Foulard azzurri (su cielo bianco)

settembre 15, 2011 § Lascia un commento

Ci ostiniamo a mangiare con le forchettine da frutta, sul terrazzo. Un non arrendersi alla bufera e a settembre.

Nel suo diario, la Plath, parla delle giornate di pioggia con noncuranza e poca attenzione. le redazioni delle riviste letterarie e le piccole case editrici, venivano inondate da racconti e poesie sulla malinconia della pioggia e sul battere violento dell’acqua nei vetri. Tutto questo accadeva con regolarità spaventosa, nei giorni nati dalla coda dei grandi temporali. Ho appena scritto delle note sulla nuova agenda. Niente di poetico e malinconico. Da domani tutto sarà minuziosamente organizzato, da domani si entra ufficialmente nel nuovo anno. fine dei pomeriggi vuoti di sbadigli e volantini, campanelli improvvisati e triangolini sui foglietti, unghie strisciate sotto i portici roventi e soste in mezzo alla strada, sotto le gonne e i busti delle statue spruzzate dal sole.  da domani ogni giorno dovrà prendersi la responsabilità di avere un nome accanto, una spilla con due biglietti del bus e due del trenino, due mazzi di chiavi e qualche cerbottana. Appuntamenti e previsioni. Ho una signo gelstick 0.7.

Settembre svirgola nell’armamentario della scelta delle nuove penne. Ne avevo sette, nel pugno. Tutte sottili e leggere, buone per scrivere e per fare schizzi. Due rumeni mi avevano chiesto consiglio per un pupazzo da regalare alla sorellina della ragazza. Un  gatto bianco con la faccia poco sveglia. Banale ma grazioso.

Mi piace, approvo.

Puoi sentire il suo pelo, senti quanto è morbido. Oggi è giorno di regali ma sono indeciso. Così aveva detto lui.

La ragazza invece era convinta: vedi, piace anche a noi ragazze. A noi ragazze grandi.

Sì, secondo me ne devi prendere due. Uno per lei e uno per la sorellina.

( lei succhava un lecca-lecca, annoiata).

No, lei non si è comportata bene, oggi.

Poi alla cassa la sorpresa: hanno pagato quei due ragazzi.

Tutte le mie penne? Tutte quante?. Sì, tutte.

Per un secondo, in un pensiero odioso, ho cercato di guardare dentro la mia borsa. Controllare portamonete e cellulare, in un percorso fatto solo con la mia mente.

Mangiamo scamone al sale con salsa verde di pomodorini secchi mentre una certa z., sputa veleno sul suo ex amante: un noto gastroenterologo sposato con una donnina insignificante e tremendamente tirchia. Quella ritrosia che porta a risparmiare sulla tinta per i capelli, sui bordi di smalto nelle unghie, sul sale nella minestra della filippina.

Lo vedi quello? Quello è ricchissimo ma ora ha venduto tutto, vive  solo in corte Isolani, centosessanta metri quadri per una scelta di basso profilo.

Siamo nati in luglio. La metà di luglio, in quei giorni che sembrano far durare l’estate per sempre, siamo nati in un rettangolo piatto e completamente azzurro. Io ho un teoria, dico. ( mentre fè mi passa i dadini di melone coperti di cioccolato fuso). Le persone nate in luglio, sono fatte per immaginarsi agosto, vivere nell’attesa molle e contare i numeri sul calendario, pensando di avere secoli a disposizione.

Sì. Le persone nate in settembre, invece, non sono capaci di godere neanche della freschezza delle lenzuola appena cambiate. Ne sono convinto, mi dice. ( in questo momento è fatto di una bellezza calligrafica, lontano anni luce dalla noia delle minestrine e dei giorni a soldatino).

Comunque quando è freddo mi piace molto la minestrina in brodo. Anche a me, anche a me. Ma pensa, un popolo di mangiatori di minestrine.

Da domani dovrò preoccuparmi di dare risposte a domande tecniche: i bambini davanti ai finestrini dei treni sono tremendi. Curiosità sull’esistenza dei tralicci, sui complicati meccanismi delle ciminiere, sui gas tossici delle fabbriche, le motivazioni degli incroci sui binari, domande sulla vita delle botole numerate, dei fili per la corrente, motivazioni sui diversi colori delle centraline, la forma di saturno, le bolle di umidità sui vetri, la questione di plutone, l’influenza della luna sull’umore.  Riesco sempre a rispondere solo all’ultimo quesito.

Mentre mangiamo la crostata di farina di riso con fichi e zabaione al moscato, viene presa in esame la situazione di l., presto bollata come troione biondo, spostata dal suo ufficio varie volte, amichetta di tutti nelle file delle donne di alleanza. Cado dalle nuvole. Svolgono delle riunioni settimanali, da qualche parte, in questa città?. Ma veramente?.

La nuova moda riguarda la plastica alle grandi labbra. Un piccolo aiuto al rigonfiamento delle parti intime. Anche la vagina invecchia, dice il chirurgo.

Cerco di ricordare nomi e cognomi, per divertirmi  nel trovare i volti sulla grande rete.

In un film di Bolognini, il veglione di carnevale viene usato come luogo di smascheramento dei tradimenti. Anche qua è così, dice s., ma nessuno si è preso la briga e la fatica di noleggiare uno stupido costume, per coprirsi.

Cibo ottimo, devo dire.

 

17 settembre 2006

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pillole di ferrochina, prima della cena

settembre 14, 2011 § Lascia un commento

Cara marika

Da qualche giorno mi duole il pancino. Tu potresti pensare che non sia importante, potresti addirittura consigliarmi di andare a cagare oppure, anziché consigliarmi, impormi di andare a cagare, se soltanto la tua buona educazione non ti mostrasse quanto sia sconveniente imporre qualcosa a qualcuno. Del resto, sai bene che alla pancia non si comanda. C’è stato un golpe in Thailandia. I militari si dicono fedeli al Re, e questo fa sì che le diplomazie temporeggino, perché il Re è un Re buono, ma, dio buono, i militari già applicano la legge marziale e il coprifuoco, chiudono le scuole, le fabbriche e persino la borsa, tanto il Re è buono e consoli e proconsoli non sanno che pesci pigliare: tacciono. Non vorrei essere un diplomatico, perché parlare con un militare, seppur fedele al Re buono, è come parlare a un mulo fedele al pio contadino. I muli, a modo loro, sono intelligentissimi. I militari, in più, sono armati, permalosi, indottrinati e fanatici. Prendi il fante più disarmante e mandalo in prima linea a farsi massacrare: quello sarà onorato e ti ringrazierà con un grande inchino. Anche in Ungheria c’è da stare poco allegri. Io mica l’ho mai sentito un politico che ammette d’essere bugiardo. E’ come un pensionato che confessa di spazzare il magazzino dei filati per guadagnare qualche euro in nero: non lo dice manco a sua moglie, piuttosto si impicca, cazzo. Io credo che la storia, in fondo, siano i pensionati a farla, più che i politici e i militari. Ma qui si entra nella cabala della speculazione. Che poi è morta la Fallaci. Non che mi piacesse quel che diceva a proposito dello scontro tra civiltà, con l’occidente costretto suo malgrado a pararsi e pararci il culo, ché in ballo c’è la libertà e la democrazia, mica merda, e che allora qualche bomba preventiva in via precauzionale alle canaglie si doveva pur mandarla, nucleare o meno, che poi le canaglie cambiano a seconda di come cambiano gli umori dell’occidente, che è un po’ quello che succedeva ai comuni italiani nel medioevo che un giorno facevano lega, il giorno dopo si lanciavano olio bollente e pietre sul grugno, quello dopo ancora eccoteli a far baldoria insieme. Mi piaceva lei, la Fallaci. Mi leggo un libro che raccoglie trenta e più anni di interviste sue, e cazzo, mi dico, non c’è uomo o donna da libro di storia contemporanea che la Fallaci non abbia incalzato a mezzo metro di distanza. Che coraggio e che arroganza, porca troia. Però mi duole il pancino, nonostante tutto. Quello è mica sensibile ai grandi eventi, ai possibili cambiamenti, ai rivolgimenti che non siano meramente intestinali. Che la storia la facciano i ventri?

Caro Carlo,

hai provato con acqua calda, un rigo di limone e un pizzico di bicarbonato?. Non farlo. Un medico mi ha parlato di esplosione alle pareti dello stomaco. Anche le cure cambiano a seconda del periodo, un periodo è bene dare il latte ai bambini, poi dopo tre anni diventa veleno. Sono le mode. Mi rendo conto di non risultare credibile dopo la faccenda del merlo rovesciato come un calzino, infilzato e strozzato da una stringa rotolata nel becco, nella gola, nelle viscere. Sfilato e incastrato in una mostruosa rotta testa-culo.

I bambini sono ancora scossi. Da quando si è impiccato quel ragazzo, al canestro del campo da basket delle scuole medie, non pensano ad altro. Chiedono informazioni sul ritrovamento del corpo, lo immaginano con un cappuccio e una sedia ai piedi. Dei pensionati ( sì, i tuoi pensionati) hanno trovato il corpo, di mattina presto. Avranno pensato a una burla, a un fantoccio. Chissà. Lui si è portato davanti a sua madre. Aveva ventitre anni , è rimasto così, ritagliato davanti alla scuola media della madre professoressa. ( ah, mi sono informata. Il nome della scuola è omaggio a un pittore).

Comunque. Quando il pallone non entra nel canestro, ma sbatte e gira intorno al cerchio di ferro, tutti si fermano un secondo. Pensano al punto esatto del nodo, mi chiedono della cinghia. Poi tornano a giocare e a litigare, certo.

Caro carlo, a me non è mai piaciuta la Fallaci.  Ora penserai: sì, lo immaginavo. La maestra con il nome da libro cuore ha compiuto il danno, sei stata indottrinata, scuola rossa e poi coop rossa.  Niente idee democristiane, come nel mio angolo di nord. La maestra è rimasta zitella, sai?. Alle cene di classe lo diceva sempre, diceva anche di non volere figli. Amava sempre lo stesso uomo, quello già sposato, quello della pelliccia di volpe argentata. ( noi stavamo sotto l’appendiabiti , e toccavamo il pelo grigio. Mi sembrava di carezzare il gatto monco della mia amica sonia. Murphy, in onore al comico).

Se penso alla guerra del golfo penso alle mille colombine della  pace ritagliate fino allo sfinimento. Tutte quelle lucine, ti ricordi?. sembrava un videogioco trasmesso dal tg4. lucine verdi silenziose, da guardare sotto le coperte. Una guerra pulita, vero?.quando le bombe cadevano liberavano solo una bolla di borotalco?. Abbiamo trascurato i romani, ogni tanto la fermo, lungo il corridoio. Hai esagerato con il fascismo e la resistenza, ti rendi conto?. Due o tre volte abbiamo giocato ai partigiani. Andavano sulle montagne, belli e buoni, con i capelli splendenti e i sacchetti con i pezzi di pane duro. Non si nascondevano mai, arrabbiati e disgraziati, carogne pure loro. Mai. Quelli con la camicia scura, invece avevano il ghigno, sempre più armati.

Oh, ma sei matto?. Non le diceva mica queste cose la maestra. Eravamo noi ad allargare il contorno.

Lo scorso anno scolastico mi sono trovata una bimba con un libro in mano: io da grande sposerò un partigiano. Le stesse pagine del 1990, lette in una nuova aula. Distante solo tre porte.

Dopo tutta questa parentesi scarlatta ti devo dire una cosa. Non è mica per quella sua infanzia schierata e combattente, no. Non è mica per quello. Non siamo così scemi da scomodare il tradimento- cavolo, che parola pericolante- no. Le sue ultime posizioni razziste e arroganti non mi hanno minimamente sconvolto. Nessuno stupore nel cavalcare ogni tigre possibile, a seconda del momento. La sua passione nelle parole, la sua forza incontenibile e usurata, la rigidità detestabile, la missione assoluta, il suo specchio intollerante, il suo alimentare e nutrire la paura, il suo sguardo metallico, la sua cavolo di voce teatrale. Non è una colpa il narcisismo, vero?. Mai. Che palle, però.

Quando torna l’inverno è uno dei miei film preferiti. Pieno di citazioni non condivisibili.  Hai presente Jean Gabin?. Non ho più bisogno del vino, ho bisogno di una sbornia.

Ecco, così.

 

 

21 settembre 2006

volevo dirti una cosa, poi mi sono dimenticata

settembre 13, 2011 § Lascia un commento

 Cara Pauline,
non sono riuscita a prendere la nave, al mio ritorno, perché tutte le imbarcazioni erano in Libano per via di questa nuova guerra. r. diventa sempre più bello, giorno dopo giorno.
Ora i suoi capelli sono quasi diventati biondi per colpa del sole, o forse è il bianco che ha iniziato a salare le tempie. Non importa, lo adoro con una costanza che è fonte di stupore per tutti.
Cara Pauline, tu saresti la prima a ridere e a stupirti di tanta cura contrapposta alle ombre.
Ti ricordi dei pomeriggi passati alla baia, chiuse nello studio di a., ripetendo le battute di scene da un matrimonio?. dovevamo essere pazze: coltivare di nostra spontanea volontà una pesantezza indicibile, per poi strapparla con le nostre mani, ridendo.
Avevamo una certa rigidità e con grande difficoltà riuscivamo  a comprendere e giustificare i meccanismi silenziosi e dolorosi di quel film. abbiamo sempre avuto una predisposizione al patetico, noi due.
Cara Pauline, ho una nuova glassa verde da farti provare. una ricetta slovena. come me hai sempre coltivato la passione per i cibi dai colori improbabili, se ricordo bene. questa glassa è la reincarnazione dello spirito dei boschi, cara Pauline. balsamica e regale. potrai provarla nella tua città, sai, avevi ragione: la mia in realtà è solo un grosso paese.
Dovrei parlarti della situazione imbarazzante portata dai nostri governanti, ora che sei dalla parte opposta del mondo. ma un sottile senso di tradimento mi spinge a un certo pudore. ti spedisco però qualche ritaglio da quel quotidiano che ti piaceva tanto. adesso a. lo troverebbe troppo radical-chic, quasi insopportabile. pazienza, non ho altro e ho smarrito io stessa lo smalto innocente e antico delle nostre conversazioni politiche, così furenti, stupide e acerbe.
Non mi sono data alla frivolezza, cara Pauline. mantengo ancora l’assoluto negli occhi , la rigidità nei rapporti e la mia risaputa ostilità con le altre donne. una questione di confini e odori, direbbe a.
( no, Pauline. nessuna ha più tentato di picchiarmi, ricordi?).
Ho ancora quel grigiore sulla fronte, fra le sopracciglia. esce fuori quando un discorso non mi piace.volevo inoltre comunicarti il mio disappunto per i bagni al mare di questa stagione: non mi hanno disteso i nervi come in passato. sarà stata colpa delle continue bruciature.
Sono sempre un grillo, Pauline. tu non diventerai mai una volgare e speranzosa cinquantenne, vero?. rimarrai sempre giovane, vero Pauline?. Solo la gioventù può giustificare attesa e rabbia furente, vero?. pensi ancora questo?.
Ti ricordi il nostro ripetere la scena dell’abbandono? tu eri Marianne e io Johan. con un battito la studentessa si portava via il professore, era naturale.
Hai conservato qualche ricordo del mio insegnante di lettere?. lui preferiva l’interpretazione di Jung al sogno sulle serpi e le lontre. ( questa notte sono arrivate nel giardino di un pronto soccorso sconosciuto, dopo una rinfrescante pioggia ).
Cara Pauline, sono quasi felice. la tua felicità ha la serenità dei deserti, la mia contiene gli sbalzi delle foreste. non preoccuparti mai, quindi. questa è l’unica differenza.
( ho conservato per il tuo ritorno il vecchio libro I-Ching, con le monete rosicate da p.)
Ti mando una miniatura fatta da un caro artista, conservala per bene. vale un terzo di tutti i soldi che hai trovato nel corredo di a. ( sono sempre la solita esagerata).
Comunque dovrò parlarti molto di lui, in futuro.
Dovrò parlarti di tutte le cose e i giochi trascurati per colpa dei miei famosi paraocchi.
Cara Pauline, la mia stanchezza non supera la mia curiosità. alla fine è sempre lei a salvarci, vero?.

m.

28 agosto 2006


Posacenere Cinzano

settembre 12, 2011 § Lascia un commento

Se vuoi prendere un marito devi lasciar stare quei polacchi, è giunta l’ora,  ma a cosa ti serve uno di quei polacchi?. Pensaci bene, vanno avanti e indietro, lungo le scale della stazione, indossano scarpe a punta color panna e magliette a fiori. Hanno i baffi color biscotto e  parlano sempre ad alta voce. hai sempre odiato le persone con un tono alto, tu. Non ricordi lungo i porticati, nelle notti di Pula, quanti sputacchi lasciati andare in croste e sbrodolamenti di calce?. Ridevi, ridevi. Poi abbassavi la testa e guardavi il suono del tuo cellulare. Va bene, non abbassavi la testa, però la inclinavi leggermente. Lui dice che è uno scapolo, lo senti ?. offre consigli a quel tunisino. In questo ballatoio di Romagna hai visto troppe volte camionate di ragazze giovanissime, scaraventate lungo i viali, con vestiti sintetici e fidanzati legati sotto la vita. Hai visto anche tu, non è roba per te. Ti ricordi quella volta, con le chiavi di casa rubate alle tre di notte?. Eri corsa via, peggio di una ladra. Sei sempre stata senza patente, ti eri dimenticata del cancello di ferro, della siepe puntata, del sentiero di campagna abbindolato da calanchi di rospi e fanghiglia. Non potevi neanche sopportare una permanenza superiore alle tre ore di conversazione. Dopo, poi. Sempre peggio. Dovevi andare via. Il posto seguente è sempre stato migliore, fosse sgabuzzino di scope senza manici o ripostiglio ripieno di cappotti in armadillo. L’hai sempre detto, giurato e rigiurato. E il tuo telefono morto, per giorni interi. Casomai un messaggio, ma giusto se avevi il tempo di recuperare un passaggio sicuro. E l’ultima corriera non la dovevi mai perdere. Anche quella volta, non è passato troppo, eravamo andati insieme a veder partire quella ragazza bionda. Dicevi così: andiamo a veder partire. Guardavamo la scena come in un vecchio film, nascosti dietro a due grassone con le buste piene di vestiti . Sentivi il suo nome, come si sentiva un mazzetto di ortiche lungo la schiena. Lo avevi mangiato per mesi il suo nome. Poi un biglietto del treno, guardato a vista da un metro di muro di Piazza Minghetti. A lui Bolzano non sapeva più di rinuncia, non sapeva neanche di addio. Era talmente tanta l’erba secca passata sopra il tempo, senza rendersene conto lui aveva abbandonato tutto da tre secoli, e non era neanche colpa tua. Ti volevano tutti bene in quel grande appartamento. Poi, al solito, aveva giustamente trovato posto per qualche tua maglietta piccola, forse pure per lo spazzolino. E pensare che eri ancora nella fase del panico da cibo insieme, ridevi, perché non sapevi mica piangere. Allora andavi a getto, e spruzzavi tutto quel sarcasmo come certi animali fanno con il veleno. Avevi il profilo delle vedove, quello screziato di oro giallo, sempre in ombra.
Una volta, di nascosto, ti eri provata le sue scarpe. Quelle che aveva dimenticato. Ma come si possono dimenticare gli oggetti nelle case degli altri?. Poi hai iniziato a farlo anche tu, senza volerlo. Prima una sciarpa nera, poi la lettera di un gallerista, infine un giubbetto. E’ insolito e gravissimo, dicevi. Per gli orecchini invece non avevi problemi, ne portavi sempre solo uno. Ma il secondo rimaneva incastrato nelle giacche o nei capelli e non ci facevi neanche caso.
Hai sentito? Ha telefonato. Si sono accordati per il treno ma lei non deve capire bene l’italiano. Secca piano le parole e alla fine proibisce ogni nuova chiamata fino al nuovo giorno. Solo il solito messaggino, va bene?. Trovi incredibile l’ammirazione che quel tunisino coltiva per quel buffo ometto. La Chiara porta un nuovo aperitivo al suo tavolino, e quello che balla, da una mano all’altra, è lo spigolo di un posacenere Cinzano. Incredibile. Hai sempre desiderato un vecchio posacenere Cinzano.  Comunque. Eri arrivata al punto di dispiacerti per lei. Poteva almeno finire il Dams, dicevi. Non eri giunta a nessuna conclusione, e ti avevano sfiancato, portandoti manuali, esperienze e bagliori. La luna quella sera era una mezza fetta di melone bianco. Congelato. Solo nuotare poteva calmarti ma la strada era angoli e palazzi e rotonde. Non hai mai capito niente, e hai sempre avuto una voce troppo bassa. Quasi una fortuna, visto che è di lattice, zampe di tartaruga e primule sfiorite. Poi, la rivelazione: in quel libro Adelphi pieno di scatole e immagini. La frase dedicata, l’inconsapevole miglior regalo di compleanno. Un mare in tempesta che non fa rumore.
Ti sarai stufata di esserlo e di notare che i tuoi piedi non lasciano ombre sulla sabbia ma solo un cerchio nel fondo. Sarà solo la combinazione delle maree, eppure lo rifaresti ancora, scappare schifata dopo aver visto l’anello nella tua scatola di gomme senza zucchero.

Anche tu, hai ben presente la faccia del Bartebly di Melville, il giorno in cui decise di lasciare il lavoro per fissare il muro cieco fuori dalla finestra del suo ufficio. Solo, non la immagini più una faccia felice. La vedi solcata dalla brina delle marcite, intarsiata da chiodi gialli, sfiancata dall’aria pesante della prima ora dopo la liberazione.

Il resto, è  il tuo venoso e ardente plancton, seminato dove tutto fluisce e semina e sbaraglia. Dove muta, secondo dopo secondo, la sua direzione secolare per finire schiantato nel vuoto, in una nuova miracolosa e inutile mutazione.  Minuscola e mai chiassosa, coltivata in piantine da balcone.

E’ ancora una matrice, un vincolo, un passaggio ulteriore, un dare un nome e marchiare etichette. Sei fatta così adesso, stufa di essere acqua, ghiareto, zampillo acidulo e cristallino. Sassolino misterioso, fumo multicolore, nido pulsante.

Dare un nome alle cose, catalogare le bende e i taglietti, fino al male.

In Romagna, invece, hanno sbagliato tutto. Questo inventario non lo dovevano fare,  i praticelli pieni di nomi assurdi. Tante Megan, Azzurra, Jessica, Dhana.

Ricordi? una volta un ragazzo ti regalò uno splendido posacenre Cinzano.

 

 

9 agosto 2006

Hubert & Guenda

settembre 8, 2011 § Lascia un commento

Guenda cercava di tenersi da parte poco tempo libero. Ci metteva tanto impegno per non ritrovarsi con degli spazi vuoti fra le mani, durante le ore del giorno. Quel sabato mattina senza lavoro, però, era insolitamente sereno. Hubert si era nascosto dietro la porta del bagno, e lei era stata avvolta dalle sue mani e da un lungo bacio mescolato e confuso alle punte bagnate dei suoi capelli. Punte che erano state disordinatamente nascoste nel cappuccio dell’accappatoio blu.
Pensò alla bellezza del momento, neanche un paragone sarcastico sussurrato con voce stridula, in riferimento a una stupida scena da soap.

Una vera stranezza, per Guenda.

Hubert, le aveva poi proposto una gita in città, e Guenda si era subito rallegrata all’idea di provare dei nuovi costumi da bagno. In macchina, si era immaginata più volte la sua lucente figura bianca, avvolta da alette di cartoncino, come i modellini da vestire e ritagliare: quelli dei preziosi volumi sulle bambole antiche presi in prestito alla vecchia biblioteca centrale di Oslo, in compagnia della tata sorda e di suo fratello Jakob. Ovviamente non era consentito ritagliare le figure nei libri per la consultazione, e Guenda aveva sempre desiderato staccare una figuretta in particolare: quella del neonato nella carrozzella rossa, quello con la divisa da marinaretto e gli occhi tondi.

Nessun costume era adatto al disegno della sua figura. Uno era troppo largo nel pezzo di sotto, poi era di un color sabbia mortificante. L’altro era troppo piccolo, il seno sembrava in trappola e i pois arancioni parevano legati con dei tiranti e resi ovali. Nella parte centrale, il colore della lycra era talmente allargato da diventare bianco. Le cuciture, poi, lasciavano a Guenda dei segni rossi a zig zag, proprio sotto le ascelle. Le spalline, erano di un materiale differente, più spesso e rigido, e il gancio della chiusura era di una plastica talmente leggera e precaria da dare l’impressione di lasciare poco spazio alla libertà di respiro.

Chiusa nel camerino, aveva mandato qualche maledizione alla giovane commessa con i capelli unti. Aveva delle scarpe da ginnastica con delle lucine orrende sui talloni e sembrava soddisfatta del risultato a ogni cambio costume. Era così scema e maledettamente sorridente da sembrare realmente contenta di ogni soluzione.

Questa convinzione rendeva la situazione ancora più fastidiosa.

Guenda, nuda nel camerino, si vedeva  più bianca del solito. Dava la colpa allo specchio e alle lampadine crudeli.

In macchina, Hubert aveva messo – appositamente  per Guenda – la sua canzone preferita dei pixies . Guenda non aveva neanche sorriso e aveva mentito spudoratamente, negando una piccola e silenziosa crisi di pianto nel camerino.

La luce di Trondheim aveva sempre qualcosa di insolito, leggero e lunare insieme. Sembrava trarre energia dal fiordo Omon e Guenda la immaginava proprio così, come una traiettoria/percorso da compiere a ogni costo per ricaricarsi di chiarore. La vedeva cadere in basso, vestire i ghiacciai, stringere le valli – in una mossa da panettieri, fermare la farina al centro e creare due solchi – infine bucare l’acqua marina, non senza aver affondato il suo cucchiaio  nelle  correnti amiche del Golfo.

Una volta tornata a casa, Guenda si era diretta subito in giardino. Non si era neanche preoccupata di sistemare la loro sedia vuota, quella del terzo e misterioso ospite sempre atteso a ogni pranzo e a ogni cena. L’ospite che sembrava non arrivare mai.

La cucina era della mamma di Hubert. Su quel complicato piano a scacchi bianchi e blu – ora a tela di ragno, ora a spiga di grano- il piccolo Hubert aveva osservato sua madre mille volte mentre preparava il pesce palla direttamente sul piano.

Hubert  passava le giornate guardando le fettine sottilissime, riposte sul marmo, senza nessun piatto come base. Le fettine erano talmente fini da lasciare trasparire le decorazioni smaltate.

Guenda, dopo così tanti anni,  sentiva l’odore delle fettine e del fegato del pesce palla, velenoso e pericoloso da toccare.

Ogni tanto, per  colpa di questa brutta sensazione olfattiva,  si metteva a strofinare la cucina con un detersivo sgrassante per industrie. La camera da letto e il salotto erano invece  scelte della prima moglie di Hubert. Il giardino sembrava l’unica cosa nuova della casa, in realtà non aveva nulla di particolarmente bello, ma aveva il vantaggio di essere uno spazio vuoto. Un quadrato che aveva ricevuto pochi occhi.

Il guanto da giardino si era rotto sotto il dito indice e l’unghia di Guenda  era diventata una mezzaluna di morbido terriccio. Il sacco della spazzatura aveva scoperto un fiumiciattolo di olio scuro: una pozza triangolare sotto il lavello. I vetri sembravano cosparsi da uno strato di condensa grigia e un bicchiere  sembrava non  voler abbandonare un pesante alone opaco.

Guenda aveva sempre pensato alla sua infanzia come a un periodo felice, un piccolo album di foto bianche e aringhe fritte nei coni di carta gialla, da mangiare con il naso in aria. In realtà era una ritagliatrice, probabilmente un giorno qualche dottore le avrebbe aperto la pancia in due e avrebbe scoperto la sua doppia masticazione, come certe bestie.  La sua felicità era fatta solo di rimasugli, ritagli, bordi, attimi. Sembrava tutto chiaro.

Un vaso di fiori era crollato a terra. Il giardino si era ritrovato con uno strato di sfere bianche, fredde e saltellanti, infilate come biglie impazzite fra i fili chiari. I tuoni facevano giri intorno al tetto, avvolgendo la casa in modo simile a una sciarpa di lana ruvida, stretta intorno a un collo.

 

2 luglio 2006

Tutto bene, sole tanto (origini del Vicks VapoRub)

settembre 7, 2011 § Lascia un commento

Quattro parole su una cartolina opaca raffigurante un sole caramellato coperto da un pulviscolo blu. Tutto bene, sole tanto. Il timbro coperto da macchie, e ora, con immediatezza, non potrei giurare di avere fra le mani la riproduzione di un tramonto di qualche località balneare della costa. Potrebbe trattarsi benissimo di uno scorcio di balconata. Una baita affacciata su una pineta azzurra con i monti dentellati nascosti dai vapori balsamici delle vette. E’ così che si cattura quel balsamo alla menta che spalmate sui petti dei vostri bambini, sapete?. Centinaia di omini balsamici in salopette, profumati come saponette, vengono liberati ogni giorno sulle alture innevate. Ogni mattina stappano i vasetti blu facendo filtrare le polveri nella preziosa plastica. Non sarò certo io, a spiegarvi il procedimento che permette la trasformazione del rarefatto luccichio polveroso in unto mentolato e cremoso. Dovranno fare qualcosa quei poveri omini, tutto il santo giorno sui monti, pregni e sofferenti di trita solitudine. Ci vuole comprensione e accortezza. Ricordo bene l’ultimo suo giorno a casa. Pieno di incubi e stranezze. Eravamo tutti riuniti per la colazione e non potevo fare a meno di guardarla, mentre con una forchettina macchiata di ruggine picchiettava il bianco gelatinoso dell’uovo. Lo voleva quasi crudo e lo mangiava a piccoli morsi, ma in fondo si trattava di leccatine date con le palpebre abbassate, ancora incrostate di sonno. In quel periodo si era fissata con un corso di giardinaggio. Passava la notte nella serra, con le vetrate rese sorbetti e piene di vetrame olivastro, ghiaccio conficcato nelle fessure delle porte, culi di neve ammassati in giardino, fatti di glassa, grosse code annodate di felci, come la treccia di quella principessa incastrata nella torre. La serra era un fuoco rosa, una stufa rovente smorzata dalla notte bluastra. Lei ripuliva le foglie tropicali, chinata al centro ella serra, e dalla finestra la sua figura diventava tagliata di verde: le maniche del suo pigiama venivano segate da segmenti friabili, croccanti e offuscati dalle ombre discrete della nebbia. I bulbi e i semi erano disposti in modo miracolosamente ordinato. Da quando era entrata lei, tutto era perfetto. Ogni filare di verzura, ogni petalo esotico, ogni tubero. Le uova trasparenti sembravano occhi, quella mattina, e forse era proprio quello il motivo delle palpebre serrate. La notte, era entrata nella mia stanza, come faceva da bambina. A piedi nudi e di corsa. Mi aveva raccontato il suo sogno, facendomi rotolare in piedi. Fra le pergole di primule aveva trovato una palla lucida e gommosa. Aveva preso dei guanti e una manciata di pagine del quotidiano locale. Senza guardare aveva sollevato la sfera mettendo il braccio sotto al rubinetto. Il getto freddo aveva gettato via il primo strato di pelle, rovesciandosi sul braccio. Un latte condensato dall’odore spaventoso. Pancia e marciume. L’acqua troppo forte aveva lavato via occhi, bocca e orecchie. Aveva, aveva aveva. Tutto bene, sole tanto. I nostri genitori leggono le cartoline mille volte, seduti sul tavolo della cucina. Poi le mettono in fila, insieme alle altre, sopra al camino.

27 luglio 2006

la cura segreta di Casal Buraghi (parte terza)

settembre 5, 2011 § Lascia un commento

Tocco il teschio, mi serve per verificare la sua esistenza o per rendere il disegno – maledettamente curato e perfetto, con le sfumature cupe negli angoli giusti e perfino qualche rimasuglio di peluria- più innocuo.
A Casal Buraghi non sono sola.Nascosta dietro le fronde, di profilo, la parete di sassi si scontra con precisione contro un cielo rischiarato a prepotenza , tirato in basso, strattonato con violenza da un mazzo di mani e braccia, forse anche unghie. Non si riconosce la misura dei nasi, la curvatura delle sopracciglia e lo spazio della fronte. mancano tutti gli elementi utili per identificare una persona, la sua storia, la mappatura delle rughe e dei sorrisi, la geografia di una faccia, per farla breve.
Sono persone, questo è certo. Sulle teste, attorno ai capelli, due punte protese verso l’alto, si parlerebbe di orecchie animali, se la logica – perché  deve essere noto a tutti il mio essere una ragazza estremamente pratica e poco incline alle fantasticherie- non avesse qualcosa da urlarmi. Le ombre sono prese da una febbrile danza, a tratti simile a un combattimento antico, un rivoltamento di tuniche. Il passo seguente, dovrebbe combaciare perfettamente con una ritirata più o meno frettolosa. Il mio avvicinarmi ulteriormente mescolandomi a una siepe, quindi, deve essere preso come un favore al lettore e non come una leggerezza morbosa, o peggio ancora, una curiosità molesta. Da vicino la danza è meno libera del previsto, sembrerebbe esercitazione di spiriti, ma anche uno staccare la carne dallo scheletro con la punta delle unghie, senza mai permettersi di toccare due volte la stessa parte.A questo punto non oso immaginare il pensiero del mio parentado –oh! una setta!, con i suoi rituali e i suoi amplessì, e via, con immagini di fanciulle sventrate nei reticoli terricoli e melmosi della boscaglia inglese, in contrasto con le vesti leggere e bianche delle vergini dai capelli sottili- comunque siete fuori strada, perché quello che si sente è gaio e leggero, un vociare giocoso mescolato a risate passate da tanto tempo. Solo dopo molti  minuti, solo dopo molte risate, i suoni si fanno segreti e smorzati. Le tuniche vengono stese dal caso, sui salici macchiati di rosso, nel profilo. si tratta del fuoco chiuso nelle lanterne, suo malgrado. Tutti sono sistemati in cerchio, al centro si riconosce la Forlazzi. Questa è una splendida  posizione, ci offre l’illusione di essere osservatori senza essere osservati. La chiave di tutta la frase è la parola illusione, chiaramente. perché a chi piacerebbe guardare senza sapere di essere visti?. Non è sicuramente il vostro caso, miei lettori. La Forlazzi sembra meno sghemba del solito, con una sua sicurezza, un suo personale stile, anzi, una sua sapienza. Finalmente al suo posto, e non mi metterò certamente a descriverlo, questo suo posto.

-La terra a mosaico è la più adatta per le lepri. le lepri sono animali territoriali e la notte è il momento perfetto per procurarsi del cibo.

Guarda la Forlazzi, guardala bene. Non è bellissima?.

Ricordi quel mio difetto, quel mio balbettare? Da quando vengo qui, sono guarito, e anche mia moglie non ha più quel dolore alla schiena.

Dantini, il postino in pensione, mi viene incontro con una serenità azzurra, e una vocina esile.

Mi parla del comportamento sessuale poligineo, dei famosi combattimenti di boxe fra lepri femmine, delle tane allo scoperto, della corsa, dell’allevamento dei cuccioli senza cure. Dal basso, sale tutto l’umido possibile. viene sprigionato dalla terra, come un gas. Poi, l’umido diventa polvere, fiorisce in aria, lascia una leggera nube bianca. Fatico: non riesco a trovare un pensiero per la danza delle lepri e per la sua simulazione fra umani. Peggio ancora, fra compaesani. mi sento esclusa da un segreto recintato in un vecchio casale inesistente, chiacchierato e sconosciuto. Dantini mi guarda sereno, sicuro del mio stupore. si aspetta parole dure, risate, si aspetta qualcosa. scorre il mio sguardo prevedibile, in attesa di una reazione. In lontananza, i visi sembrano svelati uno ad uno: i miei vicini di casa, il lattaio, la mia ex insegnante di violino, perfino il vecchio Orazio. Le figure spuntate sul rosso, come nella tecnica dell’incisione, continuano a ballare la danza delle lepri, a unirsi in gruppi, a sparire a coppie negli angoli. Quel fazzoletto di paesaggio ora sembra uno schermo-videogioco. attendo una disgregazione di pixel, una scritta game over, un balzo di lepre meccanica. una pistola giocattolo nascosta dietro a un tronco. Il mio piede ha un buco. piccolissimo e ricoperto da un liquido trasparente. Il liquido ha bloccato il sangue, lo ha chiuso con lo stesso meccanismo semplice del gel artificiale, contro le conchiglie e i sassolini per produrre le candele casalinghe. La mia ferita sembra senza fondo, un pozzo per formiche, mortale.  il sangue è bloccato ma non riesce a seccarsi, e il liquido continua a uscire da giorni. la ferita è stata procurata dalla stretta delle mie scarpe con la treccia di cuoio. sono basse, e sembrano molto comode. Dantini è tornato fra i suoi amici. È saltato fra le erbe e ha raggiunto il rettangolo piano. È tornato a essere un folletto, e non ha più nulla di umano. -Hai una lettera per me, una letterina avanzata da qualche anno? Raccontami una storia, una ancora più incredibile, ne conosci altre?

Ma parliamo al vento, Dantini è già andato.

Dietro di me, a un passo dalla siepe, sento una luce stampata sulla schiena, una torcia di latta, forse.

Non serve voltarsi per sapere, per riuscire a vedere il dottor Mainardi.

 

24 giugno 2006

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