Svetlana, Agamennone,Euridice

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

Le orchidee comprate nei supermercati erano destinate a morire. Nascevano già progettate per perdere fiori e foglie, avevano una data di scadenza conservata  in qualche immaginario biglietto scolorito. Dovevano avere la stessa temperatura per tutta la vita. La stessa quantità di luce filtrata dalla finestra, mai diretta. Le orchidee dei supermercati erano polli incartati, batterie, eserciti di soldatini in busta. Promettenti, ma con condizioni rigide. Nessuna casa poteva essere uguale. Aprivamo le porte e non trovavamo mai la stessa aria, lo stesso sapore. Talvolta odore di stufato, altre volte di chiuso, spesso di brodo. Non ci poteva mai succedere niente nelle case piene di brodo.

Le case che sapevano di brodo ci potevano sempre salvare.

Illustrai la mia teoria. Non mi ero potuta permettere i sandali verdi, quindi avevo quelli di pelle. Illustrai la mia teoria alle ore 16.32 di un soleggiato pomeriggio di luglio.

In luglio non mi poteva mai accadere niente di male.

Ero nel terrazzino con una bottiglia di minerale ghiacciata, schiumata di limone strizzato. Non avevo i sandali verdi lasciati in vetrina, ma ero felice comunque. Svetlana aveva perso quasi tutto e in un malinconico ultimo saluto, aveva fatto esplodere la sua ultima foglia rigonfiata di acqua. Pouuuuf. Aveva trattenuto l’acqua con rabbia, quando oramai i suoi fiori erano morti, quando io continuavo ad aggiungere acqua con puntualità tignosa. Svetlana mi aveva detto addio un mattino, schiacciando sui miei piedi una bolla di acqua marcia. Svetlana  veniva dal supermercato.

Agamennone ed Euridice erano state scelte nel vivaio più grande del mondo. Il vivaio più grande del mondo poteva ospitare tre castelli rosa e una piscina di rampicanti, quattro ascensori a specchio, una sauna per piante grasse e una galleria degli specchi per pappagalli.

Agamennone ed Euridice erano così belle da fare impallidire le altre centinaia di orchidee sui tavoli di legno.Agamennone era rosa, screziata di fucsia, ma potevi vederci anche una punta di zafferano. Euridice era bianca, ma potevi giurarci di vedere al centro dei semi rossi, delle bocche, dei denti, delle mani in preghiera.

Vennero posizionate in alto, sul mobile bianco del bagno. Così, a simulare le temperature umide della Thailandia.

I fiori più forti e complicati del mondo. I fiori più genitali del mondo. I fiori di carne.

Illustrai la mia teoria, lo feci tenendo premuto il tasto play del registratore blu cinese. Avvicinai la bocca al registratore.

Signori della giuria, in base ai miei taccuini e alle osservazioni scritte di mio pugno in tutte queste settimane di studio, posso dichiarare con certezza di aver visto le orchidee Agamennone ed Euridice spostarsi in loro autonomia, forse infastidite dalla presenza accecante dell’immenso lampadario di cristallo, posizionato a pochissima distanza dai loro fiori. Io posso dichiarare di aver visto i vasi muoversi di qualche centimetro e posso dire con assoluta certezza di aver visto le lampadine fulminarsi più volte, quasi spinte al suicidio dalle mie orchidee e dalla loro forza. Le lampadine che si sono fulminate sono esclusivamente quelle della parte sinistra del lampadario, ovvero, quelle più vicine alle orchidee.

Spensi il registratore, andai ad aprire la scatola di cartone che tenevo sotto al letto.

Quella dei sandali verdi.

 

 

[…]

Lo sposò di sabato. Le spose di sabato sono quelle che ti fanno vivere sempre in festa. Lui me lo diceva sempre. Lei aveva un vestito semplice e i capelli raccolti. Non si piaceva con i capelli raccolti, sembrava una rana, ma la sartina aveva tanto insistito. Di venerdì fece l’arrosto per la settimana dopo. Ci mise dentro più erbe del solito. Fece anche un mazzetto di erbe di campo da mettere sotto il vestito, il giorno del matrimonio.La signora Olga la presentò a tutti, la teneva sottobraccio e non la faceva mai allontanare. Lei camminava in simbiosi con la lunga gonna della signora Olga. Io me la immaginavo gambe all’aria, nel bel mezzo della sala. Con la signora Olga inginocchiata sulla sua pupilla.

Di notte lui si stendeva su di lei, aveva piedi sempre troppo freddi. Ma non solo. Sembravano bagnati, e lei provava a immaginare il loro odore. Niente di più sbagliato. Lui si lavava molto. E in bagno, stava ore a levarsi il muco dal naso spingendo forte, serrando prima una narice poi l’atra.

Si puliva bene anche le orecchie. Cosa che lei non faceva mai. Del resto, amava tenere sempre i capelli sciolti. Ogni tanto faticava a distinguere una seta dallo scorrere del suo cazzino. Le coperte le tenevano sempre in mezzo, le agitavano, le facevano muovere, mescolate ai loro urletti. Aveva un pene piccolissimo e con una sorta di uncino dorato in punta. Lei non lo aveva mai guardato, o aveva fatto finta di non guardare. Così lo immaginava. Lo immaginava decorato con una conchiglia in punta. Una piccola conchiglia bianca luccicante di sole. […]

Il loro figlio più piccolo, per qualche strano motivo, si rifiutò sempre di assaggiare il gelato.

 

 

[…]

Era stata abituata a essere la più brava, ma anche la più bella. Non solo. Era la più esotica. Per questo e per altri motivi ti guardava così lentamente.

 

Ogni tanto doveva controllare, per rassicurarsi il cuore, per mettere alla prova la costante esattezza delle sue premonizioni. Poi scriveva tutto in un quaderno bianco. Qualcuno avrebbe pagato per avere quel suo quaderno, qualcuno le avrebbe urlato: dannata! Tu sei una strega, una lurida strega e mi vuoi rovinare. Lei rideva. Piuttosto, segnava. Le sue premonizioni avevano poco di magico ed esoterico. Qualcosa di più vicino ai conti di una massaia, al lavoro di un ragioniere, al cammino di una formica fra altre mille. Preciso. Preciso.

 

 

Tutti quegli abbracci fitti, la posa indecorosa, il vestito elegante che sul tuo corpo si ribella. La cravatta larga dei venditori di auto usate. Le bandierine.

Si mise sul terrazzino, con le gambe nude e la ciotola di piselli da sgranare. Come quando era vivo lui. Quando vinse l’italia  lui si ubriacò e fece fatica a salire le scale. Le cose speciali del giorno undici luglio. Del minuto undici. […]

Dite pure che a lei piacciono i giocatori giocolieri, quelli che faticano a segnare ma che ubriacano col possesso palla. Dite pure che lei è pazza, a guardare così tanto le statistiche del possesso palla, l’importanza dei colpi di tacco, l’elogio del cucchiaio. Dite pure che ha vinto chi doveva.

 

Sdanghete Diego Armando Maradona mi hai fatto bene agli occhi. Tu e il tuo rosario stretto al punto che immaginavo il sangue. (cit.)

13 luglio 2010

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