sottile strato di polvere, una passata di lentiggini bianche sulle ante scure. La gatta Ingelor era sempre più malata, si strisciava lungo il pavimento. rognosa e con le pustole del dorso colanti. aveva due occhi cisposi mezzi chiusi, infilzati dalla luce dei lampioni si ritraevano e diventavano due spilli. il liquido giallo scivolava fra le striature di pelo aperto. spaccato sulle botole malate. erano quattro piccoli vulcani infetti. Kornelia cucinava una densa crema di cavoli servita con una salsa al miele. prendeva grosse sfere con una pinza di ferro, poi le versava nel piatto, facendo volare una palla molle verso il basso. quando il bubbone verdastro di cavoletti piombava sul piatto, si lasciava alle spalle un tonfo sordo. rovinoso. La carne girava a destra e sinistra, dentro la mia bocca. era dura e filacciosa, abbinata a patate troppo crude, cucinate nell’acqua amara dei cavoli. Kornelia mangiava sempre tutto con gusto, poi aspettava il mio piatto. doveva essere completamente vuoto, anche la salsa al miele doveva venire lisciata via, con una fetta di pane nero. Ingelor mi fissava per tutta la cena, e con quanta gioia notava i miei paragoni -silenziosi e nauseanti- fra il pus della gatta e la salsa al miele. Ingelor mi fissava con una sottile gioia. dopo la cena sembrava addirittura più in salute. la visione della mia faccia in difficoltà doveva procurare a quella bestia un piccolo piacere. Faccia in difficoltà libera smorfie e scatti, spasmi e sangue. Un volto in difficoltà , invece, è un ritrattino da mercato domenicale, è un sollevamento del labbro. manca di ventre. La signora Kornelia puliva a lungo le cornici delle foto dei figli Boris, Elias e Gerolf. erano tre bimbi magrolini, in una posa artificiale, posizionati davanti a uno stabilimento balneare probabilmente italiano. Non avevo mai visto i bambini dal vivo. Quando Kornelia sollevava il maglione, scopriva il seno, con noncuranza. con tutta la normalità del mondo. Era un bel seno, piccolo e abbronzato. Lo ricopriva subito e velocemente mi invitava a controllare la busta. I marchi dell’affitto erano sempre perfetti, spesso fingevo di contare e in quel breve momento pensavo a quel seno. Ogni tanto immaginavo di entrare in casa e di trovare la signora Kornelia a terra, come morta. La gatta al suo fianco, viva e puzzolenta. Poi vedevo la signora Kornelia scoppiare in una risata gioiosa. Sollevava il maglione e mi mostrava il seno, questa volta a lungo. rimaneva immobile per chissà quanto tempo, e sempre bella. Quella giornta mi era sfuggita, si era allungata troppo, avevo fantasticato e qualcosa mi era scappato. ma cosa?. Sotto le scarpe continuavo a sentire movimento, una colla e dei rumori sospetti. Le scale si muovevano bene, veloci sotto le gambe, e il sentiero era luminoso. così luminoso non lo era mai stato. Luminoso appartiene alla parola scia, alla parola libellula. Luccicante è mignotta, ma anche zucchero. Dovevo riprendere a lavorare con la ceramica, smettere con quei giochi di parole. L’aria era clamorosamente fresca. La parola clamorosamente comprende anche amorosa, anche mente. Mente nel senso di cervello, perchè esiste anche un significato meno nobile bla bla bla. Kornelia era davvero attraente.

30 aprile 2006

polaroid 01

agosto 1, 2011 § Lascia un commento

Ho i capelli tirati a coda di cavallo, siamo nella stanza più grande e corriamo con la gola aperta in quattro e le magliette sudate. Stefano è lento, tira il fiato fra i tavoli spessi e i tappeti da artiglieria. la palazzina comprende tre gironi di scale punteggiate da colonne.
Nel punto più alto una testa di gesso del suo defunto nonno. una targa inchiodata tiene in piedi una scritta fredda, un qualcosa al valore, in corsivo. con il dito più magro tocco la fronte, come in un battezzo, faccio pressione. la testa ondeggia lievemente, dice sì. un pallone bianco e liscio si schianta sulle scale rosse, lanciato nel vuoto. in realtà non cade nulla. si sposta solamente. mi precipito nel basso del giardino, coperta dalla pergamena di rampicanti e tavoli da esterno. Andrea ripete con la tata i suoi esercizi, buoni per cancellare quel balbettare insolente e noioso. Stefano mangia torta di mele tagliata a quadretti perfetti.
Sento qualcosa sgretolarsi.

Sono sul terrazzo, il papà di Stefano parla di investimenti sicuri da fare con la Parmalat. mio padre è perfettamente abbronzato. sono nascosta sotto al tavolo verdino, ho un quaderno di matematica, un libro estivo blu raffigurante una moto lanciata verso un cerchio di fuoco. le ruote sono frammentate da pezzi di fango ballerini. ho il braccio destro striato da braccialetti di plastica colorata. indosso una magliettina nera piena di capelli biondi, è il ciuffo di Kurt Cobain.
Il lungo terrazzo unisce le sei famiglie amiche, è un cordone liscio di mattonelle alla crema. sulla destra una tavola rinvigorita da stecchetti blu e bianchi. il primo è uno stanco mare Adriatico, i secondi sono ombrelloni di tela blu e bianca. davanti ci sono palazzi grigi, sono strizzati da palloni gonfiabili, fungono da orecchini per stabili di cemento. ci sono materassini e canotti a forma di balena, tartaruga, delfino.
Stefano ha passato tutto il pomeriggio in una stanzetta piena di cioè e smemo. tre ragazzine hanno usato la sua pancia come bersaglio. adesso esce sul terrazzo di cielo arancio, il cielo della sera. ha la lingua di fuori per via di quella perfetta imitazione di Fantozzi, le sue prestazioni sono puntuali.
A bruciapelo confessa il suo amore, rimette la lingua fra i denti. mi piace la Marika. cosa?. mio padre sgrana gli occhi. fai attenzione, eh. no, no. sei matto?. non parlo di tua figlia, troppo rischio. lei è strana, troppo selvatica. parlo dell’altra Marika, l’amica di tua figlia.
Ah.

Sono al Luna Park. abbiamo tagliato per i campi e Stefano è il nostro guardiano. consegno diecimila lire al vigilante, noccioline, piadina e zucchero filato sono un buon richiamo. lo seminiamo subito, la guardia del corpo è golosa e noi siamo svelte. Elisa ha un trucco per baciare con la lingua, è più grande e mi ha insegnato tre cose da fare con un cuscino pulito. mi ha anche detto di non telefonare mai, di farmi desiderare. la mia amica Marika è silenziosa e diligente, mi segue nella folla. mi muovo come una matta e mi fermo solo davanti agli autoscontri.
Un ragazzo continua a guardare nella nostra direzione, finge di sbagliare e di perdere il controllo del volante. è un giostraio, mi saluta con la mano, dopo poco lo riconosco. in realtà lo conosco poco. mi dice qualcosa, ma dico di no. non mi piace. mi consegna un blocco di biglietti gratis per il tagadà. sono tantissimi. non è poi così brutto, certo, ha i denti seccati e incastrati, pieni di radici e buchi, ma gli occhi sono blu oltremare.
Convinco la mia amica Marika a fare una passeggiata con lui. io sono sulla giostra, circondata da bambine bionde e scalze. due ragazzi dalla pelle dorata mi insegnano a stare in piedi, nel mezzo. mi tengono la mano e mi sorridono. ho i piedi al centro, dentro a una stella gialla, dopo qualche tentativo non cado più. sono come ubriaca, ma solo di vento.
Faccio mille giri, sono l’unica straniera, l’unica a non far parte della famiglia. non vogliono più farmi scendere. ridono in un modo diverso, e la musica è sempre più alta. cerco la mia amica con lo sguardo, ma le altre giostre sono spente.
Con i piedi sulla terra ferma inizio a fare brutti pensieri, storie di ragazzine affogate, di vestiti strappati. sulla strada di casa trovo il golfino della mia amica, lo raccolgo.
Una bambina mi tiene per mano, ha il vestito bianco e i capelli lunghi e sporchi. è bellissima. mi bacia e mi saluta. torna verso la sua roulotte.
Quando torno in casa trovo Marika sul lettino, silenziosa ma perfettamente vestita e intatta.
I miei parenti sono tutti svegli e furiosi, Stefano mangia dei biscotti.
Busso alla porta dei ragazzi al piano di sopra. unz unz unz. hanno la faccia stupita: fazzoletti di carta sul pavimento, vestiti sul divano, occhiali da sole portati in casa. di notte.
ho litigato con i miei genitori, in cambio del divano letto vi lavo tutti i piatti.

Ho delle All Star nere nuove di zecca, le unghie sporche e un cerotto sul gomito. una coppia è venuta a vedere i miei adorabili gattini appena nati. non voglio separarmi da nessun gatto. mia nonna controlla dalla finestra, poi entra in casa e mi lascia sola sotto al portico. prendo in braccio il più minuto, stringo forte la coda e le zampine. i dentini si scoprono, la bocca soffia prepotente, le unghie si incollano. sono mezzi malati, ma sono adorabili. perdono lacrime dagli occhi, ma basta un fazzoletto. odiano farsi toccare, ma vanno bene anche in una casa con bambini piccoli. certo.

 

18 aprile 2006

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