Azzerruolo scrive (la fine del comunismo sentimentale di Hannele)

ottobre 15, 2011 § Lascia un commento

Riusciva quasi a prevedere il momento del crollo. Sentiva un lieve torpore alle mani e una pesantezza alle palpebre. Poi basta. Poi niente. Cadeva addormentata profondamente. Poteva trovarsi sui divanetti rossi dello star-kooba oppure in fila alla posta. Poteva essere al telefono con la sua amica Ritva oppure davanti alle telecamere, mentre ripeteva meccanicamente un trafiletto imparato durante il fine settimana. Da quando faceva quel lavoro aveva una voce meno umana, da robot. Lo aveva notato anche quello sbadato di Petri. Sentiva la lucina accendersi e l’assistente Heikki urlare: Hannele! In onda!. le televendite duravano pochissimi minuti e la telecamera si posava  soprattutto sulle sue mani. Si trattava quasi sempre di piccoli aggeggi tecnologici dal design esclusivo e con bottoncini così piccoli da essere un vero ostacolo per i primi piani. il superamento della vecchia radiolina. Prima era opportuno compiere una serie di evoluzioni  acrobatiche a elevato rischio di caduta, con il pericolo delle unghie rosse in agguato. La tortura dello smalto perfetto era uno dei momenti peggiori del suo lavoro. Richiedeva ritocchi continui, sotto le luci bollenti del camerino microscopico.

Aveva iniziato ad associare i suoi crolli ai momenti più brutti. Invece si sbagliava, perché era caduta addormentata anche davanti allo stadio di Helsinki, abbracciata a Petri, felice come una bambina con una statuetta di pirite fra i guanti.
La prima volta era crollata in chat, con il suo amico Markku78. lei aveva scelto un nick strano: azzerruolo.

Quelli gialli del mediterraneo erano una rarità in tutta Espoo, ma Hannele aveva trovato un negozietto assurdo, incastrato nel fiumiciattolo di strade bianche e isolotti legati alla terraferma da fili e ponti di ferro.Dovevano essere così le mele delle fiabe, quelle incastrate nei rovi, cresciute nei boschi  dietro ai castelli delle streghe invidiose. Quelle rubate dai principini delle addormentate. Meline color giallo sporco, bitorzolute come nasi di vecchie, piene di gobbe e nodi. Simili a magici bastoni. Ricoperte da una pellicola di talco. Parlavano del crollo del comunismo, quel giorno. del fallimento totale del sistema. Poi Markku78 aveva scritto qualcosa a proposito della fine del comunismo sentimentale  di Hannele.

Ma sei sicura? Sei matta? Non ti credo.

Ti conosco troppo bene.

Infine aveva fatto trillare lo schermo e sommerso la paginetta di faccine di ogni tipo. Non aveva ottenuto risposta per due lunghe ore.

Espoo diventava un campo da basket gigante. Delle ballerine volteggiavano a destra e sinistra, trasportando grossi diamanti appuntiti, conficcati nella pancia, sopra ai body lucidi. La zona vicino al politecnico era un campo di dentini. Spuntavano come piccoli fiorellini gonfiati, dei fagioli bianchi. Il cielo era rosa, notte e giorno. Il talco delle meline selvatiche si staccava e usciva dai sacchetti di carta del negozio.La polvere si organizzava in mulinelli opachi e fastidiosi. La segheria dietro casa lievitava a dismisura, rompendo i cancelli di ferro, tagliando i lastroni di cemento sul giardino principale.  Il talco bruciava gli occhi dei passanti, tutti stretti con le mani ai ponti metallici.  ( i dentini erano ingabbiati lungo i ponti, come tiranti per apparecchi ortodontici e elasticini rotti).

Si svegliava regolarmente con la gola secca, si sentiva sollevata ed esposta in pubblica piazza, in braccio alle statue della stazione centrale di Helsinki, quelle spuntate dal niente sui fianchi dell’edificio.

Quando passava con la sua cartelletta, piena di fogli e domande, nei corridoi del quartier generale della nokia, sperava di non cadere in una posa imbarazzante. Si teneva stretta la gonna e si controllava gli occhi nei riflessi delle vetrate.

La scala mobile del terzo piano era costeggiata da scritte luminose: connecting people, connecting people.

23 ottobre 2006

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Fossi maledetto (post cena felice, ubriaco e molesto)

ottobre 8, 2011 § 3 commenti

Sono una badante polacca, arrivo in corriera alle prime ore del mattino. Ho un rossetto rosa e delle pantacalze nere. Sono il clown disegnato dalla Kornilof per l’incredibile videoclip di David Robert Jones, sono il fratello malato e fragile. Sono la gru del Diamond Dog Tour di Philadelphia , sotto ci sono le telecamere madri dei reality e le macerie. Sono lo sperma desiderato da due fan, da me nascerà un nuovo Satana, in seguito a una folle fecondazione. Sono il muro a pentagaramma, l’urina tenuta in frigo. Sono John Lennon e la sua smorfia triste, accanto al letto di casa Bowie. Sono la crisi creativa coperta e salvata dalle coreografie scintillanti. Sono il Serious Moonlight Tour. Amo cantare, ma solo davanti agli sconosciuti. Sono una serie di pupazzi ridicoli. Mi vendono solo in alcuni siti internet, creati da donne sole, in case colorate piene di gatti neri e accendini dipinti. Disgraziate. Sono te, quando mi parli in italiano con la erre povera e mi fai sentire i tuoi sogni in francese. Sono il tuo bambino più socievole e quello più duro. Sono fatta di sette risate differenti, me lo dite da ubriache, al tavolo del ristorante. Tutte contro una. Sono momentaneamente felice. Sono lo studio per una centrale elettrica di Antonio Sant’Elia. Sono una città impossibile. Prediligo l’aspetto plastico-evanescente. Sono l’unica linea curva nella costruzione per una metropoli moderna di Mario Chiattone. Sono una parodia della canzone senza Dio e padroni di Léo Ferré. Sono il filtro magico nelle illustrazioni di Ulrich Molitor. Sono la sposa messa a nudo dai suoi celibatari. Sono una macchina su vetro frantumata e complicata da ingranaggi meccanici. Nessuno è capace di spogliarmi. Sono il cappello ribaltato di Proudhom, nel dipinto di Courbet. Sono la bambina con il vestito nero, ai funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj. Sono un testo dei Carpacho!.Un amore da toilette, in  particolare. Sono un vecchio sdentato che ha picchiato Caravaggio in una bettola con il pavimento coperto di piscio. Ho la febbre alta e il naso tappato ma continuo a chiedere vino rosso. Ho paura. Sono una dama di compagnia, ma ho da poco imparato a leggere. Sono un pescatore siciliano. Mi hanno regalato una camicia da boscaiolo e ho le mani piene di buchi. Guardo il mare e lo vedo rosso. Sono la truccatrice maldestra di un film dell’orrore a basso costo. Mi ostino nel voler rendere graziosa la protagonista. Sono un luogo comune. Non mi ribello. Sono Kiki, faccio consegne a domicilio ma ho perso la scopa e ho ascoltato tutta la notte Keith Carradine. Non farò resistenza perché sono arrendevole. Sono Picasso. Siete nel labirinto del minotauro, non temete di rimanere in trappola? Non sapete che il minotauro muore se non mangia almeno due vergini al giorno?. Sono il baby doll del film di Elia Kazan, vengo stropicciato e guardato con forza. Sono una cameriera asiatica con una piccola cicatrice sulla fronte, tutti mi portano la mancia con il sorriso malizioso. Sono la tua paura, quella di vederti soffiar via il marito da una cubana. Sono la scena finale di deserto rosso. Sono Ermes, il dio dei mercanteggiamenti: presiedo agli esami di coscienza.

Sono te, quando mi apri titubante la porta di casa e mi dici ciao.

27 ottobre 2006

la beffa e altre storie (Dalila, la farmacista)

ottobre 8, 2011 § 3 commenti

Di mattina lo voleva fare tre volte.

Lei aveva pensato, in rigoroso ordine temporale:

a) al ruvido fastidio delle briciole sulle pieghe della coperta. Doveva smetterla di piombare a casa sua alle ore più improbabili, carico come un maiale di sacchetti umidi traboccanti sfogliatine alla crema ancora calda.

b) alla sua abitudine crescente di bere succo di limone ogni mattina. Sentiva il bruciante liquido scivolare lungo il suo stomaco: aveva chiara la visione gialla ridotta a strisciolina ondulata. Cadeva attraverso il suo busto aperto in due. Si vedeva squarciata come un modellino per le lezioni di anatomia. Il percorso del succo acerbo carezzava nervi, venature, muscoli. Fiancheggiava le sue giovani arterie come luminol .

c) alla domanda fatta dalla sua sorellina più piccola.

         Ma il pene contiene un osso?. Magari, magari Mimì.


Questa era stata la sua risposta, il giorno prima, portando la sorellina all’ultima lezione di corso estivo in piscina, mentre si allungava sui sedili della panda rossa, sforzandosi di liberare la cinghia dello zainetto di Mimì dalla morsa dello sportello.

Certo, la risposta era stata misera. E non teneva conto della gamma variegata di sfumature e tipologie, casi singolari, umori e sensazioni del momento.

Adesso, ad esempio: avrebbe risposto seccata, ringraziando santi e costellazioni per non aver reso l’organo maschile tanto resistente.

Lui si era ripiegato in fretta dentro la sua maglietta, ruzzolando via con tutto il suo peso dalla schiena di lei. Finalmente poteva respirare e ammirare i solchi microscopici lasciati dalle briciole, sulle sue gambe. Buchini leggeri, come termiti sulle travi. Il tempo di scrollarsi le briciole rimaste incollate alla pancia e quello per trovare qualcosa di pulito da mettersi.

In mezzo aveva alzato la testa verso il cielo, che era decisamente un cielo nouvelle cuisine (aveva riso silenziosa, tutti le riconoscevano  un certo talento nel trovare definizioni assurde e completamente stupide). Sapete, un cielo vacillante di nuvole strette e lunghissime, come strisciate di chef, punti  esclamativi di albume zuccherato. Ghirigori di alta pasticceria. un cielo raffinato e traballante, dalle gambe strette. Tutto avorio e polvere. Qualcosa che si può trovare stampato solo sugli inviti degli sposi: coperto da una finta tendina di pizzo su carta pregiata, appena sopra al bigliettino con l’indirizzo del ristorante.

Dovevano aver giocato con photoshop ritagliando un cielo sbagliato, dopo aver posato mughetti sopra a una palude di canneti e valli salmastre.

Non riusciva a trovare altre spiegazioni. In sorte aveva ricevuto quel paesaggio, fin dalla nascita. Un mare che non ha mai avuto nulla da dividere con il mare. Sembra piuttosto una spremuta di olive e stivali da pioggia, diceva ai suoi amici lontani. Un continuo arrotolarsi di giuncacee e corde verdastre (mica schiarite dal sale e dal sole, come quelle corde bianche dei mari e dei fiumi azzurri, riproposte nello stile manuelino, fino alla nausea). Una schiumosità viscida, di polle marroni e di cortili faticosamente rubati all’acqua.

 

Prima di abbracciarlo e di salutarlo, lei lo aveva fermato sulla porta e aveva raccontato la storia di Dalila, la vecchia farmacista di Volano. Aveva parlato delle sue gravidanze isteriche e di quella volta che da bambina, con il mento appena sopra al bancone, aveva visto la tetta di Dalila appoggiata alla pila delle ricette. Con la mano sinistra teneva una testolina invisibile e con la destra premeva il capezzolo per facilitare l’uscita del latte-fantasma. Si trascinava sempre fino alla foce del Po, portandosi dietro le canzoncine dei suoi finti bimbi. Nessuno ci faceva più caso, il suo desiderio aveva creato dei bambini , liberandoli per tutta la città anfibia.

Poi, tutti rimasero sconvolti. Un parto vero, una gravidanza vera, un marito regolare. Tutto reale. Dalila camminava con quella creaturina di carne lungo tutte le lande e gli specchi d’acqua. La sua era una felicità inarrivabile.

Si misero in mille a cercare la carrozzina scomparsa. Alla fine della Darsena, bastò voltarsi un minuto, una distrazione da niente. Sembrava mangiata, inghiottita da un germano reale gigante o da una gallinella d’acqua. Una carrozzina volata via con il suo velluto, le sue ruote di ferro, il suo lenzuolino.

Sarà stata l’anguilla malefica, disse lui, ridendo distrattamente, con i piedi già fuori dalla porta.

Certo, certo.

 

La bouganvillea che teneva nel terrazzo aveva un flacone di nutrimento universale ficcato nel vaso, liberava una goccia alla volta. Sembrava una flebo. prese la sua gatta sulle gambe e iniziò a tastare la conformazione della  testa. Il cranio, la curvatura della schiena. Iniziò a palpare la parte bassa del corpo, prima della coda. Tutto regolare, non sentiva anomalie e gonfiori. Guardò il reticolo di fiumiciattoli in fondo al terrazzo, pensò alle vene varicose, alle ali di pollo che aveva mangiato a Londra e alle vecchie corde di un violino.

Affondò la mano nel terriccio della bouganvillea e ammirando le mezzelune sporche delle sue bellissime unghie pensò al passare dei giorni. Al ritorno al lavoro, alle aspettative deluse e alle sorprese.

Doveva assolutamente tagliarsi le unghie, il terriccio è sempre preferibile ai residui di cacca incastrati nei pannolini.

11 settembre 2006

 

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