Lecca lecca al caramello, carta di giornale finanziario invecchiato, camicia carta da zucchero, polvere del terzo cassetto, foglie, semafori, campanelli di sera, semafori all’alba.

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

L’ho detto io, l’ho detto io con le mie gambe. Lo sanno tutti che ora parlo con le gambe, ci entrano per prime nelle stanze e si stiracchiano la voce, così da far voltare le persone per lo sgomento di trovare la mia bocca serrata e la voce che danza sui muri. balla bene la mia voce, non è mica più del colore delle olive nelle scatoline di plastica, è voce scarlatta, con quelle solite striature oro che virano sempre all’azzurro. Sei nata azzurra tu, di acqua di fiume che scoppia in mare, mare freddo, di quelli con le correnti e non con le buche. Lo diceva sempre, lui.  Parlano le gambe, dicevo, poi, a ballare non sono mai stata brava. Anche se tutti giuravano il contrario. Sei anni di classica e un dito che quasi mi si stacca, i piedi snaturati dal raso delle punte, eppure la voce esce proprio da lì. Voi un giorno dovete fare finta di niente, e venirmi a spiare nel dormitorio. K. Si addormenta sempre tastandomi il braccio. Non la vuole la mia mano, vuole solo il braccio. Controlla lo spessore e lascia salire la sua mano fino al mio gomito, se ho la maglia con i polsini troppo stretti si arrabbia e piange. Al mattino, quando apro l’armadio, penso sempre all’ampiezza dei polsini. Scelgo i miei maglioni in base a questo. Lui litigava sempre per la cottura della polenta, la cucina gialla la vedevo gonfiarsi, dilatarsi di vapore e di madonne. Due donne e un uomo intorno a un paiolo di polenta. Mi garba soda, mi garba tenera. Adesso mia madre sbianca le alici nel sale. Il sale toglie il sangue, così le alici tornano lucenti e sanno di code di sirene. Voi potete addentare le alici di mia madre e pensare alle sirene, pensare di schiacciare con i denti le code delle sirene e poi farvi venire i dubbi sul contenuto di queste code. Pensare di trovarci dentro delle gambe di donna, imbustate nella coda come i piselli, oppure di trovarci gelatina dura, come mangiare le orecchie delle caramelle a forma di orsetto. Voi mica distinguete gli occhi degli orsi dal fegato, quando arrivate ad assaggiare la pancia, mica vi fate degli scrupoli. Mica state lì a immaginare il fegato verde dell’orso e i nervi delle orecchie. Voi sentite solo il gusto arancia della gommosa. Fine. E fate bene, voi.

Dicevo, mi si sono stesi i nervi, e ci ho messo dei mesi per questo duro lavoro. Prendevo i nervi uno per uno, e avevano l’aspetto dei ramoscelli di ciliegio, nel senso che ogni tanto ci vedevo un fiore rosa, in punta. Quel tipo di petalo che non può essere neanche guardato da vicino, visto che basta un piccolo fiato uscito dalla bocca per farlo staccare dal ramo. Prendevo i nervi uno a uno e ci mettevo un foglio di giornale sopra, poi prendevo il ferro da stiro spento e lo passavo sul foglio. In principio i fiori andavano via, poi  spuntavano nuovi, e questa volta erano fiori di carne. Non vado più sui tetti di notte, ad avvistare gli alci. Arrivano loro, carichi di semafori agganciati al collo. Arrivano al mattino, e io posso solo pensare alle notti degli alci- come una buffa sottorazza di fantasia da rammentare solo da ubriaca- notti passate in curiose e divertenti corse fra i caselli autostradali, corse che si trasformano in voli, fino a impigliarsi nei semafori verdi, arancioni, rossi, viola,  fermi intermittenti. di notte non servono semafori. Corse divertenti di quel tipo di risata che vi viene nei parcheggi dei supermercati, quando siete fra amici e non trovate la macchina, e vi scappa la pipì e non volete andare a casa, volete solo prolungare la serata e aspettare la fine del mondo. lì, nel parcheggio di un centro commerciale. Solo così posso spiegarmi tutti quei semafori appesi al collo degli alci.

Non  mi lecco più le ferite, non lecco mai quello che non trovo.

Quello lo ricorderai come l’inverno dei palloni gonfiabili appesi al muro, quello lo ricorderai come l’inverno in cui ti sei trasformata in maestra di ginnastica ( oh, ma ci credi? ma tu pensa), lo ricorderai come l’inverno dei fiori di vincent. L’inverno della muta, dei ritorni, dei calzini.

Dei sentimenti che non sono immutabili stalattiti, ambulanze, coltellini, processione di soldatini, sciroppo gusto orgoglio, spigolo di marmo, barba di suora, perdita di urina nelle mutandine di pizzo. 

15 febbraio 2010

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paesaggio di lamiera e latte con punta di diamante

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

Quel che un tempo era considerato da tutti pura decorazione per balconi cittadini, venne in seguito convertito a trito contenuto in sacchetti profuma biancheria. Vennero scelti in prevalenza fiori gialli, della qualità più  delicata. Alcuni, iniziarono ad arricchite le loro insalate, dando il via a una fiorente ala del mercato dedita al consumo di buste di fiori per contorni di carne. Le buste trasparenti, iniziarono a vendersi nel magazzino di Ben, accanto al sapone minerale per ascelle pulite senza un goccio d’acqua. Si noti la prevalenza di nomi brevi e secchi, quasi soprannomi, per indicare uno stato di vicinanza e di amicizia fra tutta la popolazione. Niente di più falso e rassicurante al tempo stesso. Proprio accanto al grande magazzino si è soliti notare il piccolo osservatorio per eventi estremi e figure extrasensoriali. Trattasi di edificio azzurrino, interamente ricoperto di materiale che si potrebbe chiamare tranquillamente amianto, ma che per motivi ignoti viene chiamato con un nome più oscuro ed esotico, che tutti comunque sembrano non ricordare. Il piccolo osservatorio per eventi estremi, sembra non subire danni causati dal vento che –perenne e incestuoso- colpisce questa zona con grande lavorio fantasioso rovesciando macchine e contribuendo a sculture metalliche su quattro ruote, incastri orgiastici fra vetture lasciate al bacio della ruggine per intere generazioni, fino ad essere inghiottite dalla melma del fiume. Una sola composizione di auto famigliari scoperchiate dal vento, resiste maestosa, al centro della rotonda cittadina. A questa composizione ferrosa è stato dato valore di opera arte, e tutta la cittadinanza riceve un compenso giornaliero statale. Solo sul retro, il piccolo osservatorio per eventi estremi sembra subire i danni della convivenza con i cittadini. Trattasi di scritte di varia natura adolescente. Una vastità complessa di cuori fatti a pennarello e trafitti, nomi cancellati con il tempo, promesse mai mantenute, nomi felicemente sostituiti con la velocità di una pallina da flipper. Preme ricordare ai più curiosi di mente le motivazioni che spinsero la comunità alla nascita del piccolo osservatorio. Eventi che videro la luce nel lontano 1891, in seguito ad avvistamenti di pozze di latte condensato sorte spontaneamente nei campi, lepri dagli occhi di diamante, ombre sui muri dalle dimensioni spropositate, farfalle dalle ali di carne di maiale. Quando l’ammiratore abbracciò Olga, pensò subito alla perfezione della sua nuca, e immaginò di premere il dito proprio nell’osso del collo, con estrema delicatezza. Immaginò di aver già giocato con lei, nell’infanzia. Nel suo sogno, lei non era di quelle bambine crudeli e bellissime. Ogni tanto cadeva goffamente, alla corsa dei sacchi. Questo pensiero lo rendeva più sicuro. I lettori più scaltri, immagineranno ora la trasparenza violetta delle mutandine di Olga.

Ricorderete tutti del mio essere fiore. Giallo. potete trovarmi nel terzo cassetto, quello dei calzini. Profumabiancheria.

30 novembre 2009

paesaggio di fiore nuovo e giallo

dicembre 7, 2011 § 2 commenti

Cosa dire, dunque, dei maestosi mazzi di fiori gialli portati ogni giorno davanti alla finestra della signora Olga?. Non si potrà di certo credere al senso di colpa delle generazioni precedenti, al sangue unto degli invasori lasciato nella carta gialla assorbente, proprio davanti al cancello in ferro verde del magazzino di Ben. Un sangue di pomodoro zuccherino, non certo quel vivissimo sangue di carne gocciolato sul manto innocente della neve italiana. Lo sanno tutti, lo sapete anche voi, nei vostri maglioni misto lana scoloriti dai monitor. In questo paese di fili elettrici non ci sono mai stati invasori. Solo finti indiani  mascherati e incastrati in riserve, diventati polpette da servire con piselli grossi come noci.

Si pensi allora al sentimento più innocente e antico, alla  sconsacrata voglia di abbracciare la camicetta a fiori di Olga, e al suo contenuto nervoso. Avete visto centinaia di Olga da queste parti. Tutte vestite di sintetico, badanti per signori, ragazze da rivoluzione, qualche strega dai lunghi capelli. Non ci saranno descrizioni minuziose per questa nuova Olga e per il suo vicinato. Basti pensare a letti di ferro e lampioni incastrati in cielo, quasi a impedire alle stelle di cadere o di suicidarsi. Come una rete da circo, per salvare l’artista più in alto. O pensare al rosa più rosa, quasi viola con tagli di arancio ad avvolgere il retro del supermercato all’ora di chiusura. Basterà tutto questo per vedere Olga camminare per la prima volta nel giardino e fare merenda con i formaggini dal nome francese, fra l’altro un nome sbagliato. Scritto male. Sarà facile scorgere gli stivali pneumatici del vicino di casa e con un poco di attenzione, anche la salsa di buccia di cipolla usata per fare il colore giallo. I migliori di voi, vedranno anche Olga nel mucchio del ballo di fine anno, con un vestito bianco da sposa finta, le treccine ai lati del viso e l’apparecchio per i denti. La ritroverete Olga, comprare una pomata per le bruciature e ridere sulle scale dei Finns, con un libro di puericultura sotto il braccio destro e dei calzettoni a righe. Sarà quasi impossibile non ammirare la scalinata bianca dei Finns. La ricorderete per anni, per la sua insolita morbidezza di panna montata toccata appena dalla luce, quasi ad aspettarsi di trovare ciambelle ricoperte di glassa rosa sulla veranda. Penserete quindi di essere in America, ma ben presto vi renderete conto di avere sbagliato.

Ma chi sono io per parlarvi in questo modo? Io sono un fiore. Giallo.
E la mia nuova storia è appena cominciata.

29 novembre 2009

Da bambina, aveva conosciuto con ancora maggior violenza di me le convulsioni della collera; ed era tuttora capace di furori che quasi le facevano perdere i sensi. I suoi disgusti, le sue rivolte, non li esprimeva con eccessi frenetici, ma con la prostrazione: una passività che non era mollezza ma una sfida a tutte le tirannie. (Simone de Beauvoir, L’età Forte)

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

Basterebbe un cinese a trasformarmi nella Regina d’Arabia. Pensavo a questa frase ogni sera, quando salivo le scale della stanza che avevo preso in affitto dalla signora Condini e m’abbandonavo sulla poltrona rossa che avevo spostato accanto alla finestra. Avevo imparato a fermare le fessure del vetro con dei panni di spugna bagnata e mi spalmavo una punta di crema al mentolo svizzero proprio sotto al naso. Avevo preso questa abitudine dal principio dell’estate, quando avevo iniziato a sentire il nauseabondo odore del saponificio gestito dai cinesi. Per tutto l’inverno non avevo sentito niente, spesso notavo gruppetti di cinesi ingobbiti, trasportare carrelli e sacchi azzurri fino a sparire dietro ai cancelli minori del grande saponificio, ma solo ai primi di giugno avevo notato le nuvole rosa che s’alzavano sul cielo di notte, le macchine lunghe che liberavano ragazze interamente ricoperte di veli dorati, l’odore di fogli di gomma bruciati con il miele e i gatti che, verso l’alba, si radunavano sul retro della fabbrica a leccare uno specchio lucido di grasso che spiccava da uno sportello rosso. Avevo provato a chiedere informazioni in albergo, ma nessuno sembrava sentire niente. Tutti parlavano di piccoli cinesi che lavoravano a tutte le ore e che dormivano negli stanzoni della fabbrica, ma nessuno sembrava notare altro. Tutto sembrava appartenere a una norma tollerata ed evitata In ogni caso tornavo a casa sempre molto tardi. Pensavo di dover rinsecchire e prosciugarmi piano piano, invecchiando in maniera impercettibile di anno in anno, invece avevo preso a nuotare con vigore. Ogni giorno andavo alla piscina comunale e nuotavo per tre o quattro ore. Nuotavo senza distrazioni, scansando ogni conversazione e ogni distrazione. Ho sempre odiato le distrazioni di qualunque tipo e ho sempre disprezzato le persone con una tendenza all’evasione pura. Un giorno, avevo rimandato in gola le lacrime, dopo essere stata battuta da una ragazzina velocissima nel nuoto a farfalla. Ero uscita dalla vasca con il viso pieno di collera e di sgomento, decisa a non nuotare per un pezzo. Solo dopo averla vista trionfare con tanto di medaglia, ai campionati mondiali di nuoto, e solo dopo aver riconosciuto la sua faccia e le sue spalle spuntare dal mare di Ostia, in un cartellone plastificato davanti alla piscina, avevo ripreso coraggio. In qualche modo, la sua evidente superiorità era giustificata. Per il resto, avevo cambiato tutte le corsie. Ero partita in quella più vicina al vetro, dove il sole filtrava dalla grande vetrata e dove le principianti ondeggiavano sulle tavolette, per ritrovarmi costretta a rallentare troppe volte. Ero andata nella corsia degli omoni supersonici per ritrovarmi con degli schiaffi d’acqua in faccia a ogni bracciata. Avevo optato, infine, per la corsia dei più tecnici. Ragazzi e ragazzini esili che nuotavano a ritmi regolari e con lunghe bracciate, la testa sempre sotto e le virate velocissime. La virata, mi aveva affascinato e convinto a cambiare la monotonia della mia amata rana. Iniziai così a nuotare bene anche a stile, anche se la respirazione a sinistra mi confondeva sempre. Riuscivo a fare una vasca intera in apnea, dentro di me, facevo dei giuramenti letali. Se non la faccio tutta, muoio domani alle ore dodici. Se alzo la testa adesso, le vene dei polsi s’apriranno come gambi di rose in un mazzo lanciato in aria. Arrivavo sempre in fondo, e ogni volta, mi proibivo di manifestare la mia stanchezza. Facevo delle prove anche per evitare il rossore del viso e il respiro affannoso, ma senza grossi risultati. Mi veniva facile lo “scattino” nella mia rana, cercavo di correggerlo, sfruttando il busto per scivolare meglio, ma continuavo a preferire le vecchie atlete della scuola russa. Quelle imbottite di ormoni maschili, drogate anche nei capelli. Quelle che senza essere smembrate avevano fatto, in qualche modo, una scuola durata più di dieci anni. Quelle raniste che avevano reso la rana un balletto ansioso. Ecco. Nuotavo così. In un modo vecchio. Ascoltavo con attenzione i complimenti stupiti dei maestri. Rifiutavo ogni volta la proposta di fare un corso serio e di provare le gare. La sera, mi toccavo le gambe e sentivo delle bolle di plastica, che immaginavo rosse, gonfiarsi dentro. Notai che il mio corpo poteva cambiare, riempirsi da dentro. Lavoravo solo tre ore e quaranta al giorno. Ero felice di lavorare con gli adulti. Disprezzavo da sempre chi odiava i pazzi. Non ne sapevo quasi nulla, ma la mia presunzione mi salvava sempre. Confidavo in quelle poche settimane di tirocinio ai tempi della scuola. Andavo sul pulmino con loro, bevevo dalla loro stessa borraccia, come tutti gli educatori. Nascondevo coltelli  e mi lanciavo in discussioni  accese su tutto quello che mi sembrava di non conoscere. Amavo essere lontana dai bambini. Adoravo le lanterne blu a forma di gufo che s’accendevano la sera, le tovaglie di carta, gli orti da zappare. Mentre aiutavo pensavo ai cinesi del saponificio, all’orto di mio nonno, a chi mi aveva fatto la guerra senza aver capito niente, a chi non mi pensava capace di stare accanto ai problemi, a chi non mi pensava sincera, alle lettere piene di fogli vuoti che continuavo a ricevere. Avevamo imparato a mangiare con la bocca aperta, a giocare a dama, a disporre le verdure nella cassetta senza rompere tutto. Avevo insegnato loro a disegnare stelle senza rigatura nel mezzo, a fare le bolle dal naso, come Gazza, a leggere saltando due righe senza perdere neanche una sfumatura. La pazzia non aveva nulla di romantico, non attribuivo alle loro patologie niente di miracoloso e romanzesco. Non erano contagiosi, più stavo con loro e più mi sentivo lucida, più mi sentivo forte e messa in gabbia, più stavo con loro e più facevo chiarezza sulle mie questioni. Mi piacevano e basta, non temevo le loro liti burrascose, le loro malinconie improvvise, i loro attacchi di pianto. Uno di loro mi buttò un cesto di pesche in testa. Ci misi  un pomeriggio a convincerlo a raccogliere tutto. Rimasi con lui tutto il tempo, sapendo di non poter essere pagata per così tante ore. Era simile alla mia passione per gli zingari da bambina, mi piacevano e basta. Non era di certo per le loro gonne lunghe e i bracciali tintinnanti. Non conoscevo niente e questo mi bastava. Dovevo salire su ogni accidente di giostra e poi dovevo farmi spiegare per filo e per segno il loro funzionamento. Avevo smesso di scrivere. Avevo smesso di disegnare. Mi occupavo solo degli scandali sessuali del presidente. Sapevo tutto, ogni misera intercettazione, ogni ridicola intervista. Ogni smentita. Disegnavo santini, come quando mi venne l’ossessione della ragazza morta sulla spiaggia mentre faceva un bagno ai piedi, come quella volta che mi appassionai al caso della contessa Casati. Scrivevo solo frasi brevi su post-it gialli. Cambiavo la mia grafia. La peggioravo. Qualcosa mi aveva fatto peggiorare la mia calligrafia. A volte la modificavo secondo la mia volontà. Nascondevo nei cassetti i bigliettini e dopo qualche giorno andavo a controllare. Se non capivo quello che avevo scritto, voleva dire che si trattava di menzogne. In quell’estate mi sentii tradita fin nelle ossa. Però non mi annoiai mai. Arrivarono gli amici da Pula, un trio scalcinato di ventenni biondi che parlavano l’italiano dei settantenni. Odiavano farsi fotografare, odiavano il caldo umido, odiavano l’insalata. Trascinavo il più piccolo per le vie della città, sempre a piedi. Mi parlava della sua ragazza slovena e mi faceva vedere continuamente la sua foto. Era una ragazzina con pochi capelli e gli occhi grandissimi. Nella foto aveva una maglietta rossa e sulle gambe teneva un pc portatile lucidissimo. si scrivevano lunghe mail in attesa di vedersi per quindici giorni. Bevevamo tantissimo. Certe volte non riuscivamo a salire le scale ripide di casa mia e rimanevamo per ore sui gradini più bassi. Dormivano tutti dai miei. La sorella più grande da mia nonna e gli altri due nel divano letto in sala. Passavamo le ore davanti al saponificio. Disegnavo loro delle maschere di cartone e legavo l’elastico giallo con la puntatrice. Infilavo le maschere ai capelli lunghi di Sofia e la mettevo davanti alla finestra. Lei iniziava a urlare per la puzza proveniente dal saponificio e poi si metteva a ridere. Inventavo delle parole difficilissime in un finto italiano. Loro cercavano di ricordarsele e dopo qualche ora mi ero già dimenticata la parola che avevo inventato e non potevo più stare al gioco. Chi mi corteggiava mi faceva piangere. Diventavo scortese, poi arrogante. Andavano via  con un corredo di frasi cattive. Mi dispiaceva, ma non sapevo fare altro.Quando tornavo a casa piangevo per ore. Al mattino mi mettevo a guardare i cinesi sgusciare via. Mi misi in testa strane storie. Poteva essere un bordello, e quelle regine ricoperte di stoffe dorate potevano essere streghe d’Arabia, gli operai dovevano essere schiavi e gli uomini con gli anelli che uscivano dalle macchine scure con autista dovevano essere capi assoluti dell’universo. Forse di giorno facevano semplice sapone rosa, lo inscatolavano dentro confezioni quadrate, lo lasciavano liquido in dosatori violacei, ma di sera le regine iniziavano a sudare perle, la loro rabbia calma le faceva diventare madide di goccioline profumate, dai loro veli laminati usciva crema al sandalo e dalle loro fronti spuntavano perle da bagno alla vaniglia. Le regine andavano via al mattino presto, lasciando al saponificio il sapore grigio di ogni fabbrica. Quando uscivano, i fari al mare si spaccavano e le navi perdevano la direzione. I piccoli operai tornavano ad avere i volti anonimi di tutti gli operai cinesi, tornavano a sgattaiolare fuori a gruppi di tre. Carichi di sacchi azzurri. Avevano gli occhi colmi, ma non erano colmi di sonno. Al mattino, ricordavo i veli metallici delle Regine, puntinare il nero della notte per poi sparire dietro ai portoni. vedevo le nuvole rosa uscire dalle ciminiere, come balene fatte con il fumo. Subito dopo, sentivo il rumore di un tubo che si spacca, di una forza che esce. Sentivo l’odore dolce del sapone, il caramello dei dolci del baltico, la menta della macchia dell’ Istria, niente di zuccheroso e stantio come il dolce sentito in un certo mediterraneo. Il senso di vomito che avevo sentito a sedici anni ad Amalfi, la sceneggiata della costiera. No, odore arioso, niente di melenso. L’odore rapiva le mie tende, mi pizzicava gli occhi, raspava nella mia gola come zampe di pappagallo. le regine non avevano età, non avevano nome. Una di loro, una sola volta, uscendo dalla macchina sollevò la testa in direzione della mia finestra permettendomi di vedere i suoi occhi appuntiti, spuntare dal velo. Io presi un foglietto giallo, una penna blu, iniziai a scrivere con la mia vera grafia: qui vive la Regina d’Arabia. M’addormentai. Sognai di piume blu e diamantini da mangiare.

12 agosto 2009

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

Dal Ginger Group di Mary Quant al rosa perfetto del Camay soap. Apre la fabbrica di sapone alla canfora proprio quando i soldi scarseggiano e la gente non usa più i saponi solidi. Nipoti di ex mondine, cresciute in pozze di acqua ferma sotto a cieli da spiaggia deturpata, prendono il loro posto nello stabilimento unto di crema umida. Fingiamo di sapere tutto degli anni sessanta, ma sappiamo tutto solo di sua maestà Irene Ghergo. Dalla dea Gwyneth a Donna Logan. Dai danni estetici e melodici delle brune Scicoloniane – oh! è così mediterranea…- agli effetti del badedas super soap. La rivoluzione sessuale del verde Chilly. L’aerobica in cassetta. La french manicure delle ballerine di Amici. La santità di Lauren Bacall. Le foto originali del sarchiapone liberato dalla gabbia. Mina in una rotonda sul mare. Abbiamo in esclusiva l’unica Recoaro con tre quarti di crema idratante.

Io e Clim, qua: http://canforasoap.tumblr.com/

26 febbraio 2009

tende scoperchiate

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

Terzo: prese a dichiarare il nome e il cognome delle sue porte bianche e a guardarsi in specchi nuovi. Come se ci fossero calendari personali che ti vengono recapitati in busta candida e ancora calda, da gatti con  berretti di lana a punta, che prima di lasciarti la busta la stringono voluminosa al petto e poi abbassano gli occhi al pavimento, come ti potevi immaginare certi messaggeri con i bandi e i cavalli e le divise simili a quelle delle guardie, ma più   principesche, accompagnati da  trombe invisibili che suonano nel bosco di quel sapore di verde che ti ricorda le ortiche, ma le ortiche, lo sanno tutti, non esistono più.  Strofinò insomma il naso contro tutti gli angoli possibili, ancora una volta, per capire dove poteva essersi scavato una casa quel piscialletto dell’orgoglio, oh, poteva, sì. Poteva esserci questo pericolo giallastro, sbucato da un nulla e installato nell’acqua più marcia, con i piedi gonfi, a bagno, figlio di tutti gli anni vecchi, dei calzini tubolari, delle sale dei medici, delle lingue coperte di lenzuoli bianchi, delle palestre piene di deodorante, dei coltellini da borsetta. Con i paragoni e le metafore ci gonfiamo le borse dell’acqua calda per i vecchi, a noi non servono più, a noi non servono più. ( ripetilo tre volte).

A perdersi nei giorni veniva meno il respiro. Non respirava mai, se ne dimenticava. ( Prima aveva notato di camminare gobba, come si cammina solo con certi cappotti neri, poi aveva respirato per sbaglio e aveva scoperto di poterlo rifare).

Secondo: scrive le note e non sembra più lei. Ma è lei, sempre lei. Lei ma nuova, con i tasselli aggiunti, con la faccia senza ferro, i capelli di carne, le mani non più di legno, i piedi non più blu, gli occhi non più fissi, la paura slacciata dalla cintura, le finestre aperte, i piatti che suonano, il tempo che prende pace e non alita più i suoi fiati, i fatti che si muovono con i piedi,  la fiducia cresciuta sulle finestre, nessuna pistola puntata, le decisioni non più viola, e ancora quelle bestie di velluto che bussano ma parlano. La loro voce e non il ronzio. Come se le avessero insegnato a parlare – fuori tempo massimo, con le stelle nei polsi- stremati, come se le avessero preso la testa e insegnato una lingua nuova. Il bodhu Java delle isole Fria, dove mangiano strati di vernice bianca e sorridono coi gomiti, il jityuh samoa della terra gitah, con l’argilla fucsia che esce dai pianoforti mai suonati, e quando andiamo in aeroporto ti guido io e ti tolgo il peso della valigia, della notte, di Berlino, anche quando di freddo si muore. E ha perso per strada tutto il rancore. E lo ha perso con una luce nel fondo. E dire degli strati di velluto lasciati dalle sue bestie, non riesce più neanche a scrivere, oh, si sentono ancora i passi dei cavalli lucidi. Imbizzarriti di mattine a cascata. Cento cavallini.

Primo: a squarciagola e con le mani aperte.

7 febbraio 2009

…Finché i colori dei dipinti fossero rimasti lucidi e freschi, a loro non sarebbe potuto accadere nulla di male. E che avrebbero superato qualsiasi difficoltà sulla strada del ritorno, perfino vulcani o sabbie mobili. Era una specie di incantesimo, reso possibile dal suo grande amore per loro. ( Il mistero delle antiche creature, Mattotti, Kramsky)

dicembre 7, 2011 § Lascia un commento

L’incipit è tratto da un libro fatto di pagine che si possono mangiare. Verdi, viola, lampi di rossi improvvisi su praterie. Me ne sono innamorata lo scorso natale, in un grande magazzino romano. I disegni di Mattotti, lo sanno tutti, si muovono. E’ il vento che sposta le sue matite. Eppure, certe sorprese  rimangono salde suille colline a distanza di tempo, come i colori di Eustacchio, che non finiscono.

HotIgloo torna con due magliette, una vera novità.
Andate su mysoti, ma prima leggete le istruzioni e la presentazione su HotIgloo. Portatevi a casa una maglietta HotIgloo e provate a indossarla sotto pesanti maglioni nordici, durante queste feste di Natale.

 

21 dicembre 2008