E poi a quell’epoca succedevano le cose più strane: la panetteria vendeva calze, al cinema potevi comprare una macchina. Nel negozio dove avevo preso questo colabrodo adesso vendono televisori (Ol’ga Mysina, Mosca, 1995)

novembre 26, 2011 § Lascia un commento

Design del Popolo, 220 invenzioni dalla Russia post-sovietica, odora di petrolio e colla. Vladimir Archipov ha passato l’infanzia intorno a strani congegni realizzati dal padre. Luci per l’albero di Natale create in casa, antenne televisive formate da forchette e radio improvvisate. Design del popolo è tutto il suo catalogo di oggetti privati raccolti in una paese immenso che ha sfornato invenzioni basandosi sull’arte del riciclo, del bisogno urgente. Vladimir è artista autodidatta- quasi laureato in medicina, quasi laureato in ingegneria- che percorre tutto il paese, passando fra i racconti di studenti, contadini, operai. Il risultato è una raccolta vasta e incompleta, che parla di povertà del socialismo e di fantasia. Nessuna nostalgia, solo il dovere del racconto e del ricordo. Una raccolta di storie di famiglia, tanti piccoli album personali e frammenti di giornate prima dell’avvento di Putin. Vladimir raccoglie le interviste e fotografa i suoi inventori, passa accanto a brutti ceffi del mercato e stupisce tutti con le sue intenzioni. se vuoi puoi intervistare tutti i commercianti, poi vieni con noi, ti troviamo una puttana e ti portiamo a mangiare e bere, come un vero uomo. Vladimir raccoglie l’entusiasmo di un celebre archeologo-egittologo e per poco non si porta a casa un coccodrillo mummificato lungo cinque metri, un gentile omaggio in nome dell’affinità fra gli oggetti russi e i manufatti egizi. Fra tutti: Il castello fatto con le scatole di cioccolatini e di cognac di Ivan Lopatin, Il tappo per vasca in micropore e forchetta di Evgenij Vasiliev, lo sturalavandini di pallone e gamba di sgabello fatto da Alexandr Cebureev, la piastra di registrazione costruita in una fabbrica segreta da Michail Kozin. Una chimica senza lavoro diventa gelataia. Racconta la figlia Ksenija: mia madre e la sua vicina si misero a vendere gelato comprato all’ingrosso. Lo vendevano sui treni. In inverno bastava prendere una borsa qualsiasi e mettercelo dentro, ma in estate il gelato si scioglieva. Nella spazzatura abbiamo trovato una scatola di polistirolo, abbiamo ricoperto tutto con la similpelle che avevamo usato per le porte del balcone e abbiamo rifinito con la gommapiuma che si usa per sigillare le finestre in inverno. Completato il manico, la borsa frigo era pronta, ma il gelato si scioglieva lo stesso. Grazie a Dio quel periodo è finito, meglio dimenticarselo. La Cekalina, invece, fabbrica un cane imbottito nell’estate del 1984. Ero al campo dei giovani pionieri e il secondo giorno i promotori della cultura di massa ci hanno annunciato, con grande orgoglio: Bambini, abbiamo un sacco di laboratori per costruire cose per mamma e papà. Io non ero brava nei lavoretti, ma mi sono iscritta al laboratorio dei giocattoli imbottiti. Quando sono entrata ho visto topi, cani e gatti di tutti i tipi. Io ho fatto un bassotto di velluto a coste. Racconta Jan: questa è stata la mia prima chitarra, me l’ha prestata una compagna di classe. L’ho portata alla dacia e mio padre ci si è seduto sopra e ha spaccato la cassa armonica. Così ho costruito questa chitarra con tutto quello che mi è capitato sotto mano. Allora l’estetica non mi interessava, ecco perchè è venuta fuori così rozza. Ha un suono incredibile, non sai mai quale sarà la nota successiva. Ma mi fa impazzire, mi piace. I portasapone erano tutti a onda lunga, dice Vasilij. Costruiti negli anni sessanta, erano minuscoli. Tutti cercavano di creare prodotti molto piccoli. Gli altoparlanti, fatti artigianalmente, erano di plastica. Io ho aggiunto un diffusore molto piatto al sistema magnetico. Viktor, costruisce uno strumento per didascalie da mettere nei filmati delle sue vacanze. Aleksandr gioca con il figlioletto malato, si diverte grazie alla sua locomotiva di latta. Un giorno Titov trova una torcia senza batteria, ovviamente non ne vuole comprare una, anche perchè una pila costa come una bottiglia di birra. Nasce in questo modo la torcia con batteria di polaroid trovata nella spazzatura. Natasa ricorda la sua insegnante di chimica. Era una donna davvero speciale. Di lei ricordo le mani curate, i bei vestiti. Aveva preso un astuccio di rossetto vuoto e ci aveva fatto un rossetto di gesso. Ci aveva infilato un gessetto e man mano che lo usava lo tirava fuori facendo ruotare la base. Era molto elegante, adatto al suo stile. Sopra ogni cosa: il cucchiaio forato di Oleg Petriscev per fare le bolle di sapone al nipotino.

13 ottobre 2007

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quando guardavo strisciare gli aerei

novembre 25, 2011 § 1 Commento

A me piace andare in aeroporto. Io ho sempre avuto questa mania degli aeroporti, io ci vado anche se non devo partire,  ci vado per tutte quelle vetrate tirate a lucido, i pavimenti che riflettono le gambe, il rumore delle ruote dei trolley. Le persone hanno più dignità quando si portano dietro una valigia seria.  Il migliore è quello di Innsbruck. E’ piccolo ma ha tutto quello che mi piace. Un mucchio di piante vere e una grande vetrata affacciata sulla terrazza panoramica. La terrazza possono aprirtela a tutte le ore del giorno e della notte, possono aprirla anche per una sola persona, per un solo naso in aria con la voglia di guardare gli aerei. Ci sono omini vestiti di blu con tanti mazzi di chiavi colorate, possono spalancare pugni di vetrate solo per te. Lo fanno sempre con il sorriso, ma non dicono mai una parola. Quello stronzo di  Andrew Wharola considerava le hostess  delle cameriere in volo. Banalizzava il loro ruolo di angeli del cielo. Io sono rimasto romantico solo con le hostess. Non è mica una questione di divisa, no.  A me piace come si camminano addosso, il modo che hanno di portarsi dietro le gambe.  Capisci? Adesso qua, poi Singapore, poi chissà, devo controllare il turno. Ci sono persone che amano vedere la partenza. Quel grumo di ferro che si solleva per miracolo e ti rende plastico, casa delle bambole, omino dei lego. A me piace l’atterraggio. Immagino l’effetto catapulta, il momento dell’abbandono degli occhi.  A un certo punto ci si arrende al cemento. A un certo punto tutto diventa grande come te. Non di più, non di meno. Mani contro mani, occhi contro occhi.  Io portavo sempre Midori a vedere gli atterraggi. Guarda le gambe stordite e indolenzite di quella signora con la giacca rossa, guarda la sua faccia e il suo braccio che cerca il marito. Guarda quel bambino con i capelli ricci, guarda come salta e come tocca la pancia dell’aereo. Guarda, quei due sono amanti, si vede perfettamente.

Comunque a Midori non piaceva per niente questa mia passione. Figurarsi, lei amava gli autobus in orario di punta.  Lei era una di quelle capaci di mettersi a sniffare gli odori e a catalogare ogni orrore. Certa gente porta ancora i cappotti chiusi in sacchetti di plastica, con dentro le palline di naftalina. No, non sono vecchiette. Ci sono giovani che sanno di naftalina e camicine a quadretti. Sai, quel rigatino rosso e sottile, con le sfumature azzurre solo sul colletto e sui polsini. Me lo diceva sempre. Veniva  in aeroporto per pranzare con me. Si portava dietro le sue bozze da correggere e mi raccontava dei suoi tragitti in autobus. Era proprio appassionata, non aveva neanche la patente. Incontrava sempre un tizio che si mastrurbava a ogni frenata. Chiedeva informazioni ai vicini e con la scusa dello strattone si toccava. Lo faceva con i pantaloni . Aveva sempre pantaloni eleganti blu, si vedeva con precisione la linea del pene a banana. Si vedeva la forma sotto il tessuto.  Incrociava anche una vecchia con il rossetto rosso sbavato e gli occhi fissi. Una volta si era seduta vicino alla signora per controllare la sua bocca. Non era il rossetto a essere sbavato, era proprio il suo labbro ad avere una deviazione improvvisa. La signora seguiva il percorso della bocca con grande attenzione, in certi punti la polpa rugosa spariva, in altri cambiava tragitto. Ogni volta fissava un ragazzo diverso.  Amava quelli giovani e barbuti. Spesso metteva in imbarazzo le persone, perché non aveva quello sguardo vuoto da psicofarmaco, no. Il suo era uno sguardo sempre fisso e puntuale, senza pudore e con un messaggio preciso. Era uno sguardo da fattucchiera, da signorina in cerca di marito.  Ogni tanto Midori seguiva la signora, scendeva con lei, alla sua fermata. Non mi raccontava altro.

Midori mi portava panini al radicchio e pollo. Stroncava regolarmente i manoscritti che parlavano di stelle e raggi luminosi, quelle storie di boschi, Francia e comete, ragazze single e tazze fumanti nei bar. Corsi di astrologia in città metropolitane, Camargue e Botticelli, sesso tantrico e lucine rosa, pioggia e foglie secche.

Da  bambina  faceva il bagno nella vasca insieme alle sorelle. Facevano la gara delle puzze più puzzone. In acqua bisogna essere specialisti, diceva. Funziona come alle olimpiadi, se sai tuffarti dal trampolino sei per forza una schiappa dalla piattaforma. Certe volte facevano le scoregge con i cerchi . La scoreggia con il cerchio era l’epifania. Io diventai pazzo con questa storia delle scoregge a cerchio. Mi esercitavo come un forsennato dentro la vasca, lei, in cambio, mi faceva l’esempio dei sassi tirati nello stagno. Quella storia del rimbalzo e del polso leggero e snodato. Come quando ti fai una sega, precisava. Comunque lei vinceva sempre la gara con le sue sorelle. Io immaginavo queste tre testoline nere chinate sul bordo dell’acqua. A un certo punto una delle tre si alzava e dichiarava la puzza vincente, sbraitando e sollevando il braccio proprio come gli sportivi.

Quando eravamo a letto, pensavo a questa cosa: il gesto del pugno, il segno di vittoria. La scoreggia migliore. Adesso lei si volterà, solleverà il piumone ikea e farà il gesto del pugno.

Io posso ammettere solo un breve viaggio con la navetta che porta le persone in aeroporto. Preferisco andarci in macchina, però devo dire che il bus navetta  non è come tutti gli altri. Non ha lo stesso tanfo, lo stesso fiato di vita brulicante. Forse anche il bus che porta nella zona franca della città ha delle caratteristiche basate sul concetto di aria, leggerezza, disinfettante. Le persone odorano di deodorante, di maglietta a fiori, di cappellini di paglia, di completo elegante da lavoro, di dopobarba, di gel per capelli.

Midori mi parlava sempre di questo romanzo che stava leggendo per lavoro. Devono pubblicarlo, devono pubblicarlo, speriamo bene. Lo ripeteva di continuo.  Parlava di una ragazza all’ultimo giorno di lavoro, prima delle vacanze estive. Chiude l’ufficio, bagna le piante, lascia il gatto rosso ai vicini. A un certo punto sente qualcosa, da dietro. Pensa sia un semplice bisogno fisiologico, si chiude nel  bagno, sente un gonfiore da dietro. Pensa a tutte le cose possibili: emorroidi, tumore, feci.

Midori ha sbagliato lavoro, non ha mai capito niente di letteratura. Difendeva questa storia assurda che parlava di un ragazzo cresciuto nel suo culo, spuntato come un brufolo, proprio al centro. Aveva tutto, questo suo fidanzato. Occhi, mani, denti. Tutto in miniatura. Loro si erano lasciati e lui era spuntato nel culo. Lei lo toccava per farlo saltare via e con le sue unghie lo graffiava da capo a piedi. La faccia scorticata, un pezzo di gamba sulla carta igienica. Un disastro.

Un mignolino anale. Una storia anale. Stronzate.

Lei ha sempre messo i piedi sulla sedia e la sua cartelletta a terra. I fogli sparsi sulle poltroncine accanto e le carte dei panini al radicchio e pollo sulle mie gambe. Guardavamo la vetrata e il tabellone canticchiando qualcosa di  David Bowie, lanciavamo lo sguardo alle scale mobili e alla porta con la fotocellula.

Riuscivamo a indovinare con esattezza il contenuto dei bagagli a mano delle persone.

 

3 ottobre 2007

La quinta stagione (la presa è un volo fermato nel sale grosso)

novembre 24, 2011 § 3 commenti

18,35. Mi dice: a te piace solo l’attimo prima. Ti piace fermarti nel respiro dietro la porta, fermarti giusto il tempo di capire il timbro della voce e sentire la vernice depositata nelle stanze. Ti piace capire l’aria e fermarla sul tuo cervello a strati multiformi, ti vanti di amare la parola sécrétaire e la dici in continuazione. La dici per il gusto di dirla, la fai diventare armadio, bigiotteria, diario segreto, parete, lampada da tavolo. Non la usi come in memorie dal sottosuolo. Non ha il sapore delle suppellettili statali, del legno giallo lucidato. Sei anche tu un tramezzo di fondo, ora siamo in una sala all’aperto, ci vedo anche il dorso di una strada, se guardiamo di lato ci sono perfino segnali stradali e bordi di prato. Tutto è vero, non siamo in un teatro con le sagome di cartone e il prato sintetico. Guardi le mani del regista immaginario e pensi alle luci e ai truccatori pronti a entrare dentro la macchina. Ci hanno detto che con i capelli sulla faccia siamo più belli, se strizziamo gli occhi per il vento siamo più interessanti e sembriamo usciti da qualcosa di francese. Balle.  Non un corto, troppo brevi per un film, senza la consistenza delle pagine- allora non un volume- , forse un documentario doppiato male. Ma adesso torniamo alla parola tramezzo. Sei anche tu un tramezzo, da questo punto possiamo vedere una porta chiusa , dietro alla porta chiusa ci sono altre stanze, ci sono sempre altre stanze dietro ai tramezzi. Siamo su una Jaguar  quasi a pezzi, sono nel sedile di dietro e tengo le gambe sollevate come sulle giostre. Presto la macchina perderà tutti i pezzi e io sarò in mezzo alla strada seduta sulla pelle di un divanetto. I bambini biondi sono diventati grandi, estate dopo estate, e la polizia croata ha sempre lo stesso zelo. Cerchiamo il luna-park e finiamo a parcheggiare sotto le pistole e i pupazzi. Esco dalla macchina portandomi dietro Nika, Lovro e Borna. Il cielo è quello solito, quello che si arrampica sulla sera e strattona la maglietta. Pesa, ha un lato ruvido e fianchi di lana. Le stesse menate sulle campane e le manifestazioni di piazza. Non ci piacciono queste cose, però facciamo finta di sorridere alle rondini un secondo prima di vedere i corvi. Ci hanno anche detto che sono la stessa cosa, forse è stata Mia, la tredicenne che cammina come una regina. Ci sono tutte queste rondini che sul lato sinistro sono  assolutamente corvi. Basta spingere sul petto, ma solo in volo, per vedere la capriola e poi la diversa identità. Bisogna spingere con il dito, come indicando qualcosa. A me piaceva raccontare queste storie di  cavallini che non si accontentano, di baristi che servono con gesti perfetti e lo sguardo severo. Di pioggia azzurra che scende sugli alberi facendo gonfiare le chiome. A me piaceva tutto quel verde gelato, arrivato a raffica, sulle gole tappate dai k-way- Oh, k-way è una parola sbucata dalla plastica ma  chissà in quale anno ha strappato la parola impermeabile- io mica avevo paura di quel gelo improvviso, dietro ai palazzini, perfino dietro alla casa gialla. ( A un certo punto tutte le mie case diventano mostruosamente gialle. Un giallo vernice, poco uovo, molto smalto). A me piaceva il rumore delle navi di notte, con gli assassini fermi ad aspettare gli amici degli amici, volevo raccontare dei pali colati e dei ponti attraversati dalle miserie grandi, mica avevo paura di tutte quelle donne stese fuori dalle porte, come in un certo sud. Io mica volevo accontentarmi e filtrare i centrini grandi mezzo mignolo, mica volevo bere in quel modo.  Poi non volevo mica stringere per strozzare, non ne sono capace. Mica volevo l’agenda sotto il letto, la minutaglia sotto controllo, l’argenteria da mostrare agli ospiti. Volevo la polvere e il coraggio. Sono scesa dalla macchina con Nika stretta alla mia borsa e i suoi capelli incastrati nella lampo. Andiamo a mangiare le palačinke dove possiamo averle senza pagare, in nome delle estati passate. In questo momento si passa dal via passando per il centro. Con gli occhi rigorosamente aperti. Alla Donà:  hai trasformato pianure in salite devastanti.

 

19, 55 Tu mi racconti della fissa del traghettatore. Questo tuo ruolo che colloca ogni cosa al suo posto, ogni persona alla sua coperta calda. Quando l’ultima persona sarà traghettata oltre la riva- dopo il macinare tenero di  regali, parole, cose colorate e lenzuola fresche- non ci sarà più niente da fare. Allora verrà il tempo della noia pastosa e delle ore senza affanni. Altrove. Adesso: non ti racconto proprio niente,  leggo di cose che sono pronte a esplodere dopo uno sguardo. Fare, fare, fare. Hai visto la vetrina della stazione, le birre servite e mai ritirate, i boccali in piazza maggiore. Mi fai vedere l’eroe che fissa il comprimario nel secondo di silenzio e urla: scappa! La differenza è nel correre verso la deflagrazione. Il bello è che mi piace, mi dici. Alberi annodati come mazzi i fiori. Tutta roba tua. mi piace.  Saliamo sulla giostra, quella fatta a scala, quella che smette di girare solo per andare più forte, cambiare il senso di marcia, andare verso l’alto. sentire come ballano i piedi, come siamo sospesi nel terrificante. ( tutto, ci mettiamo tutto. Gli animaletti, l’aria, il respiro che non si stacca, porta s. donato,  il sangue e il ferro, i bigliettini di cartoncino, gli acquarelli troppo bagnati, le divise nipponiche, il pratello di mattina,  i cantanti da piano- bar, l’accento finto russo, Spoleto, il libro minimum fax, il ghetto ebraico,  la musica con la camicia a quadri, oh, quella che proprio non ti piace).

 

14, 03 La gente ha paura del tempo. Poi inizia a smettere di contarlo e chiude il calendario,  spiana le rughe oppure finge di non vederle. Lei immagina tutte le lancette che si staccano e iniziano a servirsi delle loro punte, a diventare lama o freccia.  La vecchia Roze mi guardava da dietro il banco del bar, era abituata ai ragazzini con i palloni incollati ai piedi e ai timorosi con  problemi nel chiedere un panino al crudo. Mio padre mi diceva: tutto quello che riguarda te è maledetto, ci ficco l’alone dell’intoccabile e  tutta questa premura non serve. Danneggia. In quelle stanze di ragionieri e segretarie, unto e via vai , immaginavo l’angolo elettrico delle mie cose-  dei miei pacchi dall’America- un posticino santo, che viene visto con ansia e guardato con agitazione e tremori. Tu sei così, da quando sei nata. Ansia coperta, elettrica, marina. Vattene.

 

16, 49 Era qualcosa di leggero, leggerissimo. Stava incastrato nel cigno di sale al centro della stanza delle cerimonie. Un matrimonio, duecento invitati con il sorriso gentile e l’aria assente. Riuscirono a scappare via passando dal bagno rosa, come sempre.  Pensavano al pane in treccia esposto nel bancone del supermercato, in orario di chiusura. Metri e metri di bancali vuoti, nonostante il caro-prezzi. Una sola cesta con le sculture di pane, piccole mani che lo toccano. Sottolineavano la sproporzione e sorridevano davanti al cartello: Merce non idonea alla vendita, solo per esposizione. Avevano davanti agli occhi puntini di ombrelloni e lastre di mare, giorni da scartare come caramelle e buste-sorpresa all’uscita di scuola.

 

02, 35 Tutti quei pezzi smontati davanti ai suoi occhi, plastica e adesivi. Mani precise. Blu in guerra faceva volare le tartarughe giganti.  Poteva farlo, davvero.

25 settembre 2007

E chiedimi perdono per come sono, ché come sono l’hai voluto tu (Plettrude, su suggerimento di f.de gregori)

novembre 23, 2011 § 1 Commento

Cara Pauline,

la sostituta cinese oggi ha addormentato i pupi con un massaggio al piede fenomenale. Si sono addormentati dopo tre secondi. Le ho chiesto quindi soluzioni per la caduta dei bicchieri di vetro durante il momento del pasto. Lei mi ha lanciato uno sguardo severo e mi ha detto: se uniamo le nostre forze possiamo far galleggiare in aria i bicchieri di vetro a un metro dalla tavola. vuoi impalale? Io mi sono messa a ridere e lei si è voltata e mi ha detto: guarda che non scherzo. Devo preoccuparmi?.

Cara Pauline, quel verde farmaco marino è bellissimo. Oddio, è così fantascientifico da risultare irritante ma non smetto di osservarlo nella sua freddezza da sala operatoria. Mi viene in mente quel pezzo del libro segreto, con il latte e la menta sui tavolini del bagno aurora, e ancora il verde acqua marina del balsamo per i dolori articolari, il nostro verde liscio delle sedie plasticose, quelle con le viti piene di capelli. Poi la mano di s., con lo smalto corallo lucido a far capolino dai capelli scuri di r.
strappava, strappava, strappava. Dava l’idea di strappare ancora prima di tirare la chioma. Già così liscia, già così rada. Ricordi quelle lacrime? A bagnare tutte quelle federe con delicatezza. Sembravano scendere dagli occhi come cantilene essenziali. E io e te ad annotare tutto, a segnare i particolari per il nostro libro segreto. Oggi mi è sembrato di vedere una faccia completamente ricoperta di croste. Hai presente una sbucciatura che può essere tollerata in un ginocchio- una chiazza dura e in rialzo- con la parte esterna debole e pronta allo stacco?  Ecco. Pauline, non ti dico il falso, quella faccia era completamente ricoperta di croste. Un rosso ferroso spalmato come una crema in tutte le singole parti. Intorno al naso, nelle pieghe della fronte, sul mento. Devi credermi, ero alla fermata dell’ospedale Maggiore, in sosta al semaforo. Devo anche aver sentito un getto di vomito. Solo un getto, da non crederci. Ho pensato a una persona timorata, qualcuno che si vergognava del suo disgusto. Il disgusto è una sensazione letale. Io ho imparato da poco questo sentimento, Pauline. Il disgusto è una sorta di nausea ma più forte. Il disgusto nasce dritto nella pancia e anche lui è verde. Verde, verdissimo. Verde Montenegro, Pauline.  Niente  a che vedere con il nostro acquamarina medicinale ( freddo, sì. con le gambe nude è fonte di brividi) ma niente è simile al verde Montenegro. Alternanza di cazzotti e massaggi. potrei usare queste parole.
il 70% della buona riuscita di una giornata dipende dalla cacca. dalla sua consistenza, dalla modalità di uscita. hai mai visto i gatti e i bambini correre come indiavolati, prima di volare in bagno? una questione di nervi e di filamenti. il restante 30% è amore. amore confuso con interessi culturali, libri in comune, passioni musicali, conversazioni sul belpaese e sull politica. stronzate, Pauline. surrogati. il restante 30% è amore.

Pauline, oggi volevo essere una semplice impiegata. Un lavoro da ufficio, con il mio piccolo pc e un mucchio di carte noiose da sistemare. Neanche una parola da scambiare con qualcuno. Oppure la commessa. Certo, fingere sorrisi quando tutto si spacca, ma non è un dolore fingere sorrisi agli adulti. Non costa niente, tu sai quanto sono brava in queste cose. Sono brava a vendere, bravissima. E invece ho trovato, come ogni mattina, i pupi. Tu sai bene che non si può fingere con i nani. Ti toccano dentro e ti misurano la febbre. Sentono ogni sfumatura della voce, prendono la tua tristezza, la prendono fra le mani.  È veramente difficile, Pauline.

Cara Pauline, in questi giorni  mi sono colmata di speranze inutili e ingenue. Ma come lo ritieni possibile?. Anche ora che sento tutti questi crepacci. Anche ora, sì.mi sono detta: chissà se chiamerà, viste le possibilità. Invece ha passato questi giorni con quella creatura che mi viene sempre descritta da tutti come insulsa e biondina. Proprio così. Ancora. Incredibile, vero?.

Cara Pauline, k. mi parla di persone che non controllano  niente, persone bellissime che non gestiscono il dietro le quinte. Con a. parlo di fondali.gente che cammina una vita guardano le più svariate razze di pesci, con gli occhi bendati. Il fondale è pieno di donne e uomini che camminano con i cappucci in testa e gli occhi coperti. In realtà non vedono nulla, però sono così felici di ammirare questi colori invisibili. Questi camminatori del mare sono così convinti del pulviscolo e delle stelle, delle conchiglie e delle alghe, da crearsi veramente certe immagini vivide.

c. parla di angeli cannibali. Ci sono tutti questi putti meravigliosi, hanno solo qualità, volano sorridenti e non hanno colpe, non ne hanno sul serio. Sono letali, questi angeli, Pauline.

Quante persone gentili, Pauline. Quante interpretazioni fantasiose. Quanta presunzione, nel mio corpo. Ancora. Sì. non sbaglio, ne sono sicura. E quanta codardia, Pauline. Da farne indigestione.

Mi piace la scrittura acerba dei racconti di F. Scott Fitzgerald. Leggere i racconti dispersi di Diamond Dick e la prima legge della donna è come spiare i manoscritti dal cassetto dello scrittore. Entrare nella sua stanza e mangiarsi le sue parole. Fitzgerald non amava questi racconti, del resto sono stati scritti per essere venduti alle riviste. Sono racconti nati per i soldi. Eppure si addice a questi giorni l’aria ventosa del sud, la cromatura delle automobili appena accennata, lo sguardo delle lady sui cancelli e la musica delle orchestre spiata da fuori, oltre il palazzo luccicante. Diamond è una figura sorprendente: una ragazzaccia con il berretto di traverso e una dolcezza rude e autentica. non si può baciare Diamond e poi passare al bacio di una donna diversa. Diamond è una corsa dopo la disperazione, la vittoria della testa dura, il vento sugli speroni. Diamond era sempre stata dura come l’acciaio, a tal punto che gli anni stessi lo sapevano e si fermavano per lei e le nubi si spaccavano. non per un miracolo, no. per un puro senso di giustizia,cara Pauline.  come si può non udire il suono degli zoccoli instancabili nella notte?. arrivano, arrivano. già si sollevano i brividi davanti al sordo.

Ti lasco con la parte iniziale de i sorridenti, stentato, ironico e pazzesco. Davvero. Infine, ti scrivo una cartolina di dadi, pugni di ferro e chitarra. Una musica sdentata, pauline.

Capita a tutti quel momento di esasperazione!Vengono volte in cui per poco non dici all’anziana signora della porta accanto che cosa pensi in realtà della sua faccia… che andrebbe bene  per l’infermieria notturna di un ospizio per ciechi; volte in cui vorresti domandare all’uomo che hai aspettato per dieci minuti se non sia in un bagno di sudore per aver rincorso il postino lungo l’isolato; volte in cui stai per dire al cameriere che, se detraessero un centesimo dal conto per ogni grado della minestra inferiore al tepore, il ristorante ti dovrebbe un mezzo dollaro; volte in cui- e questo è l’indizio infallibile dell’autentica esasperazione- un sorriso ti irrita come la canottiera di un barone del petrolio irrita il marito di una vacca.

Nel New Jersey faceva caldo, ovunque, eccezion fatta per le zone sott’acqua, ma questo interessava soltanto i pesci .tutti i turisti che viaggiavano attraverso le vaste estensioni verdeggianti fermavano le loro automobili davanti a un’ antiquata ed ampia casa di campagna, e osservavano l’altalena rossa sul prato, la spaziosa e ombrosa veranda, sospiravano e proseguivano..sterzando un poco per evitare un servitore nero, sulla strada.

Cara pauline, conserva stretta la leggerezza stabile di A., le costole friabili della piccola fiji e la gioia che inonda ogni tua parola. Ecco cosa manca, pauline, l’ingrediente misterioso di questa salsa è l’entusiasmo senza paura.

Chi è costretto ad ascoltare troppo non vuole più parlare. Ma di chi diavolo è questa frase? Lo ricordi?.

m.

26 giugno 2007

come diavolo hai potuto pensare di meritare così poco? ( Pauline) Non sa che il tempo è un cerchio su una discesa Non sa che c’è un’attesa dopo un’altra attesa E’ in vena d’entusiasmo e tu sarai il vampiro E’ un fiore di vent’anni e tu non l’hai capito ( la rosa dei 20, perturbazione)

novembre 22, 2011 § Lascia un commento

Cara Pauline,

la palla di Gilardino  è andata a infilarsi nel cuore della stella rossa posta sul cartellone dello sponsor grazie alla combinazione regia-traiettoria. La bellezza.

Va bene, Pauline. Ti parlo di sciocchezze per evitare la strada tortuosa. Non ti scrivo da tanto tempo perché quelle tre righe della tua ultima lettera non mi sono piaciute. Non mi sono piaciute perchè mi hanno reso indisposta. Mi hanno reso indisposta perché ho sentito l’orticaria salire in faccia. Ho sentito l’orticaria perché ti odio. Ti odio perché hai ragione.
Cara Pauline, volevo parlarti della mia lettera di Gramsci preferita e ricordarti dei pomeriggi passati ad ascoltare le parole della maestra, nell’aula posta a ovest, all’interno della grande scuola rossa e bianca di tipo industriale, con le sculture moderne nel giardino a colline ( una simile a una tomba, l’altra a una fionda. Una con un volto coperto e velato, messo lì per sentire le nostre preghiere improvvisate e per immaginare le corone di margherite). Pauline, ricordi quei quattro pomeriggi anche tu?. Io ero nel banco con l., ma già da qualche giorno ero tornata a preferire la profonda inspienza di a. ovviamente questi cambiamenti non dovevano essere mai scoperti da nessuno, ma custoditi nel silenzio della mia testa. La mia lettera preferita era quella al figlio Delio, parlava della possibilità dell’elefante di adattare le sue zampe per il lavoro pratico. (…) l’ elefante ha come elemento tecnico la proboscide e dal punto di vista elefantesco se ne serve a meraviglia per strappare alberi, per difendersi in certe circostanze, ecc.Tu mi avevi scritto che ti piaceva la storia e così siamo giunti alla proboscide dell’elefante. Io credo che per studiare la storia non bisogna troppo fantasticare su ciò che sarebbe successo se…( se l’elefante si fosse drizzato sulle zampe posteriori per dare maggiore sviluppo al cervello, se…se…; e se l’elefante fosse nato con le ruote? Sarebbe stato un tranvai naturale! E se avesse avuto le ali? Immagina invasioni di elefanti come quelle delle cavallette!). è già molto difficile studiare la storia realmente svoltasi, perché di una gran parte di essa si è perduto ogni documento ;come si può perdere il tempo a stabilire ipotesi che non hanno fondamento?E poi nelle tue ipotesi c’è troppo antropomorfismo. Perché l’elefante doveva evolversi come l’uomo?chissà se qualche saggio vecchio elefante o qualche giovinetto ghiribizzoso elefantino, dal suo punto di vista, non fa delle ipotesi sul perché l’uomo non è diventato un proboscidato! Aspetto una  tua lunga lettera su questo argomento.Qui non ha fatto molto freddo eppoi quest’anno io non soffro per il freddo come gli anni scorsi. Ci sono sempre dei fiori sbocciati. Non ho con me nessun uccelletto ma vedo sempre nel cortile due coppie di merli e i gatti che si appiattano per prenderli; ma i merli non pare se ne preoccupino e sono sempre allegri ed eleganti nelle loro mosse. Ti abbraccio. Papà.

Non è semplicemente meravigliosa? ti ho riportato la lettera copiata dal librino giallo, con il volto di Gramsci sgranato, da foto di giornale ingrandito. Un librino circolato in casa chissà per quanto e poi smarrito, omaggio de l’Unità  per i cinquant’ anni dalla morte. Non posso scriverti quello che ci avevo infilato dentro, non posso proprio.

Cara Pauline, dici bene. Di scuole con quella struttura non ne costruiscono più. Ma hai notato? Qua in Italia hanno smesso di fare fabbriche con il tetto tipico da fabbrica. Al lavoro divento sempre più brava, ora hai ragione, ora posso dirlo pure io. Tu dici che questo è il lavoro per me perché ricordo meglio di altri. Perché sento ancora l’odore di ferro del castello del parco sulle mani, il bruciare dello stare appesi e i calli sulla pelle chiara. Dici che è tutta questione di erba che punge sulle gambe scoperte.  Quel pezzo della tua lettera mi è sembrato esageratamente romanzato, però devo ammettere di campare su sensazioni mie, di non dover dire neanche un grazie a quello che ho studiato sui libri di metodologia e psicologia.  Dovresti conoscere r. un piccolo esemplare di ragazzina-grillo. Con i capelli scapigliarti e l’odore delle bestioline. Un misto perenne di sudore e velocità. Dovresti vedere i suoi occhi gonfiati di lacrime, dopo averla combinata proprio grossa. Lei e la sua spavalderia verbale accantonata, dovresti aver visto la sua faccia mentre colpita dal panico mi raccontava e si giustificava. Dovresti aver sentito la sua voce e la sua disperazione pomeridiana mentre macchiava di saliva la maglietta della madre, in un corrosivo abbraccio di paura e dispiacere,  punizioni e  ingiustizie. Era sparita, Pauline. Scappata gettandoci nel panico. Non avrò mai il coraggio di mettere quei due vestiti che mi trovo nell’armadio. f. mi porta certe cose assurde perchè mi conosce bene. non posso proprio camminare per strada così. sarebbe una marika diversa. la pizza al salame piccante non potrebbe più essere la mia preferita e il rosso non sarebbe più il mio colore. certo, ci devo pur mettere qualche striatura di bianco e un soffuso alone di azzurro. sono pur sempre fatta di acqua. Ho lo stesso problema con gli occhiali da sole. ogni primavera mi trascino qualcuno per negozi, ma la montatura non mi convince mai. gli occhiali da sole mi svelano al posto di coprirmi. è sleale.

Oh, Pauline. Continuo ad ossessionare tutti con quelle due curiosità. Una riguarda la famosa voglia di somaro: di cosa si tratta esattamente? Chi era quell’uomo nella spiaggia di Castiglione, con quel tubo da giardino arrotolato nel costume da bagno? L’altra riguarda Elvis. L’immagine del divo morto piegato in due sulla tazza del cesso con uno stronzo non completamente staccato e la sua bocca aperta a masticare il tappeto peloso. (lo immagino rosa).
Aspetto spiegazioni serie e dettagliate. Pauline, ho parlato con A. , sabato mattina. Mi dimentico sempre del fuso orario e del vostro mangiare sbadigli a  morsi. O era soffocare? Poteva essere solo vostra, questa espressione. Vostra e del vostro nuovo meraviglioso paese.

Le vite degli altri non mi è piaciuto. un film ben fatto, certo. Linea pulita, tutto quanto. Ho sentito un nastro sottile Pauline. Tutto dipende da cosa si è disposti ad accettare. Prima del crollo il tempo è brutto e dopo il sole splende e gli uccellini cinguettano. troppo semplice respingere in questo modo un film così raro? Un riscatto totale della storia è possibile grazie a della semplice poesia? Si può accettare di essere presi un poco per il naso, in nome della bellezza?. Tu sei disposta?.questo film può diventare bello o brutto a seconda del livello di accettazione alla plasmazione? Dopo quattro birre nella pancia i discorsi con f. non erano più lucidi, però siamo usciti sotto i portici e ci siamo spostati oltre, come al solito. Abbiamo riso di niente, immaginando un regia sguinzagliata, con impennate improvvise  e folli. Vergini mute che dopo il crollo del muro iniziano  a parlare e a danzare nude, paraplegici che lanciano le carrozzine in aria. Evviva evviva! Una poesia banale può salvare il mondo, la letteratura incide realmente sulle vite, non le sfiora in un sottofondo a basso volume, no! Udite, udite: è possibile cambiare.  Cose così. Va bene, eravamo ubriachi.

Cara Pauline, il tuo mal di gola primaverile può essere curato masticando chicchi di caffè.

Ti mando il link allo spot del venditore folle. Tu sei abituata a ben altre follie, dalle tue parti, ma non è male pensare di vendere case in collina, dichiarando che i sette km  che separano S. Arcangelo dal mare fra qualche anno verranno annullati. La Romagna è un posto incredibile, cara Pauline.

Non puoi più accettare di dividere niente con nessuno. La realtà è questa. Ogni volta che lo farai tradirai un qualcosa. Spetta a te decidere cosa è più importante. Lui non può, non vuole, non è capace. Si tratta di una delle tre scelte, ma nessuna di queste è importante. Non è importante capire i perché. È così e basta, e non sarà mai altro. sveglia.

Cara Pauline, queste tue tre righe sono parole di una stronza.

Valgono  poco i discorsi sul mio non riuscire ad arrabbiarmi mai, con te. Mi racconti della gita a Venezia sulla barca, con io che allago il bagno ( cristo, quei pulsanti erano così complicati) e io che chiamo la prof di lettere tutta addormentata, nel cuore della notte. Segue una tua descrizione, sulle mie capacità nel dare la colpa alla prof. facendole credere di essere stata lei la colpevole, di portarla a scusarsi con lo skipper incarognito e pieno di carta igienica bagnata. mi scrivi che sono capace di vendere ghiaccio al polo, ma che questa volta devo arenarmi. Mi parli di una serata passata a parlare e a vomitare ( ma io no ricordo niente) e mi dici del mio sguardo che non riusciva a mandarti a quel paese ma in compenso ti parlava di giudizi universali. non ti dicevo niente, ma ero risentita eccome.  Che strano, non ricordo proprio niente. mi stanca sapere di non ricordare. io ricordo sempre tutto, troppo. non è questa la mia unica specialità?.Ti ricordi di quelle due bambine che si volevano sedere sugli autobus solo accanto ai neri?. Avevano letto troppe storie, le loro maestre avevano compiuto un piccolo lavaggio del cervello, e pensavano di essere due giustizire silenziose. Leggevano voglio sposare un partigiano, andavano in gita alla linea gotica, curavano e aiutavano tutti al mercatino con i prodotti dei paesi poveri e andavano alle feste dei marocchini della scuola di italiano per gustare meravigliosi dolcetti al cocco. Ecco, tutto questa solidarietà e tolleranza, che meraviglia. la vecchia Emilia degli anni ottanta e novanta. Le tessere del partito e le riunioni serali, tutti quei libri letti in francese ( ma perché, poi? Perché in francese? Tuo padre con i suoi convegni, poi il tuo A., così grande con il suo studio e la sua macchina e le sue pubblicazioni da invidiare). Pauline. Eccola, dunque, la mia intolleranza. Eccola qua. il mio scrigno di difetti impastati in un magma di memorabilia e colorini e virtù. Questo nuovo –sconosciuto- razzismo che mi è venuto fuori  nei confronti di chi non si trova nel mio stesso pensiero. questo disprezzo nuovo ( lo sottolinea ancora, sì )verso chi ama tutto e tutti, verso chi è assetato e cerca tante cose, non solo me. Poi ci ficco tutto quel tuo vecchio discorso sulla distanza intima e l’incapacità di abbracciare se manca il sesso, quell’allontanare tutto e tutti quando qualcosa finisce e chi se ne frega.  Cosa si deve salvare? Niente, non salvo niente, perché tutto odora di foglie vecchie, e di poteva essere e non è stato e poco importa se facevamo anche amabili conversazioni. Non mi servono parole, non mi serve la letteratura. Nella scatola  ci metto anche il disprezzo per le distrazioni, per chi gira a vuoto e per chi si allontana dal dolore prima di averlo spurgato tutto. sono contenta di essere così, pensa. di coltivare questa differenza fra me e lui. Voglio recuperare la sigla di marcellino, quella stupida telenovela brasiliana (?) che abbiamo guardato per due estati cantando a gola aperta la sigla straziante. Così straziante da farci ridere per ore.

Cara Pauline, sarai pure stronza, eh. Però sei adorabile.

 

Ps. Grazie per la maglietta delle au revoir simone! Grazie per la tua scatolina di seta dipinta e per il piccolo panda con la bandiera del giappone ( versione fucsia!) la grafia  di A. diventa sempre più musicale e i vostri occhi mi sembrano sempre più a mandorla, in ogni nuova foto. A., Mi deve insegnare tutto, se lo ricorda, vero?

m.

 

6 maggio 2007

Il mio amore non era costruttore non era neanche capomastro era un’altra salute, era la recita meravigliosa e inutile la visita dei corpi in grazia umana, la mia attenzione, la mia resurrezione, necessità salva dal giudizio (Patrizia Cavalli, poesie).

novembre 21, 2011 § Lascia un commento

Così iniziarono a farsi la casa. Iniziarono a rifarla, smontarla, rinnovarla. Dovete immaginare questa lunga strada bianca nei margini di Utsjoki, intervallata da quadratini di cartone marrone fasciato nel nastro adesivo ( ma questa panoramica rende giustizia solo a un percorso fatto in cima a un piccolo elicottero, una vista dall’alto, un rumoroso e poderoso vecchio elicottero rigato di arancio). Ulla sembrava vivere in un plastico di betulla: curava le sue imperfezioni con amore certosino. Puliva le sedie e riponeva le assi di legno una sull’altra con lentezza e attenzione. si muoveva nel suo covo ( un ragno-appartamento) con una precisione rallentata, un senso di già visto, una rassegnazione operosa. Ulla raccoglieva con la scopa le polveri, sembrava un togliere nutrimento alle cose: alle sue schiene dei libri, alle sue gambe dei tavolini, alle sue teste di lampada. Si muoveva nel mondo con la calma degli influenzati, la consapevolezza della precarietà e il peso di un collo pesante. Ah, certo: in cambio poteva vantare la clemenza per i contorni, il non lamentarsi per poco, la transitorietà delle pene. Oskari percepiva la sua ossatura da dietro la porta (in realtà aveva steso la vetrata a terra e smontato la maniglia. Le decorazioni smaltate dei vetri erano lucide, quando Ulla passava dal ballatoio alla cucina scavalcava la porta con un passo lungo. Per tre secondi Oskari guardava quello che la gonna nascondeva, nel riflesso. Solitamente fingeva di armeggiare con una vite abbandonata a terra o di pulirsi le mani con un panno). L’ossatura era il suo meglio. Il vanto di Ulla. La sua personale grafia di porcellana, la finezza inutile sul cemento. Il resto era ardesia, coltivata in sottile risentimento ( si metteva il passamontagna della vergogna quando parlava di queste cose) e venuzze di astio. Era l’irrisolvibile a tormentarla, ne aveva qualche granello conficcato nella sua costola più bella. Sapeva del passare di tutto, della sorellanza fra bellezza e bruttezza, eppure temeva la svolta. Il passaggio brusco, anche a favore della bellezza più cocente. Ulla aveva battezzato un punto tutto suo, nel golfo di Botnia. Un rito incivile sorretto dai canti dei lupi giovani. Il primo tratto del baltico a ghiacciare, quello senza sale, con i pesci di fiume. Una cerimonia fanciulla e da campeggio. Quelle cose dei dodici anni, come dare un nome alle tazze, alle chiavi di casa, ai reggiseno rosa. Della fantasia di Ulla nessuno poteva fidarsi. Mescolava tutto e con la solita lentezza vomitava ogni cosa. Oskari odiava il suo rimettere al rallentatore. Quando si vede qualcuno vomitare, si vuole cancellare l’immagine, tenere la fronte e stringere la mano, ma voltare la faccia, fare presto. Ulla lo guardava con un rimprovero deluso impagliato in mezzo agli occhi. Oskari non aveva mai tradito Ulla. Non era accaduto neanche alla scuola internazionale di Rovaniemi, dove le ragazze si spingevano contro il suo armadietto rilasciando i loro umori. Ulla cambiava la disposizione dei mobili. Lo faceva perché doveva. Senza sapere. come le renne, che non possono sapere della loro perfezione, e come gli orsi, che non sanno nulla della loro forza. In principio piccoli accorgimenti: immaginette, vasellame, argenteria. Poi un rigirare la testata del letto, un nuovo materasso, il lampadario a palla. ( un vetro satinato. Sfiorito nella goccia, una bolla ammaccata nella bocca di un salmone. Era riuscita ad avere un grosso sconto grazie a quel bubbone). Non discutevano mai sulla scelta dei mobili. Libertà di acquisto e di vendita immediata, anche degli oggetti presi dall’altro. Queste le regole. Oskari tornava a casa dal lavoro e vedeva la casa vuota: gli armadietti del bagno caricati di bigliettini con il prezzo.si addormentava nella brandina sul ballatoio fra la gente che entrava nell’ingresso, tutta questa gente che forava il suo sonno, tante sentinelle nere sul muro giallo. agitavano le mani per partecipare alla sua asta. Ulla diventava di fuoco: mostrava la pregevole fattura dei suoi cucchiai, le finiture del suo armadio. Agitava i capelli, si faceva viva in volto. I suoi piedi abbandonavano la sensazione di essere invasi da delicate termiti, si muoveva leggera sui suoi teli di plastica contro la polvere, i tappeti azzurri e rossi, gli arazzi. Oskari si svegliava con la casa vuota. Il tavolino della cucina tramutato in valigia rinforzata con un pannello di plastica. Quando Ulla dormiva ( raggomitolata sul materasso gonfiabile) Oskari leggeva gli annunci sui giornali, segnava gli indirizzi dei grandi magazzini. Oskari era avido, era avido del niente. Voleva le storie, i resoconti, le partiture. Anche i canovacci, i più miseri. Oskari si muoveva veloce. Dopo avere immaginato la casa degli scatoloni e dei metri intorno al collo, dovete immaginare Ulla con il cappotto rosso e gli stivali da pioggia. Sentire il suo telefono che squilla a vuoto, la smorfia nel vedere un nome sul cellulare. Il camminare diretta al francobollo di golfo battezzato dai lupi. ci dovete mettere dentro i suoi pensieri, una forcina di metallo e dei frutti i bosco fra le mani. poi i funghi a mazzo come fiori giganti. Composizioni già fritte e pastellate cresciute in natura, pestate e cresciute fra i ghiacci. In mezzo alle macchine parcheggiate ci dovete mettere la vetrina con le tende a fiori e il copridivano con i motivi geometrici ( si vedeva ancora la macchia di omogeneizzato caduta dalla bocca del piccolo Pete). Nei suoi pensieri quel breve componimento dubbioso, quasi una recita di un festival di pasqua immaginario: signora degli alberi e delle foreste, mi scivolano gli amori come perle sfatte, signora delle acque e degli abissi ho il vezzo autentico di cancellare ogni traccia, quando il fiore congela mi butto altrove, con un riso in gola e con poca pena. Sorrideva Ulla, perché si vedeva bambina sullo sgabello di legno con la voce tintinnante aggrappata al microfono ( la sua voce era un minuscolo esserino dalle mani a ventosa) pronta a recitare il suo componimento sulla signora delle foreste, rametti e gote rosse sulla platea di genitori e nonni in lana acrilica. Dovete vedere Ulla a terra, nessuno spavento per il breve crollo del corpo sul marciapiede. Un male da niente. Piuttosto un disagio nel vedere la borsetta rivoltata a terra, gli oggetti fuori posto. Lo sgomento di uno specchietto fra le cartacce, il rossetto nel buco di un tombino, il telefono con le chiamate a vuoto, sbattuto a terra. La presenza ingombrante degli oggetti nel posto sbagliato, l’agenda di pelle pestata da un motorino, una piuma nera vicina al lampione. Un corpicino di penne immobile, poco distante. Il guardare il cielo e cercare le sbarre. Poi tutto quel cielo, ancora e ancora.

Quel ciondolare che ricerca i baci
Che prolunga le visite e mai le chiude
E poi si estenua nell’inventare scuse,
la mia specialità, la mia specialità.
Patrizia Cavalli, poesie

Nota: il merletto indiano ha abbandonato questo mondo, dopo più di diciassette anni. Si è aperto a terra come l’uccellino sulla copertina di ninna nanna di Palahniuk. Una buca è stata scavata contro ogni regolamento condominiale nel giardino, sotto la pioggia, come nei film. Nonna, mamma e nipote. La scatola delle scarpe, un fiorellino e una carta di giornale. Dalla scatola preparata dalla nonna ironica spuntava un pezzo di catalogo ikea usato come materasso, riprenditi la vita, titolava.

10 aprile 2007

Dal portiere non c’era nessuno. C’era la luce sui poveri letti disfatti. E sopra un tavolaccio dormiva un ragazzaccio bellissimo. Uscì dalle sue braccia annuvolate, esitando, un gattino. (Sandro Penna, Interno)

novembre 20, 2011 § Lascia un commento

 Cara Pauline,

vorrei farti sentire il suono della signo gelstick 0.7 sulla nuova carta a quadretti. Mi conosci abbastanza e se arrivo a parlarti dell’utilizzo sconosciuto della carta a quadretti, significa che qualcosa di nuovo è successo. Parto dal panorama, sai bene che non posso essere troppo privata. Però sarò interna, e per essere interna fino in fondo, parto proprio da lì: dai giorni rubati ai paesaggi domestici di Laura Fiume. Vengo dal soggiorno, cara Pauline, dagli oggetti silenziosi delle verande, dalle poltrone lisciate dai libri capovolti, dal neon pacifico sulla tavola delle tre del pomeriggio.dai tessuti stampati, dai tappeti, dalle tazzine, dai gatti neri ( le code lucidissime, nerissime, spuntate sotto le tende bianche), dalla pila di cuscini, dai velluti alle pareti. Ti riporto qualche riga di Michele Ciavarella, un pezzo del 2001:

Provate a sistemare una telecamera in una stanza: il film parlerà di tempeste nebulose di particelle aeree, di foglie che cadono da una pianta, di fiori che schiudono e che appassiscono, di luce che cammina e che anima lo spazio, di prospettive che cambiano senza l’intervento umano.  Cara Pauline, tu hai avuto l’onore di visitare il peninsula di Hong Kong. Io ti odio per questo. Un giorno spero di avere ( possedere) una sedia pesce di Pozzi & Verga. Ho già predisposto l’accoppiata virtuale, nella mia testa: accanto alla tua amaca di Tokyo verde cinabro, o alla preziosa savonarola di s.

Finisco col marcire nel dettaglio quando mi sento bene. Così.  Perché bene non è la parola giusta. Non sono brava a saltare i fossi. Sono sempre stata attenta alle gaggie e ai sambuchi trovati sul percorso. Poi mi perdo, mormierosa comunque, in ogni caso. Sono anche capace di strappare il  più raro e prezioso fra i fiori, o di calpestarlo dopo averlo osservato da vicino, ci mancherebbe altro. Ricordi il clarino di A.? tu ascoltavi la musica, nel suo studio. Io osservavo solamente. Eravate solo tu e lui, io non sentivo niente. Io vedevo il clarino. Punto. Ricordi quel pomeriggio, nella mia cucina arancione?mangiavamo il pane strusciato di pomodoro ( io preferivo il pomodoro schiacciato con forza, tenuto intero sulla mano, come un palloncino spinto sul pane, fino a vedere il succo e i semi. Tu invece lo preferivi fatto a pezzettini. Polpa tagliata con il coltello dal corpo di plastica bianca. Pezzetti puliti e regolari). Comunque. Ricordo nonno cecco, con il giornale in mano. Sapete la novità? A. ha divorziato. Ho avuto la notizia da marino, al barre. Avrà una nuova donna? Chissà. Ricordo la tua gioia salire dai piedi, arrivare in testa. Del resto tu non eri ancora una donna. Poi la tua urgenza di scappare via, di urlare di gioia sulle scale, strattonandomi la felpa, dopo aver finto indifferenza.

Era tuo, finalmente dopo tanta attesa era tuo. Era ancora più tuo perché nessuno sapeva niente. È stato tuo quando era di g., è stato tuo quando era delle altre, è stato tuo quando è stato solo, è stato tuo quando hai ottenuto tutto. È stato tuo quando ha lasciato il nostro paese, per seguirti. È tuo quando ti aiuta a tradurre i tuoi inutili manualetti ( perdonami, eh. Ma quando arriveranno le belle consegne?).

Grazie, Pauline. Il librino di Brunella Gasperini è arrivato. Mi dispiaceva aver smarrito la mia vecchia edizione ( si possono perdere le cose durante i traslochi, ma non è consentito farlo quando ci si trasferisce al piano di sopra, cristo santo).  L’estate dei bisbigli significa agosto a Gabicce, 92/93, con la bella e maledetta Tessa degli scandali, arrampicata sulla villa bianca, fra il caldo torrido e i pettegolezzi. Un libretto da poco? Forse, poco importa. Però è un bel ritratto. ( mia madre mi parlava di Annabella, a puntate. Ti rendi conto?).

Cara Pauline, io la ragione la pretendo sempre. anche quella dei fatti, non solo delle parole. Ho anche la presunzione indotta di non sbagliarmi mai, di non incicignarmi nelle sensazioni. Che siano gli altri a prendere strade lunghissime, terziarie?. Piene di  buche e trabocchetti, fumo per non svelare il volto? Omissioni, angolini con facili uscite, intermezzi di silenzio, porte scorrevoli e senza chiavi, per il terrore di rimanere chiusi dentro?. Cara Pauline, è una questione di responsabilità, non di tempo. ( mi viene in mente una dichiarazione su una certa gioventù fatta dal Costanzo regista, quello del film sul convento, ma evito).

Trieste ti sorprende con azzurrerie impreviste. Sono piccoli tagli, immaginette linde di cupole azzurre e pareti luccicanti in oro. Sono i fine settimana con f., fatti così. Piccoli e fulgidi.  Abbiamo fotografato a lungo la chiesa di S. Spiridione, neobizantina, di rito serbo-ortodosso. Ti mando qualche foto, è entrata di rigore nella classifica delle mie chiese preferite. Un gioiellino bianco polvere, azzurro azzurro azzurro, incastrato in uno spiazzo frontale al ristorante dei rigatoni chiodo ( ricotta, pomodoro, salsiccia, funghi).

Poi ti mando la foto alla parete gialla, con gli amici di f. ( foto stupida, buffa),  e quella seria, con me alla scrivania, intenta a studiare a testa bassa il caricamento della pellicola della holga.

Ricordi la casa con gli spiriti di Pierina? È arrivata da Massa e ancora non riesco a guardarla a fondo, tanta è la somiglianza con suo fratello cecco.

La casa è stata venduta e anchei nuovi proprietari parlano ( con una naturale vergogna) di letti sollevati, rubinetti aperti, luci accese e capelli tirati. Ricordi il racconto di mia madre? La notte da ospite con il lenzuolo sulla testa, l’insetto invisibile ecc…io ricordo le mattonelle saltate a spruzzo, mentre mi lavavo la faccia nel bagno. Poi le lacrime e le spiegazioni scientifiche e calmanti di mio padre. Lui di quella casa non parla più. Cara Pauline, ho mangiato due colombi e bevuto molto vino ( lo portano da casa, insieme al pane. Il pane di Bologna non si mangia, così dicono). Alla fine della serata mi è balzata in mente una ricerca da fare, fra uffici del catasto, preti esorcisti, scartoffie ingiallite da trovare. Una missione da compiere sempre ubriaca, accompagnata da qualcuno, ovviamente. accompagnata da qualcuno che ora come ora non verrebbe con me neanche con una rivoltella alla fronte. forse sarà sempre così.  Si parla di un delitto, una donna uccisa in quella vecchia casa nella camera da letto.

Cara Pauline, ho fatto da guida nel fantastico regno IKEA. Loro vanno matti per quel posto ( certo, sempre meglio di mondo convenienza di Scarlino). Ho comprato un topo di pelo. Ha la coda rosa e le zampette morbide, come di nervetti. MINNEN RÅTTA lo appendo ai fili del bucato, con le mollette Poi mi nascondo dietro la tenda e osservo la gente con il naso in aria, verso il topo anomalo. I miei genitori sono indecisi. Mia madre dice che ho imparato a camminare a Follonica, mio padre a Cala Violina. Si chiama così per via del suono dei passi sulla sabbia bianca, una permischianza di violini. Chissà.

Non parlarmi mai più di Proust. Ho un senso di colpa gigantesco nei suoi confronti. Mi parli di tormenti serali, di nervoso del buio ma io non ho mai letto una riga. Solo qualche traccia nelle antologie scolastiche. Non puoi dirmi che hai quasi finito di leggere tutto Proust, non puoi.
parlando di chi tu sai:

Cara Pauline, l’inconsistenza può trasformarsi in multiforme macigno.

Aleggio via., resta il gioco.

Ps. Ho la carta gialla per fare spese in internet. Nessuno è più pericoloso di me. Aiuto.

m.

 

15 marzo 2007

Dove sono?

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