la beffa e altre storie (Dalila, la farmacista)

ottobre 8, 2011 § 3 commenti

Di mattina lo voleva fare tre volte.

Lei aveva pensato, in rigoroso ordine temporale:

a) al ruvido fastidio delle briciole sulle pieghe della coperta. Doveva smetterla di piombare a casa sua alle ore più improbabili, carico come un maiale di sacchetti umidi traboccanti sfogliatine alla crema ancora calda.

b) alla sua abitudine crescente di bere succo di limone ogni mattina. Sentiva il bruciante liquido scivolare lungo il suo stomaco: aveva chiara la visione gialla ridotta a strisciolina ondulata. Cadeva attraverso il suo busto aperto in due. Si vedeva squarciata come un modellino per le lezioni di anatomia. Il percorso del succo acerbo carezzava nervi, venature, muscoli. Fiancheggiava le sue giovani arterie come luminol .

c) alla domanda fatta dalla sua sorellina più piccola.

         Ma il pene contiene un osso?. Magari, magari Mimì.


Questa era stata la sua risposta, il giorno prima, portando la sorellina all’ultima lezione di corso estivo in piscina, mentre si allungava sui sedili della panda rossa, sforzandosi di liberare la cinghia dello zainetto di Mimì dalla morsa dello sportello.

Certo, la risposta era stata misera. E non teneva conto della gamma variegata di sfumature e tipologie, casi singolari, umori e sensazioni del momento.

Adesso, ad esempio: avrebbe risposto seccata, ringraziando santi e costellazioni per non aver reso l’organo maschile tanto resistente.

Lui si era ripiegato in fretta dentro la sua maglietta, ruzzolando via con tutto il suo peso dalla schiena di lei. Finalmente poteva respirare e ammirare i solchi microscopici lasciati dalle briciole, sulle sue gambe. Buchini leggeri, come termiti sulle travi. Il tempo di scrollarsi le briciole rimaste incollate alla pancia e quello per trovare qualcosa di pulito da mettersi.

In mezzo aveva alzato la testa verso il cielo, che era decisamente un cielo nouvelle cuisine (aveva riso silenziosa, tutti le riconoscevano  un certo talento nel trovare definizioni assurde e completamente stupide). Sapete, un cielo vacillante di nuvole strette e lunghissime, come strisciate di chef, punti  esclamativi di albume zuccherato. Ghirigori di alta pasticceria. un cielo raffinato e traballante, dalle gambe strette. Tutto avorio e polvere. Qualcosa che si può trovare stampato solo sugli inviti degli sposi: coperto da una finta tendina di pizzo su carta pregiata, appena sopra al bigliettino con l’indirizzo del ristorante.

Dovevano aver giocato con photoshop ritagliando un cielo sbagliato, dopo aver posato mughetti sopra a una palude di canneti e valli salmastre.

Non riusciva a trovare altre spiegazioni. In sorte aveva ricevuto quel paesaggio, fin dalla nascita. Un mare che non ha mai avuto nulla da dividere con il mare. Sembra piuttosto una spremuta di olive e stivali da pioggia, diceva ai suoi amici lontani. Un continuo arrotolarsi di giuncacee e corde verdastre (mica schiarite dal sale e dal sole, come quelle corde bianche dei mari e dei fiumi azzurri, riproposte nello stile manuelino, fino alla nausea). Una schiumosità viscida, di polle marroni e di cortili faticosamente rubati all’acqua.

 

Prima di abbracciarlo e di salutarlo, lei lo aveva fermato sulla porta e aveva raccontato la storia di Dalila, la vecchia farmacista di Volano. Aveva parlato delle sue gravidanze isteriche e di quella volta che da bambina, con il mento appena sopra al bancone, aveva visto la tetta di Dalila appoggiata alla pila delle ricette. Con la mano sinistra teneva una testolina invisibile e con la destra premeva il capezzolo per facilitare l’uscita del latte-fantasma. Si trascinava sempre fino alla foce del Po, portandosi dietro le canzoncine dei suoi finti bimbi. Nessuno ci faceva più caso, il suo desiderio aveva creato dei bambini , liberandoli per tutta la città anfibia.

Poi, tutti rimasero sconvolti. Un parto vero, una gravidanza vera, un marito regolare. Tutto reale. Dalila camminava con quella creaturina di carne lungo tutte le lande e gli specchi d’acqua. La sua era una felicità inarrivabile.

Si misero in mille a cercare la carrozzina scomparsa. Alla fine della Darsena, bastò voltarsi un minuto, una distrazione da niente. Sembrava mangiata, inghiottita da un germano reale gigante o da una gallinella d’acqua. Una carrozzina volata via con il suo velluto, le sue ruote di ferro, il suo lenzuolino.

Sarà stata l’anguilla malefica, disse lui, ridendo distrattamente, con i piedi già fuori dalla porta.

Certo, certo.

 

La bouganvillea che teneva nel terrazzo aveva un flacone di nutrimento universale ficcato nel vaso, liberava una goccia alla volta. Sembrava una flebo. prese la sua gatta sulle gambe e iniziò a tastare la conformazione della  testa. Il cranio, la curvatura della schiena. Iniziò a palpare la parte bassa del corpo, prima della coda. Tutto regolare, non sentiva anomalie e gonfiori. Guardò il reticolo di fiumiciattoli in fondo al terrazzo, pensò alle vene varicose, alle ali di pollo che aveva mangiato a Londra e alle vecchie corde di un violino.

Affondò la mano nel terriccio della bouganvillea e ammirando le mezzelune sporche delle sue bellissime unghie pensò al passare dei giorni. Al ritorno al lavoro, alle aspettative deluse e alle sorprese.

Doveva assolutamente tagliarsi le unghie, il terriccio è sempre preferibile ai residui di cacca incastrati nei pannolini.

11 settembre 2006

 

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§ 3 risposte a la beffa e altre storie (Dalila, la farmacista)

  • Romulus Climacter ha detto:

    il latte fantasma è il padre di tutte le barzellette spalmabili. Se ne raccoglie in gran quantità e lo si mescola energicamente nella zangola spettrale, aggiungendo sale e caglio. I bambini vengono prodotti con un analogo processo di sbattitura. Se il pene avesse l’osso, vorrei che tu fossi la prima a farmi la firma sul gesso. Le donne che affondano la testa in un cielo nouvelle couisine si mangiano le unghie.

  • mrkaa ha detto:

    ma t’immagini l’improvviso fiorire di Lorena Bobbit nel globo? fosse solo per la curiosità di vedere l’osso al centro.

  • Romulus Climacter ha detto:

    qualcosa come una folle pandemia, per cui le donne si mettono a tagliare piselli. Sai che sono riuscito a scattare una cinquantina di foto a una mantide religiosa che divorava la testa del suo compagno?

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