Nuovo linguaggio pittorico lascia il segno.

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

Si può dire che sia il punto più alto mai toccato dal medium fumetto

Dave Eggers

 

I colori sono terribili, sembra di guardare una confezione di detersivo. Colori pallidi da morire, ripugnanti; roba da bottega equosolidale. Disgustoso. Davvero atroce.

Tom Paulin

3. Ruolo.

– Ci sono momenti – o piuttosto giorni, settimane, perfino anni e anni – nelle vite di certe persone, in cui si ha la sensazione palpabile che qualunque sforzo e attività sia priva di valore alcuno. Se magari ci svegliamo in un bel mattino di sole pieno di speranza, sentiamo rianimarsi in noi il fanciullino interiore, ma questo sentimento si disperde in fretta per colpa della menzogna mascherata dell’età adulta, che ci guarda male da dentro lo specchio del bagno. O magari qualcuno ci ha appena informato che dopotutto non siamo i compagni che pensavano fossimo, e ci viene chiesto per favore di non tornare a trovarli, non telefonare, non spartire più le stesse lenzuola, e di passare il prima possibile, per favore, a recuperare i nostri effetti personali. O magari il nonno per cui abbiamo sempre provato la forma più pura d’amore, che ci ha mostrato che la vita poteva diventare tollerabile e lieta se dicevamo la cosa giusta, è precipitato in uno stato dell’essere in cui nel corpo rimane il minimo indispensabile di vita per la propria conservazione biologica, trasformando magari o invertendo crudelmente quella personalità un tempo luminosa e generosa in un suo doppio crudele e risentito, che potrebbe perfino mancare di riconoscerci. O magari semplicemente uno si ritrova seduto svestito sulla poltrona del soggiorno in piena notte e, a sorpresa, viene catturato da una percezione orribile, corrosiva, di tutto ciò che lo ha portato fino a quel punto della sua vita,le speranze dell’infanzia, gli amici perduti, gli appuntamenti mancati, i cuori spezzati, e grida a chiunque possa ascoltarlo, implora che tutto finisca, invoca una soluzione, che il programma venga interrotto e non proceda anche solo un minuto in più.
In tempi come questi, e come altri non ancora descritti, molto di noi potrebbero andare in cerca di una forma di svago che fornisca sollazzo e distrazione. Magari visiteremo il cinema in fondo alla strada, o ci rivolgeremo alla scatola delle figure in movimento, o mangeremo una torta, sempre nella speranza di trovare qualcosa che ci solletichi o più preferibilmente, e molto più raramente, risuoni in noi a livello profondo, pari alla nostra situazione personale, che sia attraverso i particolari o per principi filosofici generali. In tutti i casi, il successo di una simile impresa lo si definisce a partire dalla qualità di sketch, sitcom o leccornie consumati, e se i suoi autori sono in grado di offrire empatia in queste faccende della vita o si limitano a trarne profitto. In questo secondo caso, è probabile che il tessuto dell’esperienza possa venire identificato come l’intenzione fondamentale dell’autore di distrarre o divertire; nel primo caso, invece, si ha un desiderio da parte dell’autore di far sì che gli altri stiano male quanto lui. In questo senso, la persona dotata di raziocinio dovrebbe concludere che, in generale, nell’arte la ricerca di empatia emotiva è essenzialmente un’impresa sconsiderata, che è meglio lasciare ai deboli di intelletto, o ai brutti, perché non hanno altro con cui tenersi occupati. Inoltre è ben spiacevole compiangersi e comunque tali “tempi sfortunati” alla fine passano, e se non passano per fortuna, almeno per il resto di noi, il suicidio è un’opzione percorribile.
Gran parte di coloro che hanno acquistato questo libro, però, sono probabilmente sicuri di sé sul piano sessuale, sono persone attraenti e prendono dalla vita ciò che vogliono: per loro il dolore è una mera astrazione, o male che vada una seccatura curabile con costose medicine. Per questo la loro speranza è di trovare qualcosa che li titilli o diverta nel breve periodo, che migliori il loro “look” per ciò che concerne la moda, o aumenti la loro “adessità”, e in questo caso hanno fatto certamente la scelta giusta perché la striscia a fumetti non spera in alcun modo di esprimere altro che i sentimenti più triviali e superficiali. Anzi, si può perfino evitare di leggere il libro, limitarsi a lasciarlo in mostra come simbolo della propria esuberanza giovanile, come una autovettura sportiva, o la musica del sud degli Stati Uniti suonata da un aristocratico.

Chris Ware, Jimmy Corrigan – Il Ragazzo più in gamba sulla Terra

 

* leggi nota a fondo pagina

 

 

Oh, Jimmy adesso a te ci penso io. Ti ho portato le ciambelle e le ho messe nel frigo. Ti ricordi? le devi togliere le ciambelle, se non le mangi. Altrimenti andranno a male e diventeranno verdi, con i bordi color tabacco, l’odore della papaia addosso, il liquido scivoloso nel buco. Ci vuole coraggio, Jimmy. A me mica mi freghi, Jimmy, lo sai. io ti vedo, ti vedo dentro. Oh quanta presunzione questa benedetta ragazza. Ti ricordi? quando eravamo quasi pronti per far l’amore ti dicevo di chiamare tua madre. Potevo dirti di non rispondere in caso di chiamata, invece io giocavo di anticipo, Jimmy chiama tua madre, chiama quella voce che viene dall’inferno, dai fondi di borsa in finta pelle piene di mentine, dalle buche dei divani sformati. Chiama. Solo dopo ci riuscivi, a far l’amore. Ti ho mai raccontato di quando il merlo indiano è morto?. Siamo andate in giardino, sotto la pioggia, tre donne con l’ombrello nero, a scavare una buca sotto all’albero più bello. Lo avevo messo in una cassetta da scarpe, con degli stracci colorati. Tre donne. Nonna, mamma, nipote. Tre streghe, diresti adesso. Jimmy. Ti sbagliavi, ti sei sempre sbagliato su di noi. Poi a me mica mi freghi, dovresti piacermi per via di certe parole?, per via di quei colori? Per via di quel tratto che ti disegna la testa con tre peli e riesce con pochi incisivi segni a farti mugolare e tornare bambino, a strapparti gli occhi dalla faccia e a farti gemere mentre sei sotto le mie lenzuola ( si sporcano ancora di sangue, dopo tutto questo tempo. Forse sono io, non so) e a trasformarti di colpo in un bambino capace di fare la cacca e di piantare semi?. Ci sono sempre i semi, te ne sei accorto? E gli alberi, e gli uccelli dalle piume azzurre che vengono dal nord. Dovresti piacermi, dimmi, come dovrebbero piacermi quei film indie pieni di musica indie e di trentenni  che sembrano ancora ventenni. Dovrebbero piacermi quei filmetti lì solo per via di un telefono a forma di panino o di un poster figo nella cameretta o per via di un paio di scarpe vintage- sì, maledetto, proprio uguali a quelle che cerco da una vita- e io dovrei dire  sì  a te, jimmy per una sorta di patetica identificazione. Ma non lo sai che io mi identifico solo nel film sirene, e solo per quel suo raccogliere tutte e dico tutte le mie ossessioni giovanili. Ok, lì mi arrendo. Che diavolo dire a winona, a una sorellina che vuole fare il record di apnea nella vasca da bagno, a una cameretta con le luci e i pesci, a un ragazzo che guida il pulmino e bacia  winona nelle scale di un convento. Ti rendi conto? Pure il convento. Tutte le mie perversioni, persino la vergine maria. Questo è chiedere e ottenere troppo. Comunque. Tu dovresti piacermi per quel tuo essere scomodo nella lettura, per quelle parole secche e i cambi improvvisi di ritmo, i toni color zabaglione, l’odore della colla da parati che sembra uscire dalle pagine, tutta quella solitudine bambina. Fanculo, jimmy. Ce l’hai fatta. Mi piaci, finisci con l’irritarmi ma sei un genio. Allora adesso io vengo lì e te lo dico. Sono seduta di fronte a te da sei mesi e non ti sei mai accorto di me neanche una volta! Addio. Non è vero, lo sai. tutti si accorgono di me. Mi serbano per anni, dicevi. Però quel biglietto nel tuo libro mi è piaciuto. Giallo con la scritta azzurra ( ancora), e il disegno di una scimmia-orso che alza la cornetta del telefono. Oh jimmy, nessuno che ti protegga dal tuo prossimo sbaglio e passo a vuoto. No, no. Nemmeno io. Ti faccio andare sul bordo, con la tua maglietta che arriva alla pancia e il saluto scritto con il bacon ( io sono più brava nei saluti del mattino). Quanti incubi abbiamo a disposizione? Quanti sogni premonitori ho ancora nel cassetto? Trecento? Venti? Centosettantuno? Al sogno premonitore numero cento io muoio. Ma muoio per finta, solo mi saltano le gambe, quelle che ora parlano così bene. Ti faccio vedere quello che dovevi essere. Così ti viene ancora da piangere e mi dici ancora- contenta? Sei contenta? Lurida strega?- e io faccio finta di essere soddisfatta della tua caduta in disgrazia, dei tuoi capelli caduti, di tua madre nel letto, deel cavallino di piombo che non ti è venuto bene. Così io faccio la parte della strega cattiva, e non mi faccio vedere mentre muoio. ( comunque adesso sono risorta, jimmy).

Gli sfugge di bocca una volgarità ben calibrata anche se a malapena udibile- negri- che per un istante gonfia d’orgoglio mr Corrigan di fronte allo sguardo immaginario della città. Che, in questa umida mattinata, scintilla dell’odore di bestiame, cioccolato e cavolo.

Lei è morta, per davvero. lo scorso febbraio. Ti parlai di quella bara troppo festosa e di quella cuscina in raso verde che proprio non mi piaceva. Anche i faretti intorno al viso ( ceri?) non mi garbavano. Tu non eri capace di starmi ad ascoltare, dovevi uscire con il nome di bambola. ( sì, sono ancora tremenda).

Accompagnando pensieri colpevoli di una caramella non autorizzata. Un movimento appena percettibile, avanti e indietro, una leggerissima pressione in avanti. Una spinta irresistibile della lingua. Improvvisamente. Una torsione inaspettata della carne e lo spigolo tagliente in bocca fluttua liberamente. Terrorizzato sputa sul cuscino il dente insanguinato. Mentre lo osserva. Pensando che i denti non dovrebbero uscire. La mia lingua non sta più a posto. Esce fuori, poi senza pensarci, getta il dente in cortile. Questa impulsiva distruzione della prova passa inosservata. Non avrei dovuto premerci contro. Non credevo che sarebbe uscito. Forse domani posso trovarlo. Uscirò quando non guarda nessuno. Lo terrò fermo con la lingua ogni volta che dovrò sorridere.

Il suono del respiro della nonna, lungo tutto il cammino, fino al cortile. Il rumore di zoccoli. Zoccoli. Zoccoli e una porta a vetri. Slap. Il rumore di un cavallo che sale una scala. L’indimenticabile conforto di dita screpolate che gli ravviano i capelli. Quel che basta a rovinare tutto è il rumore delle prime parole della giornata. Alzati dannato piccolo figlio di puttana.

jimmy la vedi la striscia del tempo nel mio quaderno di quinta elementare? L’anno zero è segnato in rosso e il medioevo è diviso in alto e basso. Quello che viene prima viene prima e quello che viene dopo è la naturale conseguenza di quello che viene prima. Dopo le tenebre viene la luce. L’illuminismo ce l’ho nel gozzo, come il merlo, quando provò a ingoiare una lampadina.  Lo vedi? Sembra facile, ogni azione è la conseguenza di un fatto, di un detto, di una foto, di uno sguardo. Come facciamo jimmy a districarci adesso? ogni cosa successa è solo una naturale conseguenza?

Ma, pensandoci su, il bambino comincia a immaginare che la fiammella del lumicino nella lente della lanterna cresca come un capello e proietti a oltranza fuori dalla finestra un flusso costante di immagini prevedibili puntato verso la luna e interrotto qua e là dall’orlo tagliente di una foglia o da un camino, un uccello, un dirigibile o un uomo che cade. Cade. Da un palazzo molto alto. Ogni fetta di quella salsiccia di luce rivela un evento precedente di quella serata. Eppure non arriva mai al momento esatto in cui il lumicino è stato acceso a inizio serata.

Ora vengo lì, jimmy, e ti racconto di come sono diventata forte. Di quel forte senza tigna e risentimento. quel forte dei vecchi saggi rincretiniti, con cento vite e diecimila rughe. Quella forza che ho visto solo nei bambini arrivati a scuola da paesi poverissimi. Quel forte che a te spaventa sempre, quel forte che non vuole il brodo, lo scacciapensieri, il rompicapo, la distrazione. Quel forte che allontana e gestisce, trova e non rompe, usa e non butta, sa e non dice. Poi, ti racconto, che mi volevo proprio così. Senza la rabbia della privazione ingiusta, della gola che si secca in rimproveri. Ti racconto che mi volevo proprio così, con il puntiglio e la bontà, il cristallo poco rassicurante e lo slancio, la lentezza bagnata e il coraggio nel salto. Gli spigoli dorati e il mio amato sarcasmo. Poi, ti racconto di come sono diventata più bella. Questo sì, è l’unico dispetto. E te lo tieni stretto.

Se non l’avessi visto con i miei occhi. Se provi a raccontarlo a qualcuno al giorno d’oggi pensano che te lo stai inventando. Ma all’epoca la gente la chiamava l’impresa più grande dell’umanità.

Poi, se ci guardo bene, ho il biglietto dell’apertura della grande esposizione. Qui, fra le mie mani. Qualcuno mi viene a prendere, lo vedo. Non mi lascia con le doppie punte al vento, in cima alla torre di ferro. Nonna, nonna, ti vedo. Ci penso io ai gatti, al portico bianco, a tuo figlio più scemo.

* questa è la nota a fondo pagina che devi leggere: tutto quello che appare scritto in corsivo è bello. e ovviamente non è mio. è opera di Chris Ware. tutto quello che non è scritto in corsivo è mio. e si vede.

24 febbraio 2010

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